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Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – VI puntata

Il Morbillo alla casa bianca

Arrivò una sera, Il Giosuè, gran giovanotto alto, sodo e con una faccia pensierosa. Mi aspettavo un europeo e vedo invece una faccia ramata con sfumature verdi. Un indio della foresta se non fosse stato per i lineamenti yankee. Allora non sapevo chi era. La mia padrona, intendo la padrona del bordello, l’europea, come la chiamano qui, non era neppure venuta di persona come aveva fatto per l’Ardea. Aveva telefonato che lo si doveva ospitare e poi mandare in montagna dall’Ardea. Tutto qui, non una parola di più.
C’era una gran festa quando arrivò: non ricordo neppure se un compleanno di una ragazza o di un dottore o qualcosa altro. Così non ebbi neppure il tempo d’interessarmi e di essere curiosa. Mandai una ragazza a dirgli qualcosa del tipo. “C’è una festa, se vuoi divertiti, se no siediti da qualche parte”
Lui restò in un angolo a guardare i balli poi andò fuori a farsi pungere dalle zanzare e guardare il cielo. Si era seduto su una delle sedie di plastica trafilata. Aveva provato il poveretto a sedersi su una di quelle legno ormai sgangherate ma, grande e grosso com’era, s’era alzato subito.
Sai giornalista quelle seggiole avevano dietro una storia proprio sofferta. La tenutaria aveva rincorso quelle sedie europee che costavano quattro soldi e non si sciupavano mai, ma s’era messo di mezzo il vecchio falegname. Poveretto! Con quelle mani che si ritrovava, lui che là dentro aveva fatto di tutto per una vita.
“Chissà come faremo adesso che San Giuseppe non riesce più a dispiegare i suoi nodi” diceva la tenutaria, che certe volte andava a guardare quei nodi che aumentavano di numero e volume. Li accarezzava e consolava il vecchio. Poi sospiravano in due, pensando a quanto avevano fatto quelle mani miracolose con le stoffe, le tappezzerie, le seggiole. La signora lo consolava perché lui era abbattuto “Non voglio che mi dicano che mangio a sbafo” diceva Geppetto.
“Rimarrai qua con noi onorato e non ti devi sentire un peso inutile perché te la sei guadagnata tutta la tua pensione. Tutti ti vogliono bene.
Ma lui scuoteva la testa; sempre lì a guardare quelle mani piene di nodi con occhi tanto disperati che alla fine dovette intervenire la signora. E come voleva finire? Attaccarsi alla bottiglia, lui che era sempre stato astemio?
Ma quel mattino era accaduto che San Giuseppe si fosse messo a limare un incastro e fabbricare una costolina per poi inchiodare e incollare il tutto su un rottame di seggiola. “Pericoli pubblici” le chiamava lui quelle seggiole da patio. “Sono pericoli pubblici” ripeteva lui che nei vecchi tempi le sistemava in un amen e era davvero incredibile come riuscisse a rimetterle a nuovo. Cosa da non credere, giornalista, quante ne ha rimediate in tutti quegli anni col suo lavoro d’incastro, limatura e incollaggio.
“E’ una sciocchezza da un’ora o poco più” Aveva detto, ma anche quella volta i nodi delle mani avevano litigato con quelli della seggiola e dopo aver tribolato l’intera mattinata senza concludere nulla, aveva preso quella seggiola e l’aveva sbattuta contro il patio, mentre la serva, preoccupata, aveva cercato di calmarlo. Ma lui non l’aveva neppure sentita e così lei s’era arrabbiata. E che voleva quel Giuseppe, svegliare le ragazze e la superiora? Lui l’aveva guardata di storto, con gli occhi che bruciavano e con le mani alzate aggrappate al relitto.
“S’è fermato, signora, con quella seggiola sospesa sulla mia testa e stava davvero per calarla sopra il cranio e spaccarmelo, chè avrà pure le mani annodate, ma di forza ne ha da vendere con quella rabbia che si ritrova.
Così era corsa dentro, chiudendolo fuori, perché non osava svegliare la signora; e poi lo Giuseppe. E, infatti, passato quell’attimo era rinsavito di colpo, crollando sui gradini e nascondendo la faccia fra le mani. Quando la superiora era scesa lui era ancora là immobile.
“Mandami via, signora, mandami via; faccio disastri e ti darò solo guai”
“Basta con queste seggiole di legno che marciscono in un amen in questo paese maledetto”, “Sì! Sì” aveva annuito lui di malavoglia e solo per dovere perché sapeva già dove voleva parare la signora, che premeva da un anno per quelle seggiole in P.V.C. “Eterna!” aveva detto “PVC trafilato! E costano niente! Meno che quelle di paglia”
Aveva sempre opposto un muro Giuseppe e disquisito sulle bontà del legno “In questo paese si suda e come fai signora a mettere sedie di plastica? Mica traspirano come il legno”, “Ah, il legno! Sempre rotte quelle seggiole. Se è secco le camole, se è umido gli insetti e l’acqua che le fa marcire”, “Farebbero il bagno turco quelle schiene e quei sederi con quella plastica” Insisteva Giuseppe che vedeva cadere il suo mondo.
E ora con quel Geppetto allo stremo era tornata sullo stesso tasto. “E che si desse una mossa, santo cielo, e se anche c’era quel difetto del sudore che ci si pensasse sopra “Che so io! Con dei cuscini traforati con stuoie bucate…Ma non è possibile intanto prenderne una, Giuseppe e fargli mille forellini nella schiena che respirino con quelli?” Ci aveva pensato il Geppetto e aveva deciso che sì, che si poteva fare. “Mille fori con la punta da due” Aveva sospirato fra sé “La struttura non è intaccata e respira. Ma non sarà mai legno vero”, “Non importa. Risplenderanno di bianco sotto le stelle e neppure il bisogno di ritirarle quando piove”

Si sedette su una di quelle seggiole, il Morbillo, ad aspettare tranquillo fino alla fine ma già quella sera parlò alla Signora. La chiamò ‘Superiora’. Superiora! Non ti fa ridere? Come se questo fosse un convento e noi delle monache. Roba da matti! Non poteva proprio trovarlo un nome più ridicolo! La tenutaria gli rise in faccia la prima volta ma lui non fece una piega e continuò a chiamarla in quel modo. Ebbene, è incredibile, ma contagiò tutti e cominciammo pure noi a chiamarla superiora, come se fosse la cosa più giusta del mondo.
Comunque cominciò da quella sera col tormento della montagna. “Quando parto, Superiora?” Le chiese già quella prima sera e lei rise “Domani, domani”, “Parto domani?”, “No! Accidenti no! Domani se ne parla e adesso si va tutti a dormire. E non chiamarmi ‘Superiora? Mi fai quasi venire i brividi” Continuavano a dirglielo tutti al Morbillo che i partigiani prima o poi sarebbero arrivati al bordello. La tenutaria non parlava della questione e il meno possibile del Morbillo, ma io lo rassicuravo che sì, che sarebbe andato lassù a combattere. “Hai così fretta di farti ammazzare? E poi non parlare di queste cose, per l’amor di dio! Qui tutto ha orecchie”

E dire che era un periodo proprio brutto e la situazione s’incancreniva: violenze a non finire, spari, assassini… di tutti i colori; sparivano anche nostri clienti e non s’aveva neppure il coraggio di parlarne fra noi, anche quando veniva ritrovato a pezzi. Una sera ci fu addirittura una sparatoria proprio di fronte alla casa; noi dentro a tremare e le sventagliate di mitra che finivano contro il muro e le finestre della facciata. Poi ne inseguirono uno fin dentro al nostro giardino, lo uccisero e lo lasciarono lì. Ma prima di andarsene sventagliarono di nuovo col mitra la facciata e saltarono tutti i vetri…il terrore giornalista! La morte che ti passa vicina. E poi alla fine quel militare immondo.

“Gli rispondeva con un alzata di spalle “Fidati, prima o poi si faranno vedere” “Perché?”, Perché dovevano. Ma insomma quel Giosuè non voleva capirlo “Dobbiamo mettere i manifesti agli angoli della città?…Cari cittadini i rivoluzionari arriveranno al bordello il giorno tal dei tali? E magari diciamo pure cosa ci vengono a fare: “Prima chiaveranno a sazietà, poi assalteranno una banca o un ministero e infine si porteranno il Morbillo in montagna affinché uccida tanti governativi”.
Insomma aspettò e credimi, neppure malvolentieri visto quanto era coccolato e ammirato da tutte le ragazze e dalla superiora. Si metteva al piano alla sera, una vecchia pianola che aveva dovuto accordare lui stesso col diapason o a quello elettronico, vera meraviglia che la superiora aveva avuto a metà prezzo tramite un cliente che lavorava alla dogana. Era arrivato una sera: “Sai tenutaria? C’è un organo elettronico in deposito alla dogana ma il destinatario non si presenta, così noi c’informiamo e ci dicono che era un bandito e che ha avuto quel che si meritava, ma devo venderla in fretta” Aveva paura perché tutto quello che arrivava da quella nube era pericoloso e così informai chi di dovere, che ordinò di pagare e fu davvero un buon affare.
“Suonava il Bolero, i valzer, i chiari di luna di Beethoven e era una meraviglia vedere la faccia sudata del Morbillo e le sue mani muoversi come tarantole su quei tasti. Travolgeva quella musica nuova, inusitata e travolgeva lui, con tutte le ragazze e i bordellanti fermi come mammalucchi ad ascoltare quell’orgia di note Aveva scatenato gli applausi la prima volta e da allora volevano tutte le sere l’ora scatenata del Morbillo. Avevano pure cercato di ballarla, quella musica, come se fosse una specie di Rock e si erano divertiti come dei matti.
Suonava pure di giorno al pomeriggio quando alla casa c’era la stanca e le ragazze scendevano e si sedevano all’ombra. Allora il Morbillo si metteva alla pianola elettrica e suonava canzoni, cose classiche, cose dolci e arie di opere che parlavano d’amore. Le ragazze ascoltavano e si commuovevano tanto che a volte interrompevano il Morbillo per chiedergli se quella era la Traviata o Puccini. Il Morbillo, che aveva scovato una scatola di spartiti in un armadio, suonava e cantava a mezza voce pezzi della Traviata e della Butterfly.
“Sai, ne commuoveva tante” racconta la superiora “Sai che dicevano!? “Mi fai piangere Morbillo” e lo dicevano soprattutto quando suonava canzoni e arie delle opere. “Mi fai ricordare tante cose, Morbillo” dicevano e se lo baciavano con le lacrime agli occhi. I lamenti d’amore ci commuovono sempre noi donne.
“Alla sera quando si scatenava incantava e travolgeva. Riusciva a far star zitti i clienti che, sudati com’erano, aspettavano seduti e dicevano “E’ un fenomeno quel pianista! Un vero fenomeno!”

- E lui con le ragazze? – Si mise a ridere la superiora alzando il busto e sogghignò purela Milly- Chiedilo a lei giornalista – disse la superiora – Era lei l’incaricata di seguire il Morbillo – A me? Certo, anche a me…- ridacchiò sistemandosi le gonne e rialzandole sopra le ginocchia. La superiora la imita sbuffando: – Che umidità – disse afferrando il giornale del mattino per usarlo come ventaglio. Un’altra ragazza, in calzoncini corti, entrò nella sala e porse un ventaglio alla Milly. Aveva le ciglia folte e nere come gli occhi. – La stagione secca è proprio finita, non si respira più polvere ma si muore man mano che viene la sera….. Un bagno turco”
-Tu ti chiederai come ci si potesse divertire in quel modo quando si viveva in questo paese, eppure ci si abitua a tutto e ancor di più quando la tua vita non vale nulla e ogni giorno crepa qualcuno che conosci ….Sai giornalista io dovevo proibire di parlare di guerra e politica, controllavo la radio, la televisione e i giornali, per salvare la casa, le ragazze e i clienti. Perché… chissà quanti anche fra le ragazze avevano le orecchie lunghe. Ma mi ritiravo nell’ufficio dove accendevo la radio per la sentirla alle cuffie e allora girando le manopole sentivi le voci arrivare, sentivi i ribelli,la Chelama anche le minacce e i proclami… Del resto la guerra ti arrivava dentro…. In due anni scomparvero due ragazze della casa e una dovetti andar io a riconoscerla alla polizia dove l’avevano pure …Mi vien male a pensarci giornalista!… Eppure la vita continuava. Sai cosa pensavo per darmi coraggio? Che alla fine me ne sarei andata vicino al mare dove c’è sempre un po’ d’aria….Ma come vedi l’età è venuta e sono qui a sudare…

- Il Morbillo, lui non sudava proprio. Solo, dopo la gran fatica della sera sul piano, si alzava con la camicia bagnata, con la faccia e i capelli che colavano, ma altrimenti non lo vedevi mai sudato. Pareva inossidabile, non sudava mai e le zanzare non lo mordevano.
- Ti stupisci giornalista? Eppure era davvero così. Ho visto io posarsi una nube di zanzare sulla sua mano e non pungerla. Avevano scommesso e lui aveva lasciato fare. Una pennellata di sangue di pollo su braccio e sulla mano, sopra e sotto, e dopo un minuto lì attorno c’è n’era una nuvola: almeno venti posate sulla mano a piantare le loro siringhe nella sua pelle. Piantavano, ripiantavano e poi se ne andavano scornate; quando lui e posò il braccio sul tavolo, tutti giù, chini a scrutare quella pelle che non aveva neppure una bollicina. Ci vollero proprio passare tutti a vedere quel miracolo incredibile e neppure dopo comparvero le bolle.
“Incredibile” commentavano “mai vista una cosa simile!” Poi ci fu qualcuno che pagò da bere in onore del Morbillo musico, matematico e caimano che intanto sorrideva tranquillo e rispondeva con alzate di spalle ai commenti.

Era un mago coi numeri e ce ne accorgemmo quando cominciò a far tutti i calcoli per le ragazze e per me. Moltiplicava, divideva, sommava in un amen e sempre preciso alla virgola. Così le ragazze e i clienti cominciarono a divertirsi, mettendolo alla prova. Alla sera facevano gruppo con le limonate e le birre e cacciavano numeri a caso. Lui li accontentava e loro controllavano con le calcolatrici. “Incredibile!” dicevano “Un vero mago!” e raccontava pure di numeri strani come se fossero favole. Anche con quei discorsi incantava. Fece amicizia con Pitagora, un professore di filosofia a cui non avresti dato un soldo di cacio; un ometto medio, magro coi baffetti che se ne stava sempre tranquillo in un angolo e che faceva l’amore con gentilezza. Pitagora intervenne una sera e parlò di tempi antichissimi in Grecia, figurati, giornalista, prima di Cristo, dove era vissuto Pitagora e la sua setta di sacerdoti che adoravano la musica e i numeri. “Pitagora?” aveva esclamato qualcuno “Quello del Teorema?”, “Sì, proprio quello” rispose Pitagora “e fu allora che scopri gli irrazionali”, “E che sono questi irrazionali? Numeri matti?”, “Numeri matti” aveva confermato Pitagora “Numeri che non vanno d’accordo con gli altri.
“Ma è vero Morbillo?” e lui, quasi risvegliato da un sogno, ci aveva pensato un attimo su quella bislacca definizione e poi aveva annuito contento “Si! Si. Penso proprio di Si!… Che il professore ci abbia azzeccato…. Numeri che non vanno d’accordo con gli altri” aveva annuito convinto “E’ come se tutti i numeri riuscissero a parlare fra loro ma non questi” aveva aggiunto Pitagora.
“Numeri anarchici allora!? Ma allora tutto quello che ci dicono sulla perfezione dei numeri è una palla! Dove te li hanno propinati? Dai preti…
“Dai preti ci andavo anch’io e avevo una maestra popputa…”, …Ma immaginate il povero Pitagora che credeva in un mondo fatto di numeri… Poi scopre questi numeri scandalosi … E’ come se nel mondo compatto, rotondo solido si aprissero delle crepe, come se tutto stesse per crollare…
- …Avevo una professoressa di matematica che era la fine del mondo che ci teneva tutti in sospeso con quelle sue poppe che ti toglievano il respiro. Ma mica erano solo le poppe! Era tutta quanto palpitante… persino nella voce. Quella sì, che ci svegliò tutti. E quante me ne sono fatte di seghe pensando a quelle poppe che respiravano! Seghe incredibili. Poi non le ho mai più provate quelle sensazioni. Mi vien ancora duro adesso.. …. Un bel giorno la cerco, vado a casa sua, la butto sul letto e me la scopo…
“Si, ma scopi un cadavere o un relitto con chissà che pendule”, “Si! Si ci vado e me la scopo… Una vecchia? E che m’importa! Le tiro le gonne sulla faccia, chiudo gli occhi, la scopo e me la raffiguro com’era allora; forse non me ne accorgerei neppure che s’è fatta vecchia”, “Troveresti un pezzo di legno… Uno scheletro! Che schifo!”, “… Ma ce l’aveva messa a tutti la voglia di arrivarci, con tutte quelle seghe che ci siamo fatti pensando a quel burro. L’ho sempre pensato che prima o poi me la devo levare quella voglia…
- … Sapete, i pitagorici non pensavano che fossero i pianeti a girare. Immaginate un cielo fatto di sfere di vetro eterno, e immaginate che ogni pianeta sia attaccato alla sua sfera. Le sfere girano e cantano. Proprio così! Cantano! “Musica delle sfere” la chiamava Pitagora…. Musica divina che solo gli Dei potevano sentire…. Insomma il bene che c’è nell’universo era lassù mentre quaggiù era tutto merda e corruzione”, “Hai ragione, professore! qui tutto degenera e marcisce…

Pitagora, aveva pure stupito il Morbillo che pure era così poco portato per la metafisica ma quel sentimento ispirato dal vecchio lo riconosceva e poi aveva il profumo della cugina e delle notti passate coricati sull’erba mentre lei, guardando il cielo, parlava delle stelle e carezzava il suo aggeggio. “Allora forse la sentiva davvero quella musica antica delle sfere e quel patos arcano suscitato dalle costellazioni lontane”
- Dopo quindici giorni sono andata io stessa dal Morbillo per dirgli che sarebbe partito nella notte. La guida lo stava aspettando nella capanna di una famiglia di tagliatori sulle colline dove Pitagora lo avrebbe accompagnato, poi sarebbe partito coi tagliatori senza correre il minimo pericolo perché i tagliatori partivano per fare il mestiere e il Morbillo sembrava uno di loro sputato. In quindici giorni gli avevamo fatto crescere i capelli e prima di partire la serva li sforbiciò incolti come li portavano loro. Pitagora, al ritorno, riferì che, calzato e vestito da pezzente, era irriconoscibile. Due giorni dopo si presentarono i poliziotti.
- Solo seghe, solo seghe non ha mai voluto far altro. E mica dava spiegazioni: si metteva sul letto con la ragazza e lui, dolce come sempre, la guidava… Tra l’altro giornalista, è vero che lui viveva a sbafo là dentro ma non per voler suo perché di soldi ne aveva. Era la tenutaria e, con lei, le ragazze che non volevano i suoi soldi. Insomma accarezzava il loro cuore, le commuoveva e questo era davvero impagabile per le mignotte.
Neppure quelle che gli facevano quelle seghe volevano essere pagate anche perché, a sentir loro, il Morbillo le amava davvero. Figurati quelle! Abituate com’erano con i bifolchi… Lui invece era tutto diverso e le riempiva di regali. Gioie a forma di fiori e di cuori e, poi, immagini, portaritratti, cuori della beata vergine che riempivano di commozione felicità quelle anime semplici.
- No! Lui non lo faceva proprio vedere, ma una mignotta lo sa quando un lavoro è fatto come dio comanda e quando è gradito. Invece il Morbillo un po’ era sincero e un po’ fingeva come fingiamo noi mignotte. Se non fingi di godere e se non lo dici al maschio che chiava come un dio, mica lo fai bene il tuo mestiere. Quello, per uscire contento, deve anche essere orgoglioso della sua potenza. E in questo paese far godere una puttana è un dovere per un buon chiavatore. Ma, dico io, ma come possono pensarlo di far godere una mignotta? Lo sanno solo loro. Una mignotta ne piglia di cotti e di crudi, di lunghi e di corti, di grossi e di piccoli. E può solo ringraziare che non la strazino. Questo e basta. Altro che godere!
- Lo so ben io che dovevo starci immersa nel bidè per un’ora con la mia caverna che bruciava e piangeva prima che si placasse. Eppure voleva me quel maiale e una professionista non può proprio dirlo “Tu sì, tu no!” Si piglia tutti quelli che le toccano e tanti saluti. Io ci mettevo quintali di crema. Crema della farmacia e quella fatta dalla cuoca col latte. Uno schifo! E poi devi pure fare i complimenti dopo che ti ha spaccato: “Il tuo uccello è la fine del mondo” ma, dico io, il buon dio non poteva farli nascere tutti con un cazzo decente e giusto, invece che grosso come il manico di un badile.

 

Il sergente al bordello

- A quei maiali era scappata prima la zia, poi la nipote, poi il Morbillo e quando avevano avuto notizia che sarebbe arrivata la madre avevano il prurito alle mani chè al sergente e al suo superiore dopo la storia del Morbillo avevano fatto trangugiare il fiele del fegato. Prima se l’erano sentite per l’incredibile storia del Morbillo scappato proprio sotto il loro naso e dopo qualche giorno, ne aveva sentite altre perché la padrona , non solo la superiora del bordello s’era davvero nauseata per quel macellaio. Troppo, Troppo! Troppo nonostante la paura. Sai, capitò quel che capitò e poi lei che aveva dovuto passare i giorni a curare quella devastazione! La disperazione sua e delle ragazze.
- Piangere alla mia età, dopo averne viste di tutti i colori in questo paese violento, sanguinario, disgraziato… E dire che questo è un bordello medio, ben tenuto e pulito. Ma un sergente così, una anima così perversa… Quando sono andata all’ospedale ho visto il disgusto anche negli occhi dei medici… e la paura delle due ragazze …Capisce avevano paura a parlare con me, a dirmi qualcosa, a farsi vedere…. Chissà cosa pensavano che avessimo fatto per una lezione del genere. “Bande speciali” dicevano fra loro sottovoce… “Polizia? No! Polizia no! Impossibile. Questi lavori loro non li fanno, li fanno fare agli altri, ai paramilitari”, giornalista. La feccia peggiore.-
- Volevano farle parlare… e proprio quelle più ingenue che s’erano vantate di aver dormito e parlato col Morbillo. E quel sergente, quel porco, le aveva incoraggiate accondiscendente a un parlare leggero e confidenziale. E come era il Morbillo? E come suonava il Morbillo?! E la storia delle zanzare e quella delle seghe. Solo seghe? Si, solo seghe. Avevano ridacchiato le due ingenue. Perché ridacchiavano? Il sergente non capiva perché ridacchiavano E loro a ridacchiare di nuovo “Per fortuna, signor sergente perché il Morbillo aveva un coso sproporzionato!”, “Aveva un coso sproporzionato il Morbillo? E forse era proprio per quel motivo che quell’anima buona non voleva far male”, “Far male?”, “Così per dire sergente, qua una se ne deve pigliare pure di più grossi, purtroppo, veri errori della natura, scappano anche le mogli se riescono… Ma quanto era quello del Morbillo canterino? Così? Più grande? Più lungo? Allora così! No? Neppure? Più piccolino? Allora così? Si, proprio così. Avevano riso tutti assieme e stabilito con cura la dimensione e la lunghezza. E avevano di nuovo riso, con quel sergente così alla mano e simpatico.
Poi aveva chiamato una guardia. “Procurati un manico così!” aveva detto e aveva fatto segno con le mani: “Così vero?” s’era voltato verso le due con le quattro dita messe a cerchio. Le guardava e sorrideva il maiale. Aveva risposto “ Signorsi!” la guardia mentre le due meschinelle adesso avevano capito di colpo, vedendo quel gesto e quel ghigno. Erano impallidite. Bianche come lenzuola. E l’altro ad allargarlo sempre più quel ghigno e a spegnerlo di colpo quando era arrivato il manico di un attrezzo e aveva dato gli ordini al suo aiutante, sadico come lui, di farle godere come dio comanda quelle brave figlie di Maria. Mamma mia! Mi vengono ancora i sudori freddi a pensarci. E il terrore di quelle poverette. Violentate lì, presente il tenente in piedi e presente io, perché mi sorvegliava il tenente e, anche se non l’aveva detto, non ci voleva mica qualcuno che lo dicesse che dovevo stare immobile come una statua e guardare tutto dall’inizio alla fine. Tenere gli occhi aperti, non muovere lingua e vedere tutto, proprio tutto perché mi rimanesse impresso ben chiaro e per sempre cosa toccava a chi aiutava i banditi.

- Due giorni. Arrivarono dopo due giorni ma pieni di rabbia e pronti a scannarti…Già non fu niente facile quella volta, ma si sa che tutto dipende dal gendarme che li comanda e quella volta… Certe volte i poliziotti nei bordelli li calmi facendoli scopare ma solo se il capo lo permette, perché se non capita diventano come lui. Se li dovettero prendere lo stesso i loro aggeggi, ma con cattiveria…. Con crudeltà… Voleva devastare, quel sergente! I corpi e le anime. Un sadico, un sanguinario, un pervertito! A un certo punto sembrava che volesse ammazzarci tutte.
Il fatto è che erano imbestialiti, anzi era imbestialito il sergente perché il Morbillo gli era scivolato fra le mani, mentre loro vivevano tranquilli come pasque perché ci avevano dentro la spia. Chissà chi era? Una ragazza? Una delle ragazze o una delle serve? Qualcuna la trovano sempre da ricattare.
- Ma loro sapevano che voi…
- No! Per fortuna non lo sapevano allora né lo seppero mai anche perché lo facemmo sapere a tutti di metterci in sonno e di lasciarci in pace, anche se non ce n’era proprio bisogno perché ci pensarono quelli come Pitagora a diffondere che la casa era tabù.
- E a lei fece qualcosa?-, -A me? Non basta quello che fece?
- L’ultimo giorno ebbi davvero il terrore che mi volesse squartare: “Dicono puttana che anche tu qualche volta la dai la tua bernarda” mi dice ghignando Poi mi guarda a lungo, lo schifoso, mi apre davanti facendo una smorfia, mentre io ero lì ferma davanti a lui con la camicia e il reggiseno strappati e penzolanti. Spaventata giornalista?! Terrorizzata! Sicura che fosse la mia ora “Almeno che sia un colpo” pregavola Madonna“Fa che sia un colpo!” Ma gli tenni testa e rimasi salda, in piedi, immobile. “Donna superba e altera” mi dice lui “ma pur sempre lurida puttana. A chi la vendi la merce? A quanto puttana?… La più cara, mi dicono” Poi si ferma aspettando qualcosa da me. Forse vuole che faccia io un passo e m’inginocchi a succhiarglielo… per poi tagliarmi la testa. Questo pensai e, come lo pensai, non so come, ripresi coraggio. Così continuai a guardalo. “Non dico proprio niente” mi dicevo “se vuole un pompino mi dovrà prendere per i capelli e farmi inginocchiare a forza. Così avevo deciso e invece lo affronto “Sì! E’ vero. L’hanno informata bene sergente: la più cara” Allora lui si alza e mi prende davvero per i capelli e comincia a farmi abbassare fino a che sono in ginocchio, poi si ferma. “Si vede che ci sai fare, tenutaria” mi dice con disprezzo, “visto che la tua merce vale ben poco. Mi fai schifo” Poi mi lascia e se ne va con tutti i suoi.

- E non te lo sognare neppure adesso, giornalista, di cercarlo quel sergente perché non sai cos’è il terrore e lui è sempre lui. Non ti farebbe uscire vivo. Lui invece è sempre lo stesso sadico…Perché c’è sempre bisogno di gente come lui in questo maledetto paese. Qualcosa è cambiato ma non per noi… non la povertà e la violenza.
Certo non è come allora quando la gente spariva e ritrovavi i corpi a pezzi in qualche discarica. Non si pigliavano neppure la briga di nasconderli chè anzi lo facevano apposta perché lo vedessero tutti come si può finire per un respiro di troppo. Certe volte trovavano solo la testa. Eppure si viveva, sai, e nella casa ci si divertiva. Si cantava tutte le sere, si beveva, si chiacchierava…Non sentivamo neppure più le bombe… ma noi esseri umani siamo fatti così…ci si abitua alla morte per non morire.

-…Lui il sergente fu ripreso e degradato ma non certo per quello che aveva fatto a noi…e in ogni caso fu una burla, santo dio… Io andai dal colonnello perché con quello che intascavano, il patto non scritto era che dovevano proteggerci. Ci andai ma tremando come una foglia ma fu la rabbia a darmi il coraggio. “Ma come, dissi al tenente, io ho fornito le ragazze migliori e siete stati contenti, “E chi contenti?” … E allora dimmelo “chi contenti? Gli dei?”
Ebbi la sicurezza in quel momento da come mi guardava gelido che avevo fatto una follia. Odio e disprezzo. Io, una puttana, da lui!? Da un colonnello? A parlare e vantare chissà cosa. Che schifo e che mondo degradato. E me lo disse pure. Io che avevo dato? Io che avevo dato? Le ragazze ? I soldi? Che schifo, il mondo sottosopra. Gente come me non dava proprio niente. Niente! Niente di niente! Feccia. L’arma disprezzava dall’alto della sua maestà e della sua etica.

- Quando tornò era distrutta, giornalista, E tu sai che vuol dire sentirsi così? Vuol dire quello che disse lei : “Prepariamoci al peggio” Chiudere? Scappare? E che possono fare delle puttane, dei relitti, delle immondezze? Perché questo eravamo diventate di colpo. Delle immondezze da spazzare nella discarica. Prima eravamo la gente della Casa Bianca. Ma da quel momento, solo immondizia da cui liberare il paese.

 

L’arrivo della madre

Non erano passati due mesi quando arrivò quella notizia che in una caserma era stata violentata mia madre. Capisci giornalista, io la detestavo quella donna, ma uno stupro no! Fu come se calasse una tenda nera sul cuore. E non erano neppure venuti subito a dircelo. No! Il messaggero era andato al comando sotto quella tenda da circo coperta da sabbie mimetiche, presentandosi al grande, supremo capo, al contadino, al capo mitico come se fosse una faccenda sua. Sai che gliene poteva fregare a quello di una donna stuprata in una caserma quando quelli ne stupravano tutti i giorni.
Aveva fatto davvero poca strada dall’aeroporto, perché quelli erano già tutti lì in borghese ad aspettarla. “E’ entrata in dogana, a quanto mi hanno detto, e i finanzieri frugate le valigie hanno finto di trovarci qualcosa. Così l’hanno bloccata e separata dagli altri”

“Fanno sempre così, figlia di Chela, mi ricordo d’avergli detto: fermano i sospetti, li separano dagli altri in modo tale che nessuno veda o sappia qualcosa. Al massimo dopo un giorno, un mese o un anno arrivano dai paesi d’origine le perentorie richieste di chiarimento dei diplomatici. Ma sai quanto se ne fregano quelli: chè poi sono tutte da ridere queste “Perentorie richieste di chiarimento” che mandano dall’Europa. Come se dicessero “Adesso, poche storie, fuori il delitto, altrimenti…”, Altrimenti cosa? Altrimenti niente e basta! Sono pure patetici i vostri diplomatici.
Comunque di qua rispondono sempre cortesemente. “E’ stata fermata all’aeroporto? Strano, a noi non risulta” E tutto finisce lì, anche se un’altra richiesta ancor più perentoria arriva perché fa parte della demenzialità della diplomazia. E allora rispondono: “Strano!.. Può darsi… Faremo ricerche! …Avete testimoni da indicarci?” E le fanno davvero queste ricerche perché una risposta arriva sempre “A quanto risulta dalla nostra indagine ecc. ecc., il tale vostro concittadino è stato fermato per un’ispezione e successivamente, rilasciato. E dopo? Chi lo sa? Questi turisti vanno a infilarsi nei pasticci più strani e con la feccia peggiore per provare chissà quali emozioni. Il che è come dire “Ma insomma mica siamo le loro balie!” E li ricercano davvero i testimoni ma solo perché non se lo sognino proprio di fare i testimoni.
“Comunque una volta dentro alla stanzetta l’hanno presa e portata in una caserma di quelle che non hanno neppure indirizzo e lì…”, “E lì?”, “E lì l’hanno sistemata per le feste perché ne avevano di fiele da scaricare. E poi quelli non erano poliziotti normali …anzi lo erano prima, ma poi sarà arrivato qualche ordine dalla polizia segreta…. Insomma avevano tenuto d’occhio il Morbillo e quello li aveva fregati; la cugina non era stata neppure individuata e, quando seppero che era la nipote della Chela, era già coi ribelli.

Se la sono passati tutti a turno. Non una parola se non Dov’è sua figlia? Dov’è il Morbillo? Non lo so, non lo so; E allora che c’era venuta a fare con tutti quei chilometri in aereo? A far la turista? Vuol far credere, la signora, che è arrivata qui senza un indirizzo?… Ci prende per scemi?… E una volta arrivata qui, cosa credeva di fare? latravano all’inizio quando era ancora ‘la signora’ Ma poi entrò una recluta che la buttò sul tavolo, le strappò le mutande, la denudò e cominciarono a chiamarla puttana: “Dimmi puttana dov’è quella puttana di tua figlia?… Succhiami il cazzo puttana” Ed erano in tre, lei in ginocchio con la pistola puntata sulla testa, uno col cazzo sudicio, gli altri due che la tenevano per i capelli e lei che doveva succhiare.

- Fu la prima volta che vidi piangere quella pazza. E non solo disperazione. Urlava contro i militari, terrorizzata e voleva scappare.. Scappare! ma da dove? “Assassini, selvaggi!” gridava “Via da questo paese maledetto! Via! Via!” perse il controllo e si mise a tremare, a schiumare come una …”, “Un’epilettica?!” lo aiutai. “Si, un’epilettica. Credo che solo in quel momento abbia toccato con mano la sua situazione. Noi uomini siamo strani. Dove viveva prima quella donna? In quale fantasia? In quale illusione? Era stata cieca e sorda ma come aveva potuto?
- E la zia? -, – L’Ardea era una statua di sofferenza, mala Chelaera preparata a tutto. Forse aveva compassione della nipote o forse neppure, visto quanto la disprezzava. Erano fatte di un’altra pasta.

Fu il Morbillo a prendere l’Ardea e portarla via, non so cosa si dissero sotto la tenda, ma se conosco il Morbillo c’era solo una maniera per lui per farle capire che le era vicino. Il Morbillo? No! lui non aveva avuto reazioni. Una statua come la madre. Ma lui accovacciato era grande e informe. Una montagna scura!…Chi ci capiva niente di quell’essere….poteva essere assente, vuoto ma anche una montagna di dolore.

La figlia e la madre

La figlia si riprese presto e si mise a inveire contro l’imbecillità della madre. “Ma cosa è venuta a fare, quella cretina?” E senza volerlo, ripeteva le stesse parole dei carnefici, ma almeno lei lo sapeva che quella poveretta era arrivata lì come una stupida.
“E adesso dov’è mia madre?” Nessuno lo sapeva “Ma lo sapremo presto” le dicevano – Quelli vogliono che voi lo sappiate, cosa credi!.. Vi vogliono giù a far la pazzia! … Tentare di liberarla mentre loro vi aspettano. ….Vedrai, nipote di Chela, vedrai che qualcuno presto salirà a riferire che ha saputo ecc. ecc. Sai noi abbiamo le nostre spie laggiù e loro hanno le loro quassù. E quando una viene individuata prima di saldare i conti la si spreme proprio per questi servizi.

- Ti posso aiutare. Quella spia vive ancora e la conosco.
- L’hai offerta una limonata al signor giornalista? Glieli hai messi i cubetti di ghiaccio? Ma sì, stai calmo, lui sta bevendo, bevi anche tu – Il cieco bevve; lei mi chiese se erano davvero pericolose. “Pericolose? E che ne sapevamo noi della truppa. Vede, i rivoltosi entravano nel Cifas per odio, perché gli avevano ammazzato il padre, perché volevano star da quella parte e anche quelli delle bande fasciste lo facevano per odio, per difendersi. Ma noi militari che venivamo presi nell’esercito mica ci andavamo per qualche motivo. Così ci indottrinavano e ci insegnavano a odiare. Santo dio, basta che ricordi perché mi torni la paura e il disgusto. Te le dicevano e poi te le facevano fare quelle cose mostruose come schiaffeggiare, colpire le teste col calcio dei fucili, sgozzare col machete e fucilare. Quella di alzare le gonne e violentare le donne per spregio era proprio nulla confronto al resto… per questo non ricordo bene quegli episodi. L’Amaio le ha detto che io ero al bordello e poi a ricevere la madre all’aeroporto? Se lo dice lui sarà vero…. No! Adesso posso dirlo che non erano pericolose, perché le cose sono andate come sono andate. Ma allora quelli credevano il contrario e avevano mille ragioni perché c’era di mezzola Chela, che era davvero una leggenda e un’altra possibile Chela – Il cieco si passò il fazzoletto sul volto.
- La notte è come il giorno per lui e patisce il caldo – dice la moglie carezzandogli la testa. – Un sadico quel sergente ma ce n’erano tanti come lui nel gruppo e neppure mio marito sapeva quello che aveva combinato quel bastardo. E poi sono militari no? – Era impallidita la moglie… – Dicono che i carabinieri abbiano massacrato qui in città e nei villaggi…villaggi interi  massacrati …e non c’è proprio da dubitare, se a comandare c’era gente come lui. Vede quanto ci soffre mio marito. Insudiciare l’esercito in quel modo e i soldati come lui…
- Per quelli che non ubbidivano non aveva nessuna pietà anzi ….li lasciava ai ribelli – Cominciò a raccontare il cieco, ma poi intervenne il figlio – Basta! Basta papà, ti caccio via io, giornalista, se non muovi le chiappe – Il cieco protestò e la moglie se ne andò in un’altra stanza. – Suo figlio ha paura per voi o è solo perché è un militare?-, -E’ che stanno cercando di riprendere l’onore del corpo e vorrebbero seppellirle quelle vergogne – dice la madre – E che possono farci ancora gli uni e gli altri? dice il cieco. – ma tanti macellai sono rimasti anche dopo. Non mi chiede perché?- ansimò il cieco mentre la moglie scuoteva la testa. – Calmati, santo cielo.-, -I rivoltosi non erano mica da meno … prima passavano gli uni e poi gli altri …E chi era soldato da allora vive come vive, con dentro la testa tutto quello che ha visto degli uni e degli altri.
- No! No! – Interviene il figlio militare; poi si avvicina al giornalista. – Lasci che parli, lo so che non sta parlando di quegli episodi che le interessano, ma ci arriverà. Lui parte sempre da lontano perché vuol far capire come si trovavano loro, i soldati, l’esercito e quanto furono disonorati da chi li comandava – mi sussurrò all’orecchio.

Non sapeva come chiederlo il giornalista anche perché c’era il figlio militare e così lo chiese alla moglie dopo il tè, mentre i due, padre e figlio, erano sul balcone a prendere l’aria della sera e a parlar fitto. Così la prese alla lontana. Era contento il padre che il figlio facesse quel mestiere? Oh, stava però dicendo lei, Ma lei è venuto per chiedere di quella povera donna…mi dispiace …sa lui forse non ricorda neppure …-, -Oh! L’ho capito, l’ho capito che in tutto quel dramma, i singoli episodi scompaiono …-, – Lei mi ha chiede del padre se è contento che il figlio è soldato!?.. Sì lo è. Suo padre era militare e suo nonno pure: ce l’hanno nel sangue, mi creda, quel sentimento di servire la patria con onestà, con rettitudine…pure lui, mio marito, si sente ancora militare con quello che gli hanno fatto…-, – Ma chi glielo ha fatto?…-, -Sa cosa chiede lui al figlio? Che l’esercito si riscatti… Non glielo hanno detto? Divenne una spia del Cifas con quell’esercito di maiali e di assassini. Loro lo scoprirono ma non lo arrestarono subito. Serve di più una spia conosciuta, certe volte e infatti servì subito. Fu lui a far sapere di quella madre e fu lui a comunicare al Cifas dov’era. Loro volevano questo e lo lasciarono fare poi quel bastardo lo arrestò.
Non tornò a casa quella sera e non riuscimmo a sapere nulla, quando arrivò non aveva più gli occhi. Lui mi disse di non piangere perché era stato un uomo d’onore: – Gliel’ho urlato in faccia a quel pazzo che era solo un animale. Gliel’ho detto che glielo leggevi in quegli occhi da assassino – Si è messo a ridere, quel bastardo, e me li ha fatti cavare, ma non mi pento Maria – Così mi ha detto.

 

L’abbandono del campo

- Viziata, superba e borghese – dicevano – Anarchica e basta. Li avrebbero cacciati in ogni modo se non peggio. – Neppurela Chelala sopporta – dicevano – Se ne deve andare – Ma qualcuno faceva pure con la mano il segno del machete.
Anche nel consiglio si parlò di farli fuori ma poi decisero che anche loro odiavano e combattevano i governativi. Fu il prete a difenderli “Uccidere in guerra è atroce ma così è una mostruosità” Li espulsero – Grosso errore, non ammazzarli – borbottarono in molti. – Comandanti senza palle. Espulsione? E’ solo libertà di andarci a tradire domani stesso o fra un mese o fra un anno?-
- Così si decise e loro non dissero parola. Ne loro néla Chela. IlMorbillo parlò con la cugina, poi si isolò a suonare quello zufolo che s’era fatto.
Ma poi di notte si mosse e andò dalla madre. Non gridarono ma non s’abbracciarono soltanto, secondo la sentinella, che non usò il machete solo perché non era sicura. Ma se è successo che schifo! Voi europei siete malati, degenerati, non rispettate né dio né gli uomini.

Ridacchiò: dici che parlava disgustato degli europei. Ma tu sei europeo no? E che razza di europeo sei? Mi guardava fisso negli occhi irridendo. Ma gliel’hai detto che anche tu lo pensavi: che schifo! Che vomito! E il machete? T’è venuta anche a te la voglia di usare il machete? Magari no! Perché ne hai già dovuta ingoiare di merda della famiglia. Simpatica la famiglia! Estrosa, addirittura divertente. Ma solo quando mostra il culo al giudice… Poi arrivano le stranezze che saltano il confine, il muro, il peccato cattolico o peggio ancora e allora? E’ ancora simpatica la famiglia? Tu fai segno che no! Che il machete no! Assolutamente.
E già, santo cielo, sei un giornalista mica uno spazzacamino o un pizzaiolo. Sei colto, hai letto Voltaire o, se non l’hai letto – e credo proprio di no – almeno qualche Bignami. Santo cielo sei un giornalista e i giornalisti li hanno letti con coscienza i Bignami perchè altrimenti, come riuscirebbero a diventare giornalisti?
- Perché questa filippica?
- Me l’hai detto tu qual è la funzione del giornalista fra l’ignoranza del basso e l’inconcepibile dell’alto. Natura e cultura e in mezzo il giornalista letterato che traghetta la sapienza e un po’ di buon senso quando ci vuole. Come quando quel Galilei s’era messo in testa di divulgare al mondo che la luna aveva i bitorzoli. E allora mica uno, dotato di un po’ di buon senso, può raccontarle quelle scemenze. Muori dalla voglia di fare cosa fecero? Ti eccita? Ebbene! E se anche fosse? Oppure il Morbillo, visto l’animale che era, sentì lo sfregio come naturale? Oppure piacque anche a lei? Oppure dentro di sé, nonostante quel che diceva, soffriva per avergli ammazzato il padre come un cane? Oppure non successe proprio nulla e le sentinelle videro quel che volevano. Una cosa è certa: che in un campo di guerriglieri, dove c’era un altare con tanto di tabernacolo e messa tutte le settimane, una cosa simile, anche il solo dubbio era intollerabile. Soddisfatto? Pensi chela Chelaabbia goduto? Irrideva l’Ardea, ma faceva anche pena.
Il giorno dopo le guardie riferirono ai capi che non volevano crederci perchè era troppo, decisamente troppo per loro! Un abominio, un vero abominio lì al campo dove c’era l’Altare. Una stregoneria, una contaminazione. Un atto dei ricchi contro i poveri. “Ma pure ai governativi farebbero schifo!” Fece notare il capoguardia “Li sgozzerebbero come dovremmo fare noi. Per fortuna il capo non voleva crederci perchè conosceva i suoi polli che di notte vedevano fantasmi quando bevevano e anche quando non bevevano e poi qualcuno consumava i funghetti! E poi era pure lui stato di sentinella e sapeva come potevano andare le cose.. “Sono tutti diavoli, ci disprezzano e ridono di noi”, “Ela Chela?” Già c’era il problema della Chela e degli altri.
E come no!La Chela! Un mito, un’intoccabile Questo rafforzava il dubbio, tanto che il grande capo mando l’Amaio per indagare e sentirela Chela. Propriolui che conla Chelaaveva passato vent’anni di guerre, sogni, sofferenze e dolori. Ma non ci fu problema perchéla Chelanegò e il gruppo divenne nervoso.

La discesa

Si scendeva ormai da tre ore in quattro quando la guida scoprì l’esercito salire “Stanno venendo quassù!”
In quel momento la notizia era già sicuramente arrivata al campo, dove l’allerta era perenne e arrivava fino in città.
- No! Non avemmo problemi. L’unico per loro ero io che continuavo a imprecare contro i rivoluzionari, tanto che le due guide che venivano con noi, non certo perché il Cifas ci volesse dare una scorta, a un certo punto non mi ressero più e cominciarono a chiamarmi cagna. “Stai venendo fuori per quello che sei!” latravano “Solo una cagna ricca” Dovette intervenire il Morbillo a muso duro…Così noi prendemmo una strada e uno di loro un’altra. Prima voleva scendere per i fatti suoi ma poi decise di tornare lassù per ricongiungersi ai suoi. Diceva di aver fatto la peggior cosa della sua vita e si sentiva un traditore. L’altro, il Pecuo, non lo seguì e l’Ardea non ne fu sorpresa “Uno dei due deve pur rimanere per spiarci” sussurrai al Morbillo “O per ammazzarci… Diventeremmo troppo pericolosi se ci catturassero.
Ce ne stemmo fermi per un’ora supini a guardare col binocolo. Il Pecuo, continuava a dire “Brutta decisione quella di tornare” e continuava a seguire  l’esercito che avanzava e il suo compagno che li precedeva. Sperava che ce la facesse ma tremava per lui “Se cerca di tornare e ricongiungersi non ce la fa…deve attraversare tutto il canalone dove sarà allo scoperto… potrebbe aggirarlo…ma quando arriverebbe lassù?”, “Ce la farà?” chiese il Morbillo “Lo spero” Presto lo perdemmo di vista e continuammo a rimanere fermi mentre sopra e sotto tutto si stava movendo. L’esercito continuava a salire di corsa per la pietraia e la sua avanguardia non era a più di due ore dal campo
Il Pecuo che conosceva quelle montagne come le sue tasche, ci fece accucciare fino a che non fu sicuro dei movimenti. Poi ci muovemmo di lato verso il grosso dell’esercito che era ancora lontano. Scendemmo allontanandoci dall’avanguardia quasi volessimo entrare nelle loro fauci, poi ricominciammo a salire dalla parte opposta. Insomma quando venne la sera eravamo in una valletta invisibili anche agli elicotteri con gli infrarossi. Montammo la tenda, sotto una rupe, la coprimmo di frasche e dormimmo a turno.
Ripartimmo il mattino presto mentre dalla parte opposta della valle stavano sparando. Arrivarono anche gli elicotteri e un aereo ci passò proprio sopra, ma andavano tutti verso la montagna a sparare e sganciare bombe mentre le truppe stavano salendo da tre parti. Il Pecuo puntò il cannocchiale verso i due passi. “Si vede fumo salire anche dall’altra parte” disse scotendo la testa scoraggiato “E’ un attacco in forze?”, “Lo è, lo è, ma a quest’ora i più si saranno sganciati e quelli stanno sparando al nulla. “Ma di lassù rispondono, Pecuo. Non sparano al nulla di sicuro” Il Pecuo alzò le spalle. “Oh, è normale e previsto, lo sapete bene anche voi che una parte rimane sempre dietro a proteggere il grosso per poi sganciarsi.” Poi non se ne parlò più perché non c’era altro da dire.
Camminammo fra i pini bassi e radi, affondando gli scarponi in una specie di sabbia rossa. “Polvere” disse il Morbillo quando ci fermammo per farla uscire dalle scarpe. Il Pecuo ci indico un punto sulla cresta, dove si affacciava un cane selvatico. “Ci segue da almeno due ore e non è solo” Ci fermammo a guardare e presto se ne affacciarono altri tre mentre altri camminavano sulla cresta. “Li ha spinti la paura e si radunano assieme”, “Pericolosi?”, “Forse… Quanti saranno fra un po’? Venti? Trenta? Affamati, nervosi e noi non possiamo sparare”, “Che facciamo allora?”, “Andiamo verso gli spari e non ci seguiranno.
Andavamo avanti fino a che il Pecuo si fermò: “Adesso bisogna decidere perchè cominciano i campi e la gente. Non si può più procedere a caso” In realtà il Morbillo seguiva me che cominciavo a star male. Sai dove volevo essere in quel momento? A casa, nel bel paese, nella nostra grande casa. Quella notte avevo avuto una crisi di terrore a pensare a tutta quella distanza. Capisci? Una vertigine improvvisa, nausea, una disperazione di essere perduta per sempre.
- C’era pure la delusione, la caduta?
- Delusione? …caduta? – Ripeteva sospirando quasi parlasse a se stessa e ripetesse quelle parole per trovare un filo. S’inalberò e diventò la solita Ardea…- Ti piacerebbe, giornalista che ammettessi delusione e caduta. Che confessassi un bel fallimento. La pirlona che deve fare due o tremila chilometri di fame e terrore per poi capire che è stata una enorme cazzata. No! Non fu così neppure in quei momenti. E neppure fu un viaggio alla ricerca di me stessa. A voi piace dirlo che uno gira per il mondo cercando chissà cosa, l’araba fenice o il Santo Graal e alla fine, scopre che il Santo Graal è una cacca, che la fenice non esiste ma che l’essere brancolante ha ritrovato se stesso. Un viaggio spirituale insomma, una variante di quelli che partono per l’India o per i monasteri del Tibet.
“Si decise che andasse avanti il Pecuo. Il Morbillo suggerì di  chiedere ospitalità al bordello dove si era fatto tanti amici e il Pecuo fu d’accordo. “E’ quello che pensavo” assentì “Ma in questo paese tutto cambia da un giorno all’altro. Maledetti macellai, a loro nessun posto resiste, proprio nessuno” Il Morbillo s’oscurò “Dici che può essere successo qualcosa…. Sono arrivate notizie?”, “No! non sono arrivate… Almeno ch’io sappia” rispose lui “Calmati Morbillo! Le tue mignotte sono salve e al sicuro. Chiudono un bordello, quei fetenti, ma quelle le trasferiscono in un altro. A meno che ci sia implicata la tenutaria. Perché allora sono cazzi acidi” La cosa non rassicurò affatto il Morbillo, che si mise a guardare la valle. “Ma tu, figlia di Chela, e lui dovete fermarvi sotto un tetto. Non potete mica stare quassù…. Senti Morbillo c’è una casa vecchia di mattoni abbandonata a tre o quattro chilometri. Lì sarete tranquilli perché i contadini dicono che è abitata dai fantasmi. Ci sono ancora gli scheletri dentro. Un giorno era scoppiata una bomba davanti alla prefettura giù in città e chissà come i governativi furono informati che alla miniera c’erano sovversivi e che quella dinamite poteva arrivare di là. Non che ci credessero quei bastardi ma mandarono subito una camionetta. Nella casa c’erano gli uffici della miniera e i guardiani armati per proteggere la cassa. Arrivarono quattro soldati su una camionetta, saltarono giù con le armi spianate, entrarono negli uffici, uccisero tutti e se ne andarono. La vecchia, che me l’ha raccontato, trema ancora; lei costruiva ceste e li vide entrare e uscire come fantasmi, ma nessuno voleva crederci a quella follia.
La troverete ancora la vecchia e ve lo racconterà di quel giorno. Allora aveva vent’anni e quasi impazzì. Forse impazzì davvero; in ogni caso oggi tutti pensano che quei militari non fossero governativi e neppure uomini.
Allora c’era un paese, un’osteria, un alberghetto e uno spaccio e raccontano che un’altra camionetta s’era fermata all’imbocco. A far che? I militari non agivano in questo modo insensato e neppure le bande; quelli arrivano, sparano, ammazzano, torturano e fanno spettacolo, ma non scappano di sicuro in quel modo. No, non sembrava proprio l’esercito; sembrava piuttosto una vendetta… gente mercenaria o peggio ancora”, “Come, peggio ancora?”, “Diavoli, spettri… per la gente di qui, quando qualcosa non quadra, saltano sempre fuori gli spiriti…. Oltretutto sia le bande che i militari negarono tutto e anche questo non è un comportamento da loro.
La vecchia adesso ha ottant’anni…”, “Ma allora non era in questa rivoluzione!”, “No! Non era in questa. Quelli che adesso mandano su i soldati a macellare i ribelli, allora erano i ribelli che promettevano mare e monti al popolo. Sempre così in questo maledetto paese.”
“Già e non ve lo chiedete mai perché va sempre a finire così, voi che fate la rivoluzione coi preti e trattate le donne come i cani di casa”

La vecchia alla sera parlava coi teschi e i loro spiriti “Capite perché non mi sono sposata e non mi son fatta una famiglia. Capite perché nessuno mi ha voluta. Loro mi hanno tenuta qui perché dovevano parlarmi nei sogni e ancor oggi piangono e m’implorano di non lasciarli soli … Mi dicono che, se li lascio, arrivano e li mettono sotto terra dove c’è sempre buio. “Noi siamo stati peccatori e siamo morti all’improvviso. Capisci ragazza nessuno ha avuto tempo di pensare a dio e di pentirsi… Anche se non erano grandi peccati, dicono, dobbiamo scontarli su questa terra”, “Chi arrivano?”, “I demoni neri!… Quando sorge il sole si mettono in moto e ricominciano a lavorare negli uffici della miniera come hanno sempre fatto. Ma quel giorno c’erano gli impiegati, tre minatori per le paghe, la cuoca e le guardie. Le guardie rimanevano sempre lì quando c’erano i soldi delle paghe, ma adesso che non c’è più nulla da proteggere, tutte le mattine partono per la miniera.
“Ma chi li ha uccisi? I governativi?
“No! No! Non erano governativi. Lo capimmo subito tutti che qualcosa non andava in quel disastro. C’era stata un’esplosione laggiù a quella banca, è vero, ma i governativi, quando arrivavano, circondavano rastrellavano e poi interrogavano. Ti torcevano le dita, ti massacravano di botte, ti mettevano nudo, ti bruciavano con le sigarette fino a che parlavi che tu sapessi qualcosa o no. Alla fine ti uccidevano e ti buttavano. Ma lo facevano davanti a tutti dopo un discorso del sergente o di chi comandava. Così fecero con mio zio; ma almeno lui era davvero un ribelle: lo impiccarono e lo bruciarono per far vedere a tutti come finivano i ribelli. E massacrarono mezzo paese perché noi, allora si abitava sulla montagna, dove c’erano i ribelli e loro dicevano che li aiutavamo…. Così cominciarono a sgozzarli uno alla volta come si fa con i maiali. Passavano il coltello sotto la testa e il sangue sprizzava come una fontana… uno dopo l’altro… e tutti noi a guardare mentre interrogavano e massacravano per poi metterli da parte:.. a “meditare” dicevano. Quella volta, dopo tre giorni, nella notte, arrivarono i ribelli. Sgozzarono le guardie e passarono casa per casa dove dormivano i militari, sgozzandoli tutti. Salvarono solo il sergente e due giubbe per processarli.
Ma non li processarono subito. Prima portarono di nuovo tutti noi sulla piazza e all’alba cominciarono a interrogare il sergente e i due soldati su chi aveva fatto la spia. I due soldati non sapevano nulla e il tenente, sperando che da sotto arrivasse l’esercito a salvarlo, tenne tutte le torture, solo quando, mezzo morto, capì che nessuno l’avrebbe salvato, chiese un prete “Solo se parli” gli fu risposto e lui parlò. Così noi tutti venimmo a sapere dei traditori e i ribelli. Ammazzarono il tenente, i soldati, i traditori e le loro famiglie. Due donne giovani a cui non era rimasto nessuno se le portarono” Alzò le spalle “Succedeva sempre così”
Questo succedeva allora e questo succede adesso, ma qui alla miniera fu tutto un’altra cosa tanto che pure il padrone, che era un bastardo, rimase disgustato e disse che non ci vedeva chiaro. “Impossibile!” diceva mentre camminava torcendosi le mani. “Impossibile! Senza senso! Un omicidio! Degli impiegati! … i miei impiegati!” Non voleva crederci e alla fine si fece portare in città “Mi sentiranno” disse a tutti noi. “Non sono mica l’ultimo pezzente. Mica può arrivare qui un sergentino e sputare su me e sulla miniera” diceva asciugandosi il sudore.

Tornò due giorni dopo e volle parlare a tutti. Disse che sarebbero arrivate le guardie e che i governativi non c’entravano proprio con quel massacro. “E’ saltato su dalla sedia, il generale, e ha fatto saltare colonnelli, tenenti e sergenti e li ha fatti mettere sotto il torchio. Chi era uscito quel giorno? Con che consegna? E quali i rapporti? Ma non erano stati loro. No! Non c’entravano i governativi. Che anzi saltò fuori che una visita alla miniera per indagare era già stata programmata ma ancora non l’avevano fatta, perché avevano altre piste più roventi.
Non la finiva mai di raccontare la vecchia mentre intrecciava i cestini. Poi partiva col machete a tagliare i rami e tornava trascinandosi a fatica la fascina. Il Morbillo, vista tutta quella fatica, il giorno dopo l’accompagnò a tagliare. Ne fece due fascine enormi con la vecchia che saltellava felice e da quella volta ci andò da solo, mentre l’Ardea si mise anche lei a intrecciare come faceva la vecchia per sconfiggere quella depressione che le anneriva l’anima e quel paesaggio di aridità disperata.
Pure l’Ardea li sognava adesso quei contabili e quelle guardie. “Mi sembra di vederli anche di giorno … ombre che si muovono nella casa, che entrano e escono dalle porte. Sto diventando pazza anch’io” diceva al Morbillo quando erano soli. Ma rideva ancora l’Ardea di quei fantasmi e lavorava ai cesti mentre aspettavano, lei e il Morbillo, che tornasse il Pecuo con buone notizie per andarsene da quel posto senza senso. “Parlavano della rivoluzione e della madre dell’Ardea” Il Pecuo arriverà anche con notizie” diceva speranzosa e aveva ragione perché in quel paese tutti avevano le loro crudeltà e le loro spie.
Questo era lo stato dell’Ardea in quell’attesa, mentre la vecchia adesso s’era messa a ricordare i giochi di loro bambini sulle montagne quando era ancora lassù senza sapere nulla dei governativi e dei ribelli. Venivano altre vecchie da lei e tutte volevano conoscere l’Ardea e l’indio suo marito che venivano da lontano per andare a chiedere una grazia al santuario.

“Sai indio vennero poi davvero i governativi per indagare sugli eventi della miniera ma scoppiò qualcosa lassù che seppellì minatori e governativi. Tutti i minatori scapparono sulle montagne e i pochi governativi si trincerarono col padrone e quattro donne indie in attesa dei rinforzi. Arrivò addirittura un generale quassù ma non trovò nessuno né qui ne nel paese. Allora fecero saltare la miniera e impiccare il padrone. Le donne Indie le portarono via chissà dove e non se ne seppe più nulla”
Perché non aveva mai raccontato quel finale la vecchia? “Perché una delle donne era sua madre mentre il padre morì nell’esplosione o scappò via….Comunque non è più tornato… né lui ne gli altri e lei non la racconta mai tutta anche se da giovane pregava per loro e diceva che erano vivi”

 

Un mattino presto, ricomparve il Pecuo su una vecchia automobile e si mise a urlare il nome dell’Ardea. S’affacciarono la vecchia e dopo un istante anche l’Ardea e il Morbillo. Il Pecuo salutò la vecchia e le fece segno che sarebbe passato dopo “Sto tornando lassù con altri due che mi aspettano più avanti e non posso fermarmi che per pochi minuti” disse il Pecuo. “Niente da fare per il bordello, cara Ardea, Lo sorvegliano giorno e notte i governativi…forse proprio perché aspettano voi. Ho parlato con Pitagora e mi ha detto che sono arrivati quando il Morbillo è sparito e hanno messo a soqquadro la casa. Adesso tutti hanno paura, ma Pitagora mi ha assicurato che in qualche posto vi sistemeranno di sicuro; appena l’avranno trovato, verrà lui stesso a prendervi. “Mia madre?” chiese l’Ardea “Verrà Pitagora e vi dirà tutto su tua madre, ma adesso devo andare compagni”
“Abbracciamoci!” disse afferrando prima l’Ardea e poi il Morbillo. Si baciarono e il Morbillo lo baciò sulla bocca. “Ci vedremo ancora?” chiese al Pecuo “Chissà? Salutatemi la vecchia” disse, accennando alla figura immobile “e ditele che devo correre. Fidatevi di lei” Il Pecuo si allontanò mentre due cani spuntavano dalla strada della miniera. La vecchia non li vide subito e il Morbillo corse verso di lei con un bastone. Poi la vecchia capì e prese anche lei una verga. Il Morbillo si voltò verso la cugina immobile facendole segno di venire. Ma l’Ardea pareva imbambolata. “Andiamo noi da lei” disse Morbillo alla vecchia che lo seguì scotendo la testa. “Sembrano soli ma girano a branchi…” diceva guardandosi attorno. I cani osservarono i movimenti dei tre e s’allontanarono. “Cominciano a far paura, non se ne sono mai visti così tanti e affamati…. chissà cosa farò quando ve ne sarete andati”, “Per adesso non ce ne andiamo” disse cupamente l’Ardea. “Brutte notizie dal Pecuo? Perché è corso via?”, “Si! Brutte notizie; doveva correre e forse non è che sapesse molto, fatto sta che ha detto di salutarti e che avresti capito. La vecchia rimane pensierosa mentre l’Ardea si sedette con le mani sulla faccia e pianse.

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