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Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – IV puntata

Il Cifas

Tirai un sospiro di sollievo quando me ne andai da quel bordello e lo tirarono pure loro, visto come andavano le cose. Lì dentro era il massimo della degradazione e la tenutaria cercava solo di barcamenarsi. Sopra tutti c’era la Chipa di mio zio, padrona della casa e del bordello che non girava nei piani alti ma doveva nuotare nel torbido territorio fra l’empireo dei generali e i salotti delle dame; silenziosa, servizievole e puttana ma potente pure lei alla fin fine, perché i soldi son soldi e la Chipa li aveva di sicuro moltiplicati a non finire in quella palude dove sgusciava come un’anguilla.
Comunque nel bordello la realtà non entrava. La tenutaria proibiva qualsiasi argomento che non fosse il bordello, i clienti, i vestiti, i santuari, le novele, le stoffe e le madonne. Erano tutte devote quelle puttane e nelle loro stanzette – quelle poveracce dormivano dove ricevevano i clienti – avevano tutte un altarino con madonna e candele, ma di politica e rivoluzione neppure un accenno, ché anzi il solo parlarne era multe e, se finivi appena fuori le righe, un bel calcio e via. Del resto di spie ce n’erano di sicuro sia tra i clienti che tra le mignotte. Non ci voleva molto in quel paese per trasformarti in spia; non dovevano neppure pagare, bastavano le minacce e le minacce erano una cosa seria.
Vivevano nel terrore quelle poverette? No. Perché? Chi lo sa come si difende la natura umana? … ma adesso basta! Non voglio andar dietro a queste cose… Non che lì dentro non si sentisse quello che succedeva fuori perché c’erano spari tutte le notti e le bande scorazzavano tranquillamente davanti alla casa, ma quanto a parlarne, niente giornalista, nisba, niet, nada.
Partimmo su una corriera per il Santuario della Vergine. M’avevano equipaggiata di immagini, santini, libretto da messa e m’ero studiata la vita della poveretta che aveva parlato alla vergine. Viaggiavo col mio nome, da sola, ma sulla corriera c’erano pure due del Cifas. “Non ti cambieremo nome nè ti travestiremo. Sarebbe una cazzata dopo che ti hanno fermato alla frontiera … E poi si sente lontano un miglio che sei straniera da come parli la lingua. Sei straniera e basta” disse la tenutaria “Sei arrivata, sei devota ed essendo arrivata sana e salva hai subito voluto andare al santuario per ringraziarela Santa Vergine.Non impressionarti perché è una cosa normale…In questo bordello ci vanno ogni anno tutte la ragazze”
In effetti ci fermarono dopo quattro ore di viaggio, ma andò tutto bene. cercavano armi, non le trovarono e sequestrarono pane, formaggio, salame e soldi …ma del resto quelli non hanno certo lo stipendio come in Italia e se vogliono mangiare devono arrangiarsi. E loro s’arrangiano fin troppo con quella divisa sacra. Comunque tutti tirarono un bel sospiro e non protestarono certo per quei formaggi.
Al santuario trovammo altri due del Cifas – pensa erano davvero andati in pellegrinaggio per un voto, ma quello lo seppi molto dopo quando già ero al campo – e appena buio partimmo a piedi verso la montagna. Marciammo per tre giorni con quei quattro armati di mitra che parlavano poco, camminavano truci, senza fermarsi e imbracciavano il mitra a ogni sospiro. Imparai a muovermi per i sentieri e uno mi istruì pure su ragni, scorpioni, serpenti e vespe col risultato che alla sera a momenti ero terrorizzata più dai serpenti e dagli scorpioni che dai governativi, ma, spaventata o no, mi addormentavo subito tanto ero sfinita, tanto i piedi erano a pezzi.
Al quarto giorno, approdati a una casupola del Cifas su una collina che dominava un villaggio, ci fermammo a riposare, a mangiare e a dormire fino al mattino quando, arrivarono altri due guerriglieri, che parlarono fitto con altri. Poi uno, il Pequo, mi disse che ci saremmo fermati: “Avrai il battesimo del fuoco, italiana, nel paese sta arrivando l’esercito, ma arriveranno anche i nostri e, quando saranno qui, circonderemo quei bastardi e li ammazzeremo tutti”
Ma non successe così. Due ore dopo arrivarono i governativi. Non so neppure quanti erano perché di là sopra si vedeva poco, ma di sicuro c’erano un camion carico di soldati e tre camionette. Spararono subito quei bastardi. Mentre si avvicinavano due contadini li videro e cominciarono a correre verso i campi, ma una camionetta li seguì e li uccise senza neppure pensarci sopra; poi entrarono nel paese e quei maiali spararono. A mezzogiorno c’erano già pianti, sangue e morti e cominciò il peggio.
Il graduato sapeva bene cosa cercare e, infatti, in un amen una ventina di persone furono portati sulla piazza e radunati al centro sotto il sole. Poi disposero tutti gli altri su un lato e piazzarono una mitragliatrice dietro un balcone. “Devono vederlo tutti cosa capita ai rivoltosi e a chi li aiuta” mi sibilò un cifas. I soldati, coi mitra, si schierarono ai bordi della piazza.
“Hanno colpito giusto. Qualche bastardo ha fatto la spia” stava bestemmiando uno dei Cifas “… Cristo, ma non arrivano i nostri?” L’altro Cifas guardava verso il passo con un binocolo e scuoteva la testa.
“Sai europea?” mi disse uno dei primi quattro “Non hanno neppure bisogno di spiate precise. Basta una voce o anche meno; basta che il paese sia vicino alle zone del Cifas perché arrivino e facciano un macello”
“E adesso?”, “Adesso uccideranno tutti quelli che hanno rastrellato al centro anche le mogli e i figli. I figli degli ammazzati sono dei ribelli sicuri…”
Intanto laggiù il sergente stava parlando col megafano, diceva qualche parola ai contadini, parlava coi suoi, e tornava a urlare ai prigionieri. Non si capiva nulla, ma bastava vedere quella piazza silenziosa e quel sole che batteva sulle teste immobili per capire che cappa di terrore doveva esserci. Il comandante continuò per un’ora quella commedia, poi tutto tacque all’improvviso, mentre lui entrava in una casa con due soldati. Continuò così per due ore in assoluto silenzio mentre il sergente passava da una casa all’altra e parlava al telefono.
“Sono attrezzati adesso: telefoni portatili… Ma cosa aspettano?” sibilavano i Cifas “Perché non li ammazzano come fanno sempre…”, “Forse sanno che i nostri stanno arrivando”, “Li tengono lì sotto il sole e li torturano…”
Due caddero a terra. “Due vecchi- disse il cifas. una guardia si mosse e cominciarono a colpirli col calcio del fucile fino a che si tirarono in piedi, ma presto cominciarono a caderne altri e allora furono botte. “Li stanno riempiendo di botte quei bastardi” mi sussurrò nervosamente il Pequo. Sai come andava giornalista? Che quelli cadevano, i soldati li prendevano a calci e a quelli che non si rialzavano subito arrivava un colpo col calcio del fucile dove capitava, come se fossero bestie e poi toccava ai vicini rialzarli e tenerli in piedi. A un certo punto uno di quelli in mezzo alla piazza si lasciò cadere a terra e un soldato gli puntò il fucile in testa. Quello a terra gridò qualcosa e tentò di saltargli addosso. Forse il soldato si spaventò e sparò.
Si vide la testa esplodere e il sergente accorrere urlando contro il soldato. “La passerà brutta quel soldatino a sprecare una pallottola in quel modo” Ma intanto il sergente s’era voltato verso i dimostranti latrando come un matto; poi si avvicinò a un giovane e gli tagliò la gola col machete. Di nuovo latrò contro il soldato e chiamò gli altri. Quelli si avvicinarono da dietro e a gruppi di quattro li presero per i capelli e li sgozzarono tutti.
Non successe altro quel giorno. I governativi semplicemente salirono sui loro mezzi e se ne andarono in una nuvola di polvere. I Cifas stavano discutendo fra loro se scendere o no in paese. “Bisogna avvisare i nostri… catturare quel bastardo di sergente” dicevano “Sapere chi ha fatto la spia”
Poi arrivarono quelli del Cifas. Ci fu una discussione a cui partecipò anche il Pecuo. Quando tornò mi disse che loro sarebbero scesi. “E che farete?”, “Sappiamo chi sono le spie e taglieremo qualche testa”, “Ma lo sapete davvero?” Il Pecuo non rispose subito: “Se non lo sappiamo noi lo sapranno i contadini ma poi che importa? Adesso i contadini hanno visto il terrore dei governativi e non possiamo andarcene senza mostrare il nostro…Devono sapere cosa capita a chi collabora con quei porci … Adesso alzati perchè noi si parte subito”, “Noi?” chiedo “Alzati europea, io e te togliamo le tende e poi è meglio che tu non veda” replicò lui. Mi guarda con durezza, e sapendo quanto era gentile, capisco che il comando è definitivo e prendo il mio zaino.
Di lì in avanti fu solo disperazione. Cominciò la febbre, i piedi si piagarono, il sole che martellava e il Pecuo che saliva e saliva sulle pietraie; salite, discese, salite su quelle pietraie alluvionali, con le ginocchia che si piegavano e la testa come un fuoco di dolore pulsante Poi la febbre salì ancora e con quel sole non ce la feci più. Quando caddi, il Pecuo si fermò, bestemmiando. Non capivo ancora bene quella specie di spagnolo che parlavano lui e gli altri, ma capivo i toni e sentivo ira e compassione nelle sue parole. Forse ci furono addirittura degli spari, ma io dovevo essere in delirio.
Mi bagnava la fronte “Hai la febbre alta, ragazzina” diceva il Pecuo che poi trovò aiuto o lo cercò o non so che diavolo capitò, fatto sta che fui caricata su una barella con la testa coperta di stracci bagnati.
Il fatto era che ero partita di corsa, senza vaccini e per i germi fu una pacchia scorazzare e pascolare nelle mie praterie. Andò molto meglio al Morbillo che fece tutte quelle iniezioni, anche se non ne aveva nessuna voglia e forse neppure necessità col suo sangue indio. Anche il suo viaggio verso la montagna fu più facile perché, vivendo più di un mese al bordello potè adattarsi e poi mica fece quella marcia infernale. Partito con i tagliatori, fece quasi tutto il viaggio in camioncino.
- E così arrivasti al campo con la febbre….
- Sì, ci arrivai ma non era il campo. Voglio dire che non era il campo della Chela ma solo un villaggio abbandonato dove tenevano qualche ferito, qualche guerrigliero di guardia e due giornalisti che aspettavano per intervistare guerriglieri e capi.
In ogni caso ci tenevano chiusi in quei ruderi per tutto il giorno. Nella mia c’erano i due giornalisti e altri ammalati di febbre come me; in quella di fianco c’erano dei feriti. Al campo della Chela ci approdai dopo.
- Ma come fu il primo incontro conla Chela?
-La Chela! Ma che importa il primo incontro! Che poi è tutta da ridere. Ti ho già raccontato che mi ricoverarono in quello strano villaggio. Beh un bel giorno, arrivarono un bel po’ di feriti. C’era gente a pezzi e tanto sangue da vomitare, così, anche se ero appena sfebbrata mi traslocarono e mi portarono su. Mi portarono per modo di dire, perché dovetti salire con le mie gambe. Così, quando arrivai, davo di nuovo i numeri e non so proprio se quel giorno c’era o non c’erala Chela. Quellimi piazzarono sotto una tenda e mi lasciarono lì. Qualcosa lo percepii, ad esempio che in quel campo c’era una radio mobile, che c’erano guerriglieri e anche i due giornalisti. Uno era argentino, piccolo, scuro e l’altro canadese con un sorriso da ottanta denti. Avevano sloggiato tutti per far posto ai feriti e così anche i giornalisti erano riusciti ad avvicinarsi alle alte sfere, anche se il campo dove c’erano della Chela e del suo gruppo, non era quello delle alte sfere e tanto meno lo eranola Chelae i suoi.
- E ti curarono…
- Per modo di dire. Avevo un’infezione credo o forse una ferita infetta al piede o chissà cosa, comunque fu sotto quella tenda che la grande Chela venne a chiedermi che cazzo era venuta a fare lassù.
- Quella stronza viveva in una capanna dove arrivava di tutto: ragni, formiche, scorpioni, serpi, vespe e c’era un caldo che ti friggeva le cervella e a lei doveva averle fritte davvero:la Chela, la famosa Chela era ormai stanca, sfinita, rimbambita…
- E poi?
- Poi c’erano gli altri, gli indios che invece vivevano in capanne fatte come dio comanda, sperimentate da secoli, non dico fresche, ma sopportabili di giorno e calde di notte. Anche se parlare di fresco e di caldo in quella regione è mica come parlarne qui. Là ti liquefacevi durante il giorno, con quelle zanzare che ti seguivano come una nuvola, scendevano a turno a farsi uno spuntino e ti lasciavano dei ponci che ti facevano grattare di giorno e di notte. Il bello è che non eravamo in alta montagna forse sette ottocento metri, anche se lì nessuno lo sapeva. “Siamo in una sella di una montagna che non c’è” ripetevano “Siamo in una sella di una montagna che non c’è” ed era come se recitassero un comandamento.
- Ma non era pericoloso così in basso coi militari?
- Sembra di no, per arrivarci si doveva salire e scendere, salire e scendere, pietraie, mezze paludi, desolazione e solo sentieri. Era il posto più sicuro del mondo!
- C’era una specie di stregone che aveva una crema puzzolente. “Metti questa, metti la crema dello stregone contro le zanzare” dicevano “funziona da secoli” Io lo feci e qualcosa migliorò anche se certe zanzare e certi mosconi se ne facevano un baffo della crema e dello stregone. Insomma la crema funzionava molto meglio sugli indios! Tanto bene che non se la mettevano neppure e funzionava lo stesso.

Veniva a trovarmi il giornalista canadese. Mi soccorse ma per modo di dire. Voleva far vedere che si interessava a me e che aveva a cuore il mio benessere. Sembrava sincero, insomma. Parlavamo, se mi ricordo bene, addirittura di evoluzione, di biologia, di rivoluzione ma non troppo: “Ti agiti troppo e ti sale la febbre” diceva gentile e amorevole e mi portò pure le sue pastiglie: “Pastiglie militari tuttofare” mi disse “ne pigli tre, una al giorno e ti stroncano la febbre” Un vero angelo in quei momenti ma si vedeva lontano un miglio che il bastardo voleva chiavarmi, e infatti ci tentò subito, non appena mi passò la febbre quando, ancora debole, partì e quasi ci riuscì a infilarmelo dentro, nonostante mi dibattessi. Prima lo feci con gentilezza perché, santo dio, pensavo che bastasse dirglielo chiaro che no! Che non volevo né il suo né nessun altro aggeggio; e tieni conto che c’era pure un po’ di gratitudine. Ma, quando vidi che non mollava e che anzi, dopo avermi strappato le mutande, aveva tirato fuori l’uccello, allora scalciai e urlai, santo dio, col risultato che lui non batté proprio ciglio e non si vergognò neppure quando arrivarono due indios col fucile in mano. Aveva ancora le brache abbassate e non si curò neppure di alzarle. Per non parlare dei due indios che se la sghignazzavano felici.
Poi arrivòla Chelache almeno quella volta gelò tutti e si comportò da Chela. Entrò col fucile e si guardò attorno fissando prima me, poi le due guardie e infine il canadese. Forse sapevano com’erala Chelain quelle cose, fatto sta che s’immobilizzarono tutti; anche quello stronzo di giornalista. “Voleva violentarti questo bastardo?” mi chiese e io mica esitai a dire “Sì, e deve ringraziare che sono debole…”, “Ma io no!” m’interruppe lei con durezza e colpì il canadese proprio fra i coglioni con un colpo che poteva pure ucciderlo. Fu un attimo. Il giornalista crollo senza fiato, i due cifas cercarono di imbracciare i loro fucili, ma si trovarono la canna del mitra della Chela davanti alla bocca. Poi i due Cifas si portarono via il canadese che boccheggiava. “La prossima volta ti sparerò in testa” gli sibilò dietrola Chela, mentre l’altro usciva sorretto dai due Cifas.

 

Il campo

- …Parlai molto con i guerriglieri ma ti giurò che certe volte non credevo alle mie orecchie e mi chiedevo: ma è una rivoluzione o una pazzia? Sono pazza io o qui siamo tornati nelle caverne.
- E quello era il campo della Chela…
- Sì! C’era lei col suo gruppo e questa fu un’altra delusione perchéla Chelanon era proprio come me l’ero sognata…
- E com’era?
- Com’era?…Stanca? Cinica? Disillusa? Si, questo si può dire; parlava poco e aveva perso la passione e poi non voleva proprio saperne di criticare il Cifas. Ma allora non la capii in quel modo e non senza ragione perché era chiaro che le dava fastidio farsi vedere in quello stato da me che, oltretutto, ero l’ultima arrivata. Mi detestava perché quell’ultima arrivata che era sua nipote si metteva a pontificare e a criticare. Mi diede della Pirla con disprezzo, ma quello che dicevo io avrebbe dovuto urlarlo lei? Sì, usò proprio quel termine italiano della bassa per irridermi.
- Credimi ero antipatica sia a lei che al suo gruppo; lei, poi, mi disprezzava e mi trattava come una cretina …O forse ancor peggio… Ché poi mica era il suo nome quello! Non lo sai giornalista?! Si chiamava Aida e fu laggiù sulle Ande che prese il nome di Chela…
- Chela! Capisci? Chela! Lei diceva che era il suo nome da combattimento, e quando io la chiamai zia lei mi corresse insultandomi. “Chela!” Mi disse con ira, “Chela”. Ma la cogli, giornalista? Cogli la derivazione?! Quando sentii quel “Chela” mi venne da ridere anche se quel giorno con quella zia tanto veneranda, piena di cicatrici, compagna col Chè in Bolivia, riuscii a fermare la lingua. Hai capito? S’era inventata un femminile di “Chè”
Continuavo a ripetermelo e a sogghignare…’Chela’, “Chela” mi ripetevo e se la prima volta non le avevo riso in faccia perché ero in venerazione davanti all’idolo, non passarono due giorni che quell’idolo cominciò a cadere e potei chiederglielo con tutto il mio sarcasmo di quel “Chela” femminile di “Chè”: la grande Chela appariva come un relitto inutile depositato in un angolo perché non intralciasse.
- Cosa faceva?
- Per cosa la tenevano vuoi dire? La tenevano come un mito, un totem, lei e il suo gruppo. Ogni tanto venivano a prelevarla per farle incidere dei discorsi che poi trasmettevano dalle loro postazioni. Quei discorsi erano ascoltati in tutto il paese “Ha parlatola Chela” dicevano nelle città! “Ieri sera ha parlatola Chela” e tutto quel che diceva era oro; oro per il Cifas ma disperazione per lei che doveva dire quel che volevano loro mentre lei,la Chelasu quella rivoluzione tribolare – lo capii dopo, molto dopo – la pensava come me. Lo venni a sapere molto dopo che per quei testi era un litigio continuo anche se alla fine faceva quello che voleva il Cifas. Ma poteva far altro? Forse se fosse stata ancora la vecchia combattente; ma ormai vecchia e disillusa com’era, relegata su quella sella di un monte che non c’era…
C’impiegai un mese per capire chi comandava e cosa pensava chi comandava Era il Cifas, l’oracolo, il Mao del Cifas. Era lui che si faceva chiamare Cifas, come se Mao si fosse fatto chiamare Cina… come a dire “Io sono la rivoluzione”, “Io incarno la rivoluzione” Non fa venire in mente l’incarnazione dei preti? Ci mancava solo più che dicesse “Io sono colui che sono” per completare il quadro.
E poi i contadini! “Pazzie, pazzie!” mi dicevo; quelli volevano chiudersi nella loro regione, cacciare le multinazionali, gli States, la scienza e chi più ne ha più ne metta. Questo non ti ricorda Lol Pot e Rousseau? L’uomo in natura è puro: è la civiltà a corromperlo Per Lol Pot chi sapeva leggere, chi conosceva una lingua persino chi portava gli occhiali era ormai un corrotto dalla civiltà. Ebbene somma Roussau col Vangelo e avrai il Cifas. Lo stato felice e incorrotto di natura è il paradiso terrestre, la mela e il demonio sono la conoscenza. Se esistesse un inferno sono sicura che anche San Tommaso, Agostino ecc.ecc. ci sarebbero. Quale maggior peccato di superbia che pretendere di indagare la natura di Dio?
Volevano pure togliere il voto alle donne e richiuderle in casa. E poi le tradizioni, le superstizioni, i preti…. “Ma che tradizioni, santo dio!” mi dicevo “Ma che follie! Vogliono finire come in Afganistan? Ma possibile che gli oppressi debbano sempre redimersi nella follia?”
“Qui, dicevo alla Chela, non è che rifiutano solo la scienza; qui rifiutano la conoscenza. Vogliono tornare nelle caverne?”, “Sì?” mi motteggiava “Non me ne sono accorta, per fortuna che sei arrivata tu” Vedi giornalista quanto mi irrideva? Ma santo cielo, è un attimo: un passo indietro e tutti si torna a lottare con la peste, i pidocchi, la fame, a lavorare come bestie coi figli che crepano.
- E il quartier generale?
- A quanto ne so era in un vecchio tendone da circo, nascosto e camuffato da roccia e cespugli a non più di sei o sette chilometri da noi, visto che l’Amaio, c’impiegava non più di mezza giornata tra andare e venire, anche se lui negava tutto, negava il tendone, negava il comando, negava addirittura di essere uno di loro. Ma non poteva certo agire diversamente, viste le spie che il governo infiltrava nel Cifas e quelle che il Cifas infiltrava nel governo. Ma chi se non lui, che era del posto, che veniva dalla guerra in Bolivia, che aveva del buon sale in zucca, chi meglio di lui, doveva essere sotto la tenda?

 

L’Amaio

- Una volta la rivoluzione era redenzione, capisci?- dicevo alla Chela e al suo gruppo…Erano sei sette persone, ma quello vero era formato dalla Chela da un slavo e da due cubani: il ‘silenzioso’ e il ‘cubano’, quanto allo slavo, lo chiamavano Iugo o Slavo. Erano con lei da vent’anni, avevano fatto tutte le rivoluzioni possibili, ne avevano visto di tutti i colori e avevano piaghe da tutte le parti. Ma, comela Chela, erano disillusi, sfiniti, sconfitti Del resto erano passati da una rivolta all’altra ma avevano sempre perso.
- Insomma, dicevo, i comunisti ne hanno fatto di tutti i colori in Russia, in Cina, in Cambogia. Sono riusciti ad azzerare cento anni di civiltà, hanno sputato sulla libertà… polizia segreta, polizia politica, processi, internamenti, fucilazioni; un macello, un immenso macello, ma almeno c’era la redenzione dalle religioni e da dio, l’orgoglio dell’uomo e della donna, la parità. Ma qui?… Le donne in casa?… … Potranno lavarsi o non glielo lasceranno fare? E poi cosa sono tutti questi preti? ‘Teologia della liberazione ‘Ma cosa vogliono liberare con la teologia?
- Dicevano pure che bisognava rispettare le tradizioni. Ma certo, perché no? Coltiviamole e innaffiamole pure con del bel concime … Perchè non conservare anche l’infibulazione?
- E con gli altri non parlavi? -, – Con chi? Con lo iugoslavo e coi cubani? -, -No, coi contadini e coi Cifas…-, – Sì, qualche volta ma in definitiva era una guerra mica un confessionale.

Poi arrivò il Morbillo e, anche se sapevo che per tanti versi era poco più che un animale, a me parve che fosse arrivata un folata di aria pura. Il suo incontro conla Chelainvece non poteva essere peggiore. Si guardarono rigidi. Lei come un soldato e lui…Beh, lui era il solito Morbillo … Comunque lei volle subito metterla in chiaro e, dopo aver preparato in silenzio una specie di infuso che si beveva lassù, dopo averlo servito in silenzio, dopo che il Morbillo ne ebbe trangugiato due tazze, gli chiese: – Sei venuto per me? -
Lui fece segno di no…ed era vero. Tra l’altro non sapeva neppure che avrebbe trovato la madre. – Meglio – disse lei – e non aspettarti nulla da me: tu sei figlio mio, ma pure dell’indio che mi ha violentata – Il Morbillo fece un segno con la mano come volesse dire “Basta così” e così fu. Tutti bevvero in silenzio e poi mi presi il Morbillo, perché – capisci giornalista – lui non sapeva ancora nulla di suo padre e io, che l’avevo appena saputo dall’Amaio, non volevo che venisse a saperlo da lei.
- Chi era l’Amaio?
- Era un indio, un amico della Chela e del gruppo che però non viveva con loro. Ogni tanto lasciava lo stato maggiore, la corte o come diavolo si chiamava e veniva a prendere il te dalla Chela. Con me fu sempre più gentile e paziente degli altri….
Aveva combattuto anche lui per tutta l’America e in Perù aveva conosciuto il gruppo e combattuto con loro, s’erano separati e poi ritrovati nel Cifas. – Io sono un indio e conosco queste terre e questa gente – mi disse – per questo mi hanno dato altri compiti – Il gruppo aveva una grande stima dell’Amaio.
- Era l’unico a non snobbarmi, a discutere con me e a controbattere con serenità, calma e soprattutto rispetto. Quel rispetto che non avevano néla Chelané gli altri.
- Mi chiamava “nipote di Chela” e aveva un così grande affetto per lei che mi venne il sospetto fosse lui il padre del Morbillo, ma la verità venne fuori mentre lui beveva il tè dalla Chela ela Chelaera con lo iugoslavo a pestare certe foglie che fumavano col tabacco.
- Lo sai bene chela Chelanon è una donna? – mi disse – Lo sai come nacque il Morbillo? – Io feci segno di no – Eravamo in Perù, cascammo in un’imboscata dell’esercito e dovemmo disperderci.La Chelarimase con un indio violento che la protesse ma alla seconda notte la violentò. Quella nottela Chelagli tagliò la gola, mentre dormiva,.
- Perché non abortì?
La Chela è una che parla poco. Forse non si fidava di queste maneggione delle Ande o forse chissà. Così partorì e lo spedì in Europa.

 

Il Caimano

- Lui, il Morbillo, lo venne a sapere?
- Oh si; e ci pensò sopra parecchio a quel suo padre indio che giaceva chissà dove. Ma aveva una testa tutta particolare tanto che quando immaginava quelle ossa bianche, immobili sotto il sole, diventava inquieto.”Sogno quelle ossa bianche sotto il sole” mi diceva alla notte “e non so neppure dove sono per andare a coprirle” Poi era andato dalla Chela per sapere dov’erano.
La sequenza fu questa: andò dalla madre a chiedere se la storia era vera ela Chelagli rispose a muso duro che l’aveva ucciso come un cane “Mi ha steso come un’animale, quell’indio che era tuo padre; mi prese per i capelli come se afferrasse uno scalpo. L’ho sentito mentre mi tagliava la carne. Poi si è sdraiato e si è messo a russare come se niente fosse. L’ho guardato fino all’alba quel bastardo e al mattino gli ho tagliato la gola” Il Morbillo la guardava duro, in quel momento, ma poi se ne andò senza dir nulla.
Con lei non toccò più quell’argomento ma cominciò a chiedere di suo padre a chiunque arrivava. Dopo una settimana conobbe un indio che era stato con la Chela e con lui.
“Ah, sei il figlio della Chela e del Caimano” aveva esclamato l’indio e si vedeva che era felice d’incontrarlo “Vuoi sapere di tuo padre, vero?” Il Morbillo annuì “Era un uomo strano … duro” cominciò l’indio, ma piaceva a tutti e tutti lo rispettavano… veniva dalla giungla e non so come ci fosse capitato nella rivoluzione, ma ci credeva e ci insegnò a tirare con l’arco e le cerbottane… preparava anche i veleni facendo cuocere una mistura di foglie e radici che andava a raccogliere nella foresta. “Porta qualcuno di noi, indio” Gli chiedevamo ma lui non rispondeva neppure. Quando era il momento scioglieva le polveri, mescolava, cuoceva e ci faceva immergere le punte prima di combattere… da lui imparammo a uccidere in silenzio… e i fascisti impararono a temerci…. Era un uomo forte!… Poi capitò quella storia con la Chela… Ma, e te lo dico anche se la Chela è tua madre, non doveva farlo … Certo lui l’aveva fatta grossa… l’aveva violentata come facevano i governativi con le contadine, ma bastava per ammazzarlo come un cane o doveva lasciare che decidessimo noi? Noi, i tiratori con l’arco, volevamo ucciderla ma accettammo che decidesse il consiglio e quando capimmo che non l’avrebbero accusata di nulla, ce ne andammo in un’altra brigata.
“Era un indio speciale, un figlio di caimano” gli disse ancora baciandolo prima di andarsene e il Morbillo fu molto colpito da quel “figlio di caimano” che aveva già sentito al bordello. Così andò dalla madre a chiedere di quella sua strana pelle che non sudava.
Ricordo che era emozionato e balbettava. “Figlio di caimano” le chiese trasognato “Sono davvero un figlio di Caimano?”La Chela lo derise: “Figlio di caimano? Sei figlio mio e di un maiale. E glielo detto anche a tuo padre mentre il sangue gli gorgogliava in gola. Gliel’ho urlato: crepa! Crepa come un fascista” Mi guardava disperato il Morbillo mentre me la raccontava: “Ardea” mi disse “la Chela ha continuato a ripetermelo cosa urlava a mio padre mentre lui moriva “Sei come loro, sei come i fascisti!”

La tenutaria mi aveva scoraggiato ma era stata proprio lei a dirmi che l’Amaio era al governo. “ Chiedi alla Chipa!” m’aveva detto ela Chipas’era data da fare e tramite un giornalista e poi il suo direttore, ebbi l’appuntamento nel suo ufficio.
Fu gentile ma volle sapere cosa volevo scrivere. Quando capì non fece nessun problema “Per quello che so, nessun problema e tu promettimi di salutarmi quella ragazza e il Morbillo”
“Lei,la Chela, lo iugoslavo i due cubani tutti con tutte quelle rivoluzioni alle spalle formavano gruppo a sé. Si riunivano nel caldo del pomeriggio sotto un enorme fico a bere il tè o alla sera vicino alla tenda della Chela a parlare del passato. Non erano tenuti in gran conto.La Chelaaveva una coscia sforacchiata e una cicatrice sulla schiena che la faceva ululare nei giorni di vento e gli altri non erano messi meglio. Solo Iugo, che pure aveva cicatrici da tutte le parte, sembrava a posto. Era fatto di ossa, di nervi, di muscoli e benché si dicesse che avesse un grande cuore, se ce l’aveva, lo teneva nascosto. I due cubani erano stati assieme vent’anni e vent’anni sono un’eternità. Fratelli chiedi, giornalista? Molto di più, molto di più.
Prima che arrivasse la nipote però si erano adeguati a quel tram tram e lo vivevano come un crepuscolo. L’Ardea fu come un cerino acceso, perché con lei arrivò la vita, anche se quella vita sembrava solo voler solo litigare con loro. E il bello era che gli altri, in un certo senso, li accettava “Quelli sono come li ha fatti la loro ignoranza” diceva; ma non Chela e il suo gruppo. “Sopravvissuti” mi disse una volta “vecchietti in letargo, almeno fossero venerandi e venerati; e invece li hanno messi in un angolo e li tengono lì.”
Soffriva a vederli conciati in quel modo… li voleva vivi e forse sospettava che, in fondo a loro piacesse quel nido caldo in cui li aveva piazzati il Cifas. Così li vidi sempre duri fra loro: l’Ardea che li provocava e loro che la snobbavano e la trattavano come una ragazzina stupida e superba. Parlavano ma non finivano mai un discorso senza detestarsi. E poi bisogna dirlo: quell’Ardea era una provocatrice.
- E gli altri?
Non le davano peso e poi c’era la guerra e lei e il Morbillo si comportarono sempre bene.

Azioni

-La Chela combatteva?
- Li trattavano come bicchieri di vetro; nessuna missione pericolosa e sempre nelle retrovie. Per loro mostrare la Chela era come spalmarsi addosso il miele per attirare le mosche.
Ma lo sapeva pure l’Amaio che erano dei relitti…La Chelaera arrivata vent’anni prima e aveva quarantadue anni ma gli altri erano tutti oltre i cinquanta; dei sopravvissuti, insomma, e per di più, secondo loro, anarchici e inaffidabili. In genere funzionava così: i guerriglieri attaccavano e loro rimanevano in alto, pronti a intervenire se le cose pigliavano una brutta piega. In questo caso i guerriglieri si ritiravano e loro dall’alto li proteggevano.
Il Morbillo sparava bene ed ebbe subito un doppio battesimo. La prima fu una cosa da poco; si doveva assaltare una fabbrica alla periferia di un paesone. Il gruppo della Chela si limitò a osservare l’assalto e solo alla fine cominciò a sparare. Non che ce ne fosse bisogno poi. “Spariamo di quassù per far casino” aveva detto lo slavo al Morbillo “devi sparare in ogni direzione e in fretta: confusione e casino, figlio di Chela, così loro non capiscono più nulla e i nostri possono ritirarsi senza sorprese. Ma il Morbillo quella volta non sparò a caso chè anzi riuscì proprio a individuare un cecchino e lo colpì. “Spara bene tuo figlio” disse poi lo slavo alla Chela mentre s’inerpicavano sulla montagna e lo disse pure al Morbillo:”Dove hai imparato?”. Ma il Morbillo alzò le spalle e passò avanti. Il Morbillo era fatto così; lui le cose le sapeva fare o non le imparava, ma vallo a spiegare a uno come lo slavo che esisteva gente che svelava virtù e abissi di demenza.
Quella sera ci ritirammo sulla montagna con un solo ferito, che trasportammo in barella. Camminammo tutto il pomeriggio e alla sera approdammo a un campo dove ci aspettava l’Amaio: “Dobbiamo aspettare un altro gruppo con tre feriti” disse l’Amaio e così ci fermammo.

Anche se era stanca quella sera l’Ardea non rinunziò a polemizzare su quella rivoluzione fatta coi preti. Di solito nessuno la stava a sentire ma quella sera un guerrigliero, dopo la sua sparata, le parlò: “Ho sentito i tuoi discorsi, nipote di Chela, e voglio solo raccontarti una cosa.
“Quando ero piccolo i contadini lavoravano per i latifondisti che li pagavano dando un po’ di sementi e un po’ di terra da coltivare; si faceva la fame, mio padre si ammazzava di fatica nella fattoria e poi doveva tornare a casa a piedi, per lavorare quella poca terra. Mia madre ci faticava di giorno e lui di sera. Come bestie. E guai a chi protestava. Un anno ci diedero sementi marce e mio padre ne chiese altre. Va dal fattore e gli dice “Dammi nuove sementi altrimenti i miei figli creperanno di fame”, “Dategli le sementi” dice il fattore e gli diedero le sementi e un sacco di botte. Se le prese e se ne tornò perché mica si poteva fare altro. E loro sempre a piangere … se i raccolti erano buoni e abbondanti dicevano che troppo mais voleva dire prezzi bassi e se il raccolto era scarso sai che dicevano? Che era scarso e basta e a noi dicevano: “Figliate come conigli e poi venite a chiedere meno lavoro, più terre e più sementi. Ma mica la terra è infinita; mica le ho scopate io le vostre mogli. “Hai capito figlia di Chela?…E intanto loro avevano ville e vestiti, macchine nuove mentre noi si moriva di fame. Ma dico io non siamo tutti figli di dio? Quei bastardi a quei tempi ingannavano pure Dio e tutto perché noi si lavorava la domenica e non si andava alla messa mentre loro non la smettevano mai di dire ai preti quanto fossimo barbari e ladri. Capisci figlia di Chela ingannavano i preti, ma oggi dio e i suoi preti sono con noi.
“Forse che Dio scompare se esistono uomini senza cuore?” Intervenne un altro polemico “Forse che Dio scompare se esistono uomini falsi? Non dobbiamo combattere Dio ma il diavolo”
L’Ardea quella volta non replicò.
A meta notte arrivò l’altro gruppo. Due erano sulle barelle e due si trascinavano. Feriti, sfiniti dalla fatica e a pezzi. Si decise di partire subito. Io, che dovevo reggere una barella e portare sulle spalle due zaini, camminavo e basta; mettevo i piedi dove li metteva l’indio che mi precedeva e andavo avanti. C’era buio e freddo e non so come ma camminai per sei ore fino al mattino con quei piedi che si riempivano di vesciche. Arrivai stravolta mentre i vecchietti ela Chelanon sembravano neppure stanchi. Alla sera arrivò pure il Morbillo con i due Cifas mandati a ricuperare il bottino, le armi e i muli. Anche loro arrivarono freschi e tranquilli; eppure erano più carichi dei muli e avevano camminato per dieci ore di fila. Il Morbillo, poi, coperto dagli zaini, dai sacchi e dai fucili, sembrava un mulo tanto era chino e congestionato; eppure come si scaricò fu come se avesse fatto una passeggiata.
“Ci ha tenuto allegri, il figlio della Chela” disse uno dei due “ci ha raccontato storie di animali e le fa davvero sembrar vere tanto imita bene le voci, i versi, i suoni degli uccelli e delle volpi. E’ davvero formidabile. Poi si è messo zufolare… “ma dove lo prendi tutto quel fiato? Ho dovuto dirgli. Morbillo stai zitto che anche le montagne e le notti hanno orecchie” e lui mi ha ubbidito. E’ un bravo guerriero… è uno di noi.
-Il vero combattimento fu il secondo. I governativi , nascosti a più di dieci chilometri, ci stavano aspettando e così quando i ribelli attaccarono nel giro di un’ora si ritrovarono addosso l’esercito. “Un disastro” abbaiavanola Chelae lo iugoslavo sparando. “I nostri hanno perso la testa! Venite via, ritirativi da questa parte” continuava a implorarela Chela. Poii ribelli riuscirono a coordinarsi: sparavano e si ritiravano, sparavano e si ritiravano mentre noi, in qualche modo li coprivamo.
Lo slavo chiamò il Morbillo “Adesso devi capirmi; noi non dobbiamo lasciarli nelle mani di quei macellai; ai morenti tagliano la testa e i coglioni per spregio, ma chi se ne frega? Sono morti: Amen. …. Ma i feriti li curano, quei bastardi, li guariscono e poi li torturano per farli parlare. Gli tirano fuori tutto con le pinze e poi li fanno a pezzi. Io ci sono stato e anchela Chela. Manoi riuscimmo a scappare… Hai capito Morbillo, questo è il tuo compito?”
- Il Morbillo non lo capiva – mi fissava come a dirmi: – Cosa dice? -, – Forza Morbillo. – Gli ripeteva lo slavo e anche la Chela che ascoltava in silenzio dovette parlare – Devi sparare ai feriti, capisci? -La Chela parlò chiaro insomma e il Morbillo capì.
Fu un brutto battesimo per il Morbillo? Difficile dirlo per uno come lui che comunque non esitò. Come vide cadere i primi feriti, si sistemò, prese la mira e sparò alla testa. Non sbagliava un colpo. Continuò a mirare e sparare, ogni colpo una testa e una morte definitiva.
I governativi dopo aver piazzato dei tiratori sui tetti, cominciarono a salire la collina e fecero arrivare una camionetta col bazooka. I Cifas salivano in fretta e ordinati, fermandosi a turno a sparare ma quando il grosso bazooka cominciò a sparare fu una catastrofe.
“Bisogna eliminare il bazooka” Gridava lo iugoslavo ai due cubani, ma i cubani non lo ascoltavano e continuarono a sparare ai cecchini.. “Sparate sulla camionetta, dio santo” tornò a urlare lo slavo “E’ troppo lontana” gli urlò il cubano. Poi il bazooka puntò sul nostro gruppo.
- Lo slavo voleva ordinare la ritirata, ma i cubani non cedettero: “Aspettiamo i nostri che salgono”, “Ma non si salverà nessuno!” urlò rabbioso lo slavo
- E la Chela?
- Non mi ricordo se intervenne ma tutti davano ragione allo slavo e quando arrivò il primo colpo di cannone morirono in quattro. “Arriva” gridò qualcuno e noi appiattiti contro le rocce sentimmo il pezzo arrivare e schiantarsi dietro di noi. Non sì udì neppure un lamento ma quando la polvere si dissipò due erano senza testa e due vivi ma dilaniati. Lo slavo li finì. “Via!” ordinò e nessuno si oppose.
Ci buttammo in un bosco poi entrammo nel canalone di un torrente in secca. “Su, su, di corsa” incitava lo slavo “di corsa senza sparare e senza fermarsi” Si fermava lui ogni tanto e puntava il binocolo. “Non ci inseguono” diceva “Non ci inseguono”.
- E infatti non ci inseguirono. Quei militari erano delle lenze e neppure se lo sognavano di rischiare la pellaccia dopo un successo di quel tipo. Visto che avevano una collina e un paese pieno di corpi di rivoltosi, chi glielo faceva fare di seguire i banditi sul loro terreno? No, non se lo sognarono proprio.
Camminammo quattro giorni per tornare e fu davvero un funerale quando ci videro. L’Amaio venne nel pomeriggio e raccontò alla Chela che i governativi avevano caricato i rivoltosi su due camion ammassati l’uno sull’altro e si erano fermati nelle piazze di ogni villaggio. Lì, in quel caldo d’inferno, tiravano giù i cadaveri che puzzavano da vomitare e costringevano tutti a uscire per vederli. Non aveva notizie di altre mattanze, l’Amaio. “Ma ci sono state di sicuro c’è sempre qualche poveretto che perde la testa”

 

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