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Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – III puntata

Il Morbillo e la cugina

- Era un tipo strano, giornalista, ma non era affatto l’essere tremendo dell’orfanotrofio. Si sentiva un dottore in medicina e ci fece giocare al dottore fin dai primi giorni, ma non pensare a quello che stai già pensando. In realtà lui aveva la mania di aprire i corpi e di operarli; si metteva il camicie e quando beccava un animale, lo torturava.
Così leggeva libroni illustrati, anzi li leggevamo assieme perché lui era lento.
Comunque con quei quattro ragazzetti che gironzolavano vicino a casa – e tra quei quattro c’era pure la figlia della serva – ebbe successo proprio come dottore. Si bevevano le sue parole anche perché lui li incantava coi numeri e con la musica.
Ci radunava e si metteva il camicie poi ci visitava e, l’avesti visto, sembrava un vero dottore… figurati aveva pescato in soffitta una cassa con vecchie cose del farmacista. Me lo ricordo come se fosse ieri il momento in cui scoprimmo la cassa lo stetoscopio di legno, un termometro e tutti quegli ammennicoli dei farmacisti d’un tempo che facevano pure da medici. Il Morbillo aveva gli occhi fuori dalle orbite quando trovò quel tesoro. Questo era il Morbillo quando era ancora del tutto vergine riguardo al sesso, prima che quella puttanella della figlia della serva lo sverginasse. Quando noi tre si andava su nella soffitta o nei boschi, quella povera scema, già spiritata prendeva in mano l’aggeggio del Morbillo e si faceva toccare. Insomma fu lei che cominciò a far seghe e pompini al Morbillo, che poi ingenuo com’era a quei tempi non faceva che ridere.
Ché poi quel calore era in linea con la famiglia. Era la figlia della serva che a sua volta era figlia della serva e così via fino alla prima, minorata orfanella, che era stata assunta dal farmacista ebreo, perché non costava nulla: un po’ di vestiti tanto per non mandarla nuda, il cibo giusto per non farle crepare e via. Poi quella ebbe una figlia rigorosamente N.N. e questa un’altra, pure lei N.N, e così via fino ai nostri tempi…. Tutte concepite a quindici anni o giù di lì… una bella scopata, magari la prima ed ecco uscire la prossima serva..
Il Morbillo maturò all’improvviso. Fu questione di una settimana e finalmente quella piccola bestia in calore, ebbe servito su un piatto lui e il suo aggeggio mostruoso. Faceva impressione con quella torre di carne, ma quella maiala se lo mangiava con gli occhi e se lo portava in soffitta. Quella cagna in calore per due giorni gli fece seghe e pompini, poi il terzo se lo scopò.
Da quel giorno il Morbillo, svezzato, cominciò a vedere sesso da tutte le parti e, quando alla sera ci mettevamo in fondo a quella selva che era il prato di casa, mentre lui suonava il flauto, io gli facevo una sega… No! quello accadde dopo…. Giù in fondo al prato ci andammo fin dalle prime sere, ma nei primi tempi ce ne stavamo coricati sull’erba a guardare il cielo e a parlare. Lui raccontava dell’orfanotrofio, di musica, di numeri e di medicina e io del cielo. Gli raccontavo che nell’antichità gli uomini credevano che il materiale dei cieli fosse perfetto, eterno, incorruttibile mentre qui sulla terra tutto si corrompeva e imputridiva…. Io me la ridevo ma lui si spaventava a morte “Anche tu stai già marcendo” gli dicevo e lui tremava e si guardava i piedi “Bisognerebbe fare un gran falò, un incendio colossale che oltrepassi pure gli oceani e bruci tutta questa terra viscida, umida e piena di carni malate” gli dicevo.
Così si finiva sempre a parlare di quelle malattie marce che lo ossessionavano. Lui le aveva studiate su quei libroni e le conosceva tutte dal morbo di Burger, alla cancrena, al diabete e, sudando per il terrore, guardava il cielo, le stelle e guaiva. “Tutto marcisce” diceva “E poi ti tagliano a pezzi e ti buttano alle galline” Finiva sempre con le galline, perché al di fuori dei numeri era stupido e matto. Lo sapeva che i morti li seppellivano nei cimiteri, ma chissà cosa girava in quella testa da indio. Cominciò a odiare le galline che razzolavano vicino al fiume a scovare i vermi. “Devono bollire per almeno tre ore” diceva, poi, se riusciva a acchiapparle le torturava “Ve lo meritate! Ve lo meritate tutte, per quando marcirò e beccherete il mio corpo!”
Il Morbillo non concepiva cose astratte come i concetti. Manovrava i numeri come un giocoliere, ma con l’algebra andava in pallone. Chissà che incubi s’era costruite su quei poveri polli.
Comunque come fu iniziato al sesso si incendiò e dimentico le cancrene. Cominciò a fare buchi sul pavimento della soffitta col trapano a mano, per spiare le zie e menarsi. Ci andavo anch’io la sopra non perché curiosa di vedere cosa facessero quelle cretine, ma per vedere se mio padre e i miei zii scopavano. Beh, guardammo ma non facevano niente. Il Morbillo lui continuò a spiare le zie nel bagno e a menarselo di santa ragione. Le guardava dai buchi e si faceva una sega dopo l’altra; poi chiese a me di fargliele e io mica mi rifiutai!
Anche perché mi faceva ridere quella sua faccia congestionata che pigliava le forme più strane. Gli feci la prima in soffitta mentre guardava la moglie dell’ingegnere che si lavava, la seconda in fondo al giardino mentre pensava a chissà cosa: poi mi appassionai e ne feci un’arte. Lui parlava di sinfonia, e in effetti era proprio come suonare un’orchestra con tema e controtema, accelerate e frenate. Ormai quel suo aggeggio lo sentivo vibrare come se mi parlasse. Lo sentivo salire fino in cielo e riuscivo a tenerlo in bilico mentre lui godeva e ansimava come un cavallo. Lo avrei potuto tenere in sospeso un giorno intero, ma era lui a cedere. Rantolava “Ora, ora”, se lo afferrava e con due colpi violenti, esplodeva.

Una volta fece cadere una pila di scatoloni e mia madre si voltò a guardare il soffitto. Ci stette un bel po’ a fissare, tanto che noi non si respirava neppure. “Ci ha scoperti, quella stronza” pensavo io. Ma poi entrò mio padre e sai cosa gli disse? Che la soffitta era piena di topi e piantò pure una delle sue piste isteriche, tanto che alla fine lui la mandò a quel paese. “Domani con la luce, vado su, metto le trappole, metto le medicine, mi mangio i topi, quello che vuoi purché la pianti con questa lagna” E naturalmente non fece nulla, anche perché lo si sapeva tutti che nella casa c’erano topi, scarafaggi e camole. Tutti, meno mia madre.
Lo sai giornalista? Quel pavimento della soffitta era tutto un casino. Quando il farmacista scappò in Svizzera, lassù la copertura era appena iniziata. C’erano i camminamenti fatti con gli archi in mattoni ma tutto il resto era legno. Quando tornammo il nonno fece fare qualcosa ma poi se ne dimenticò. Figurati poi i miei zii e mio padre quanto gliene fregava della soffitta! Non farebbero entrare nella casa i muratori neppure se cadesse il soffitto e finiranno per trasferirsi da una camera all’altra.
Così lassù è tutto pieno di topi e di camole. Li senti specialmente di notte: le camole col loro ‘Crump’, ‘Crump’ e i topi che scorazzano. Poi muovi una scatola e vedi i mucchietti di segatura e intanto quelle ‘Crump’, ‘Crump’ continuano a scavare nei soffitti, nei pavimenti e nelle travi … Decadenza, giornalista, decadenza! La casa e la famiglia! Camole, topi e pigrizia.
Sei scandalizzato giornalista?… Sì, che sei scandalizzato… E dio santo! Liberale sì! Visuale ampia sì! Ma ci vuole un limite! Non è vero piccolo borghesuccio! Siete tutti addottorati voi giornalisti, evoluti, emancipati, santo dio! Ma le seghe con le cugine, con le zie quello no! Supera i vostri limiti… Cose da deviati, da maiali, da degenerati. Siete tutti ipocriti e cretini:… vaticano, preti e mamma! Scoperesti la mamma? …Lasciamo perdere.
- Fu in quel periodo che Ardea occupò la scuola e si mise a far la rivoluzionaria, cosa che fece ammattire i professori, ma non certo gli zii “Sta emergendo il carattere della famiglia” Commentò placidamente il finanziere “Forse addirittura comela Chela”; ma certo non li spaventò. Cambiarono solo le parole “Vai a scuola?” chiedevano prima e “Vai a rompere i marroni?” chiedevano dopo senza neppure alzare il naso dal giornale.
Ma chi non la prese a cuor leggero fu la madre. “Quella sta diventando come la zia” diceva disperata alle colleghe. “Ma vivi tranquilla” la rincuoravano quelle “Sono giovani e, se non le fanno alla loro età, quando le devono fare?” In casa poi neppure la sentivano e, se insisteva con la storia della Chela, saltavano su come tigri: “E allora?” la beffeggiavano “Se diventerà comela Chela, andrà sulle Ande a combattere, meglio di te che vai a pregare in parrocchia!”
Ma lei già la vedeva sparare col mitra e sai che dramma per quella povera donna che amava la figlia in maniera ossessiva? E lo si vide bene quanto l’amava quando la seguì sulle Ande! Fu una catastrofe povera donna…
- Ma che le accadde?
- Quando partì per le Ande, venne da me un suo collega. Non sapeva neppure lui come cominciare il discorso e così balbettò, balbettò fine a che si fece coraggio e così saltò fuori che era l’amante di lei. Capito la santerella? Lui era pazzo di lei e insisteva per sapere e fare qualcosa “per non impazzire!” diceva. Si mise quasi a piangere quel poveretto e continuava a chiedermi scusa “Mi scusi, mi scusi dottore” diceva, “ma io non vivo più…sono venuto da lei perché sembra che le sia l’unico amico di quella famiglia, l’unico che gira in quella casa di pazzi… Almeno questo mi racconta lei!… Ma almeno può dirmi qualcosa….una notizia qualsiasi” Poi si scatenò sulla famiglia che l’aveva distrutta! “Distrutta, sì, distrutta, dottore!…. Lei ormai si è quasi convinta di essere una minorata di testa…. Capisce com’è ridotta?… quel marito ignobile e quel pazzo di professore che sputa acido su tutti. “Mi disprezzano” dice “il professore dice che sono il nulla e mio marito se la ridacchia!… E se mi vien da piangere mi guarda come se fossi una puzzola”
- E il marito, sapeva di questa storia?
- Penso che sapesse tutto, ma non gliene importava un fico. Del resto tutti là dentro lo sapevano. Lo sa che il Morbillo la seguiva e se lo trovarono in casa di lui proprio mentre scopavano. A lei venne un colpo e pure a lui ci manco poco.
-E lui, il Morbillo?-, -Oh, lui! Lo sa bene che era beffardo come una scimmia. Lei si sentiva spiata “ma mica in maniera normale”, mi disse quel professore “Quello mi spia per masturbarsi e se potesse mi salterebbe addosso” Non mi crede dottore?-, -No! No, ho risposto io, ho sentito qualcosa sul Morbillo… Ha capito signor…? Mi scusi non ricordo il nome?-, – Giubergia, certo, Giubergia.…
- E così la madre dell’Ardea aveva un amante…- dico io
- Oh se per questo anche le altre e forse mica uno solo…non erano proprio le tipe da avere amanti; anzi…sarebbero state le classiche mogli che vedono solo i mariti, ma, trattate com’erano trattate, … capisce? Per sentirsi vive e non impazzire… Io voglio bene a quei fratelli sa? Voglio bene davvero e sono pure vicino a loro come idee, ma devo ammetterlo che sono quello che sono e le mogli non riescono neppure a difendersi. Eppure nessuna si separò e sono rimaste lì a farsi umiliare.
Comunque la madre continuò a premere “Lo so, lo so che tutti ridono di me nella casa e fuori” diceva “Ma io la salverò” Così diceva ma intanto piangeva di continuo “Non devo solo piangere” disse a quel Giubergia, “e aspettare che me la portino a pezzi o attaccata a un traliccio come Feltrinelli!”
Non ebbe più pace. Andava alla scuola a chiedere notizie, consigli e a litigare. Andò anche da uno psicologo. E non le dico poi le discussioni con la figlia. Tentò pure di fare l’autoritaria, ma fu una cosa comica, perchè la ragazza la disprezzava e non lo nascondeva neppure. Diventò addirittura sadica “Hai fatto questo?”, “Certo che l’ho fatto!”, “Hai fatto questo!”, “Sì, e sì ho pure fatto quello e quell’altro!” Volarono pure schiaffi da tutte due le parti, con la madre che poi correva dal marito, senza sapere neppure il perchè: se prendersela con lui, se invocare i diritti di madre schiaffeggiata o se implorarlo che per favore parlasse con la ragazza, la fermasse fin che s’era in tempo.
- E lui?
- E lui che vuole che facesse? La mandava a quel paese lei, le sue lagne, la sua borghesità radical chic, la sua testa bacata…
- Perché non va alla scuola, giornalista? Vada e parli con i suoi colleghi, l’hanno vissuta tutta la storia dell’Ardea e della madre.

 La contestazione di Ardea.

-Vuoi un caffè giornalista? Sei tornato per chiederci qualcosa? Sai ti abbiamo visto girovagare dal dottore e parlare con quell’Ardea?- mi chiede il barista con un sorriso. Arriva pure la moglie, visto che il locale è vuoto – Sai giornalista quanto s’è parlato di questa faccenda? E come se tu avessi risuscitato i fantasmi. Parlano i pazzi?-, -Poche parole e tanti insulti contro il mondo- dico – E che ci si poteva aspettare – dice lui – Dio mio, inveire contro il mondo! Loro poi…- sibila la barista -ma lo sa che sono tutti in pensione? Si pappano la pensione e che hanno fatto? Qualche anno di lavoro sfaticato… e poi via con la pensioncina a poltrire là dentro, mentre noi si sgobba e si mantiene loro e quelli di Roma…. La sequenza è questa: prima partela Chela, poi c’è il processo al finanziere, poi sparisce l’ingegnere e comincia la ribellione della casa: è l’Ardea (col Morbillo al seguito) a infiammare tutti: occupano la scuola, vengono processati e infine arriva l’esercito a ispezionare la casa e finiscono tutti sotto processo…. Poi mentre li processano scoppia la bomba al traliccio, l’Ardea sparisce e ricompare laggiù sulle Ande… poi sparisce pure il Morbillo e infine parte la madre dell’Ardea per riportarli a casa… Capisce giornalista loro giocano e noi a mantenerli e a pagare pure le bombe…-, – Non ascolti mia moglie quelli avranno pure la pensione, ma il padre li ha lasciati ricchi sfondati…- Il marito borbotta qualcosa sul finanziere e la moglie sospira.

La Truffa

- Ma la storia della truffa quella te la racconto io caro ragazzo, perché loro, i famigliari non te ne parleranno mai e al bar cosa vuoi che ne sappiano… pettegolezzi!
- In realtà Silvano sembrava l’unico normale dei fratelli. Era l’unico da giovane a farsela con tutti, fu l’unico a diventare dottore in economia e fu l’unico a lavorare nella banchetta del padre. Non solo lavorava ma lo faceva pure bene; parlava di soldi, di cambiali, di titoli come io parlo dei miei vini. Insomma incantava i clienti e lavorava così bene che i veri clienti volevano solo lui. Così capitava che loro andavano alla banca, entravano nel suo ufficio e lui montava in cattedra: – Questo titolo è così, questo è cosà, stia attento…- Proprio come se fossero soldi suoi – dicevano quelli – Ha preso dal padre: serio, competente, un vero signore! Nulla a che vedere con quei suoi fratelli anarchici e pazzi.- dicevano – Uomo integerrimo come lui, ma più simpatico e alla mano….Ma da dove sono saltati fuori gli altri? – ci chiedevamo. – Dalla madre, no, di sicuro perché era una vera donna di casa, dal padre nemmeno e allora? – Eppure una vena di pazzia doveva esserci se prima è saltata fuori quella matta che è andata sulle Ande a far la rivoluzione e poi questi anarchici pazzi e pelandroni.-
Quando il padre vendette la banca, lui si mise in proprio a fare il finanziere ma mica contro la banca chè anzi, furbo com’era, se li coccolava: “Visto che vi ho lasciato il campo libero” diceva “Visto: mi prendo un po’ di clienti, ma, tutto passa da voi che beccate il per cento. Tutta salute e poi sai che figurone con la dirigenza suprema assisa là dove batte il sole: Tanti soldoni ma senza rischioni.”
Insomma uno che quadrava il cerchio, che banchettava col cielo e attirava clienti, tanto che i babbei della banca contavano i dollari, curavano i fegati e profetizzavano miracoli: “Arriverà chissà dove! La città? La capitale? …Gli States?…La luna? Nulla proprio nulla è troppo grande per quella testa miracolosa, onesta come quella del padre, ma con un bernoccolo in più. E che bernoccolo, santo dio!” Poi un giorno il finanziere sommo portò i libri in tribunale: niet, nulla, tutto finito. “M’avete dato i vostri dollari e allora? Sono spariti! Puff, Non ci sono più”
- Li dovevi vedere, i trombati – dice soddisfatto il dottore che s’è preso un tramezzino, mastica e fa cic-ciac – Ne vuole uno giornalista? …I loro dollari tanto faticati? Svaniti! Si figuri la rabbia…Con quei tribunali poi! – ridono i due – Lo trattavano con le molle, il reprobo: sorrisi qui, sorrisi là: “Ma ce lo dica dottore: dove li ha nascosti i dollaretti?”, “E’ tutto lì, cari giudici” rispondeva il dottore “tutto su quei libroni. Sono partiti di qui, sono arrivati di là, sono ripartiti di là e si sono convertiti in azioni della miniera qui, del palazzo là, della reggia laggiù”, “E poi?”, “E poi la miniera non c’era, il palazzo non c’era e la reggia neppure. Io sono il truffato cari i miei giudici!” Scavarono i giudici scavarono, scrissero, mandarono, indagarono e si persero in quelle miniere e così dove s’erano smarriti i dollari si smarrirono loro, tanto che per non evaporare come quei dollari, assolsero il dottore con la formula: -Mettiamoci una pietra sopra, l’imputato è senza dolo, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, andate e siate felici – ridono tutti e due e rido anch’io. – Poi lo beccarono i truffati una sera e lo randellarono alle gambe, anche se il soccorso della cavalleria arrivò in un amen, quasi fosse appostata a due passi, tanto che i creditori, con quel fratello che strillava, ululava, invocava medici e infermità mai viste, si insospettirono che le busse le avesse programmate lui e non era mica campato in aria.
- Comunque sia i creditori dovettero far retromarcia e accettare proprio il detto sul chi ha dato e chi avuto, anche se loro avevano dato e l’altro pappato. E il laido ci guadagnò pure la pensione; camminava col bastone e chiedeva un’invalidità e, manco a dirlo, alla fine ottenne la pensioncina.
- Un altro caffè signor giornalista?- chiede la signora.
- La fecero grossa lei e il Morbillo quando occuparono la scuola e incendiarono i registri. Partì subito una denuncia coi fiocchi e così arrivò l’ordine di sgombrare la scuola. A quel punto si chetarono tutti, ma non lei e il Morbillo che si barricarono e non le dico cosa non buttarono contro la polizia, dopo aver allagato tutta la scuola. Poi un vigile si pigliò pure una bella bastonata e quella fu la goccia che fece traboccare il vaso, vaso che nella fattispecie era il giudice che li fece mettere dentro e li processò per direttissima, ma non conosceva il Morbillo, quel giudice.
- Quel diavolo imparava qualsiasi strumento come si impara un gioco di carte. Lo interrogarono e lui rispose con la fisarmonica a bocca ta ta ta, ta ta ta, tatatata! Il presidente lo fece bloccare, ma lui si difese coi calci e coi morsi e continuò coi fischi. Così dopo averlo messo dentro e dopo averlo sopportato per tutta la notte perché quello continuava a urlare che voleva la fisarmonica, lo menarono pure, il che era del tutto giustificato perché il Morbillo riusciva a imbestialire pure i martiri e i santi.
E quell’Ardea poi!… Quando il giudice le chiese indicando il Morbillo se lo conosceva, ma dico io che domande: vivevano nella stessa casa! Comunque lei rispose “E come no, caro giudice! Proprio l’altra sera gli ho fatto una sega sotto le stelle”
Insomma l’ebbe dura quel giudice…. E con chi poi? … Con due minorenni. Incriminò i padri, i quali se ne fecero un baffo e mandarono a dire per iscritto che loro erano esauriti di nervi. Dicono che il giudice si sia incazzato come una bestia a quella risposta e che li volesse mandare a prendere con un cellulare. E glielo mandò davvero un atto ufficiale a loro e pure al dottore che aveva certificato quell’esaurimento di nervi così offensivo per la corte. Al che mica si spaventò il professore che fece fotocopiare la sua cartella medica e ci mise pure un pezzo di giornale fotocopiato di quelli che riportano annunci personali. Sa quelli del tipo “Signora avvenente, popputa e capace esegue massaggi a domicilio ecc., ecc.” Fece un bel pacco, gli appiccico sopra un foglio a quadretti con l’indirizzo “All’eccellentissimo giudice tal dei tali residente da qualche parte nel tribunale” Ci mise pure una lettera che pare fosse di questo tipo: “Lei mi ha fatto questa domanda? Io le rispondo così: se io non sono responsabile delle mie azioni, come vuole che sia responsabile delle azioni dei nipoti che mi ritrovo? Ritengo la risposta appropriata, puntuale, esauriente e le do un consiglio dall’alto della mia follia. Il consiglio è questo: lei s’è preso la briga di aver a che fare con i soggetti in oggetto? E allora li sopporti senza rompermi i marroni”
Insomma lo mandarono a prendere con le giubbe il Professore per portarlo in aula e notificargli un bel processo per offese alla corte, alle istituzioni, al giudice e chi più ne ha più ne metta, ma intanto il giudice dovette imbestialirsi con le giubbe perché, santo cielo, come era potuto succedere che si rompessero i marroni allo zio e non al padre? Così dovettero ricominciare la trafila comica, trafila che mica cambiò un acca, perché il fratello replicò il malfatto. Insomma non so come andò col suo fegato ma di certo non andò bene…

- Intendiamoci di guai ne ebbero tutti e due e quel Morbillo era intrattabile e odioso, ma era pure allegro per come sbertucciava i professori. Una volta si abbassò i pantaloni in corridoio e spetazzò contro il preside A chi non ce l’aveva in classe era pure simpatico.
L’Ardea era invece tutt’altra cosa. Ribelle, contestatrice, colta; mica di quelle che sbafano slogan la mattina e li ruttano la sera. Era una che volava alto e strapazzava le professoresse tanto il tipo radical chic che quello pacione-casalingo. Il peggio capitava alle hocimine che la difendevano per poi essere trattate come delle deficienti. Le chiamava ‘cretinetti’ in calore e quello finì per mandarle su tutte le furie.
“Ha una fogna per bocca” berciavano “E’ un’esaltata, ma vi chiedo colleghe, che la difendiamo a fare? L’altra mattina facevo footing è lei mi ha gridato dietro “Corri veltronide, corri! Suda che con quel culone che ti ritrovi perché poi lo scoprono tutti che sei tutta culo e niente testa” Mi sono fermata per dirgliene quattro e lei che mi sbeffeggia ancora e dice che il giorno prima ho detto una cazzata. “Ma quando l’hai aperto il tuo ultimo libro? Vent’anni fa? Ma fatti una supposta e vai a pulire i cessi?” Insomma cosa puoi dire contro la volgarità? L’avrei schiaffeggiata lì sui due piedi ma mica potevo farlo…. E non era ancora finita perchè è spuntato pure il cugino, che mi chiede: “Me la dai professoressa?” Immagina un po’ tu: io lì tutta sudata, rossa e trattata in quel modo da due deficienti qualsiasi. Insomma hanno raggiunto il colmo. Al di là della decenza non si sa cosa rispondere, anche perchè la rabbia che avevo dentro non mi faceva neppure respirare… E poi ero una professoressa, santo dio! Mica potevo mettermi a gridare! Con chi poi? Con quel deficiente del cugino che non capisce niente? E non era finita “Guarda come è rossa la nostra professoressa!” dice lui “Che dici cugino? Sta per crepare? Povero fegato! Povero fegato!” sbeffeggia lei. A questo punto non ci ho più visto e non so quante gliene ho dette. E loro mi guardavano sorridenti e incuriositi! S’era pure radunata un po’ di gente e tutti a commiserarmi come se la pazza fossi io… Capite o non capite!? Come se la pazza io fossi! Insomma mi sono sentita morire di vergogna e mi sarei nascosta sotto terra.
E il preside? Il preside fece quello che poteva. Del resto aveva pure paura della famiglia quel povero coglione. Con il professore si scontrò fin dai primi mesi e fu davvero dura.

Testimonianze dei colleghi

- Non è che fosse crudele ma non aveva il minimo senso della disciplina e così veniva a scuola quando gli pareva, rispondeva agli insegnanti e faceva cosa voleva, per cui il preside prese carta e penna e buttò giù una convocazione per il padre. La segretaria naturalmente sbagliò nome e convocò il professore. La stessa cosa che successe poi al processo -
-La lettera – è tutta da ridere – arrivò con tassa a carico del destinatario e allora furono urla contro lo stato, contro i comunisti, contro Berlusconi. Ma c’era già Berlusconi?…Beh non importa.
- Insomma immaginatelo con quel postino davanti che gli dice “Tassa a carico del destinatario” Diventò tutto rosso, lo coprì di ingiurie e lo mandò a quel paese col risultato che arrivò qualcuno dal comune o addirittura dalla caserma a dirgli che lui quella lettera doveva prenderla e quella tassa pagarla. “Io? Pagare questa tassa? Neanche per sogno. Io scrivo a loro e metto il francobollo e loro facciano lo stesso. Mi scrivono? Mettano il francobollo!” Poi si mise a gridare “Chi credono d’essere, gli stronzi? Dio?… Cosa farà Dio? Manderà le giubbe?… E che le mandi, santo dio…. E intanto andate a quel paese voi e le vostre istituzioni” Insomma prese la porta e ‘bam’ gliela sbatté in faccia e così si beccò una bella denuncia ma lui ci era abituato.
- E come andò con la lettera? Bah non ricordo…forse mandarono il messo senza tassa a carico e così lesse la lettera e si mise a urlare.

- Figurati quella scribacchina aveva fatto un errore d’apostrofo e poi c’era la lettera che cominciava con “Gentile signore” -Gentile? Chi gliel’ha detto che sono gentile? Ha sbagliato tutto! Io son maleducato, rognoso e demente.- latrò.
Insomma quel ‘gentile’ era il cacio sui maccheroni e lui incazzato com’era, non vedeva l’ora di andarci da quel preside del ‘gentile’, ma dovette aspettare due giorni fino al venerdì fatidico, programmato e ufficializzato con tanto di timbro: “Dirigente scolastico – Liceo Giordano Bruno” e quando si presento subito lo gelò quel preside che si aspettava il solito padre accorrente da lui a farsi bastonare di santa ragione sull’educazione del giorno d’oggi, sui genitori del giorno d’oggi, sugli studenti del giorno d’oggi. E ancor peggio quando quell’energumeno cominciò con un turpiloquio da taverna contro quel relitto di scuola da cui mica poteva pretendere niente se gli insegnanti sentivano le stesse canzonacce, le stesse demenze, le stesse scemenze e le stesse novele dei loro studenti. “Ignoranti” caro il mio preside “Ignoranti! Lo so ben io che ci ho bivaccato per anni….quindici per la precisione, in queste mandrie di casalinghe, mezze maniche e cretinetti chic che temevano i libri come la peste”
-Era esterrefatto l’austero preside a sentire la sua scuola disprezzata come covo di acefali. Divenne viola e perse la facoltà di parola mentre l’energumeno continuava e macellava, chiedendo all’eccellenza illustrissima se non si vergognavano, loro, in tanto liceo omologato offendere l’anima di ‘Giordano Bruno’ eroico ribelle, bruciato dal Papa al campo dei fiori… “Sento che si rivolta nella tomba, eminenza illustrissima. I suoi antenati spirituali lo hanno mandato al rogo e adesso lei s’è impadronito di lui, del rogo e se lo mette sulla testa come una corona d’alloro. Ma non si vergogna” Rideva adesso il demente mentre il preside bruciava come un vulcano tappato.

Insomma se la godeva il professore pazzo. Perché mica era casuale quel teatro, chè anzi fu premeditato con cura e cattiveria in quei tre giorni. Quell’anarchico rognoso di mio zio lo preparò come un artista. Prese appunti, meditò e le pensò tutte per farlo incazzare per bene quell’impiegatuccio ignorante: educazione qui, impegno la, circolare qui, circolare là, famiglia qui, famiglia là. Fu addirittura crudele. Bolliva il poveretto nella sua bile e lui: “Ma santo cielo” preside “Lei è tutto rosso! Ma, santo cielo, ma basta deridere questa scuola perché le salga la pressione e le venga l’infarto? Ma sbotti, santo cielo, faccia l’incivile, mi insulti; lei è un vulcano tappato… Non vuol perdere il suo aplomb? E tutta da ridere preside, tutta da ridere! Si sbrighi, santo cielo, esploda o crolli”
Ma il preside non esplose e sì subì pure la storia del ‘Gentile Signore’ “Come si permette di chiamarmi Gentile Signore? Io non sono né gentile né signore. Mi fate pena e schifo ecc. ecc.

Il Processo

Poi si arrivò al processo quello grosso, intendo, quello del maresciallo e del tenente. E che avevano in mano quei giudici? Avevano trovato in cantina cose della Chela tra cui un manuale per far bombe e pure una vecchia bomba… libri sull’anarchia, manuali sulle bombe… e via di questo passo… Pure la descrizione di come si fa un’atomica presa da Internet ma era una cosa tutta da ridere. Nulla insomma. E infatti la famiglia si divertì.
Prima piantarono la pista che volevano difendersi da soli, poi che era un processo politico. Poi ricusarono i giudici, poi fecero ammattire gli avvocati. D’ufficio naturalmente. Mica c’era bisogno di grandi avvocati per quella bischerata! E lo disse pure il Professore al giudice “Non avete nulla in mano. E tutto da ridere questo processo! Sprecate soldi dei contribuenti e ci fate perdere un sacco di tempo”
Poi ne studiarono un’altra quei maledetti. Tirarono fuori il parlar forbito che consisteva solo in una maniera di parlare gentile in maniera iperbolica. Capisci giornalista, puntualizzazioni, semantica, gentilezza, metafore, complimenti esagerati, ripetizioni, ringraziamenti continui.
I fratelli lo adottarono per far saltare i nervi ai giudici e ci riuscirono. Hai idea? Si rivolgevano al giudice e lo chiamavano “Luce della verità, eccellenza suprema…” Insomma sai che cosa non tirarono fuori con quel giudice che urlava per farli tacere e loro che protestavano “Ma santo cielo! Ma se non c’è più neppure più la libertà di usare la lingua italiana, signor giudice, eccellenza suprema!” Insomma doveva cacciali via per farli tacere ma quelli erano furbi e lo facevano uno per volta: fuori uno, cominciava l’altro. E quello cacciato oltretutto si metteva a urlare che non lo si lasciava parlare e dovevano portarlo via di forza con lui che faceva sberleffi. Te li immagini i giornalisti e la televisione! Divennero i beniamini del pubblico, vere star. C’era il pienone di gente, giornalisti e fotografi che volevano entrare là dentro per sentire cosa avrebbero tirato fuori quel giorno.
Fu un processo da ridolini. E il bello è che gli zii ammisero tutto fin dall’inizio ma poi ritrattarono tutto, di nuovo ammisero e così via. Uno dichiarava di voler leggere un messaggio e leggeva la sua colpa, un altro, il giorno dopo, leggeva la sua discolpa e quel giudice che mica poteva dire facilmente di no, perché quelli aggiungevano ogni volta un granello di verità o falsità. Lui il professore ammise di aver preparato le bombe e descrisse il tutto con minuzia. Tanta minuzia che c’impiegò tre giorni, ma alla fine ammise pure di aver ucciso, Stalin e Andreotti.
Il giudice mica voleva che deponesse quel professore e gli veniva la dissenteria solo a pensarci. Te lo immagini quello a interrogare e l’altro a rispondere col parlar cortese. Te lo immagini “La smetta di parlare in questa maniera irritante. La diffido ecc. ecc. e l’altro “Ma questo è parlare civile! Educazione, civiltà, bon ton”, “E qui deve parlare giudiziario: rispondere a puntino… un si o un no, correttamente e basta, senza fiorellini e trucchi.”Ma qui mi si impedisce di testimoniare, mica l’ho inventata io la lingua italiana? Forse che non parlo italiano? E gli avvocati poi te li immagini? Ma quello sarebbe venuto dopo che il professore aveva già preannunciato battaglia sul giuramento allo stato e al concetto di verità e via di questo passo. Una salamata insomma: volevano ricusare pure il giudice che schiumava rabbia” Ma in che mondo siamo?” Latrò una volta sfinito “E lo chieda a dio, lei che è così in alto” gli rispose il professore.

Lo scoppio della bomba al processo

I giudici stavano proprio per chiamare il professore alla sbarra quando arrivò in aula la notizia dello scoppio della bomba e immagina che bailamme ne saltò fuori. I giornalisti con tanto di fotografi e aiutanti che si precipitano fuori vociando “E’ scoppiata una bomba?! Dove? Che è successo? Hanno ammazzato compare Turiddu? Non c’entrava proprio niente compare Turiddu ma intanto quelli s’ammassarono alle porte; trenta delle TV private, berlusconidi compresi, cinquanta dei giornali, e chissà quante centinaia di quella maledetta RAI radiotelevisione Italiana, servizio pubblico che serviva male il pubblico con quei duemila giornalisti che si ritrovava, ma serviva bene i giornalisti, che poppavano direttamente dal canone! E così potevano mantenere le mise, i decolté, le piscinotte e far manutenzione ai labbroni.
Vuoi mettere una giornalista, bella e sexy che legge di storto, come le scimmie del Madacascar, che goduria! E non facevano sognare gli italiani quelle presentatrici con otto chili di bel silicone per labbro, affinché sembrasse, quel labbro lassù uguale a quell’altro labbro laggiù. E i labbri stessi con quel chiudersi e aprirsi: belli, grassi e burrosi in azione per fare all’utente un sano, virtuoso, sontuoso, gratuito bocchino? Finalmente, giornalista lo abbiamo capito in cosa consiste questo benedetto servizio pubblico.

In ogni caso il giorno dopo Ardea era scomparsa. Era a piede libero e quel piede benedetto lo usò per scappare. Non so perché ma ci impiegarono un giorno a muoversi e quando lo fecero, quella era già in America.

La Fuga

- Come fuggii? Quando fuggii? Perché fuggii? Quante domande giornalista. E sai che ti rispondo? Che io non avevo nessun progetto di fuga. Pensai sì, in quel momento, che con quella bomba cominciavano nuove tribolazioni per la famiglia, ma non m’impressionai più di tanto. “Le affronteremo” mi dicevo.
- Vuoi dire che non avevi mai progettato di raggiungerela Chela?
- Certo che ci avevo pensato!la Chela,la Bolivia, il Cifas, le montagne erano il mio sogno. Ma era uno di quei pensieri che arrivano, che ti riempiono di voglia di vivere ma che rinvii sempre a tempi migliori. Certo, prima o poi ci sarei andata dalla Chela e avevo anche cominciato a preparare il viaggio. Non che avessi fatto molto ma avevo imparato un bel po’ di spagnolo, letto libri, ascoltato la radio. Certe volte, di notte in soffitta, pigliavo le Ande in compagnia del Morbillo. Lui sì che capiva tutto: era un primitivo quasi un demente; Zulù lo chiamavo certe volte. Quasi una scimmia quando non si trattava di numeri e di musica. Eppure lo spagnolo sembrava che ce l’avesse nel sangue e dire che, anche se il trovatello era nato là, non aveva mai sentito una parola in spagnolo prima che gli facessi sentire la radio.
- Come usciste?
- Pensò a tutto mio zio il finanziere e senza lasciar trapelare nulla né con me né coi fratelli.
Quando scoppiò la bomba, che poi si rivelò un bluff, dopo cinque minuti in quel gran casino, lui era già lì che mi parlava. “Tu infiammata come sei, mica ci avresti mai pensato, cara nipote, e allora l’ho fatto io. Qui ci sono il passaporto, la tua foto e il tuo nuovo nome; adesso ti cambi, ti metti il rossetto, il rimmel, i tacchi, ti tagli i capelli e via con questo biglietto” Ghignava felice come una pasqua quel vecchio filibustiere e fece sogghignare anche me, mentre mi accompagnava nel bagno del tribunale. Pensa giornalista proprio nel bagno del tribunale! Pensa quel giudice che mal di pancia se lo avesse saputo che proprio lì, in casa sua, si consumava il delitto. Ma si consumò lo stesso e così, fatta la trasmutazione degli elementi, via sul Taxi fino all’aeroporto.
“Non mi piaceva proprio il tuo nome” ridacchiava mio zio sul taxi. “Ti piace Ardea?” Insomma m’aveva chiamata Ardea. E il motivo poi! Tutto da ridere “Un bel nome!, diceva, Sai l’Ardea è stata la prima macchina di tuo nonno e la comprò dopo aver apertola Banchetta. Granmacchina! Una Lancia! Le porte si chiudevano con uno swosh che era un piacere sentirlo. Io ci andai una volta nel garage solo per aprire e chiudere le porte e sentirmi in santa pace quegli swosh, swosh, swosh; finché non arrivò la serva a darmelo sulla crapa il mio swosh” rideva tutto allegro il truffatore.

“Perché questo paese? Ma perché li c’è la banca col mio malloppo” rideva come un matto adesso. “Ecco, qui c’è il numero per prenderne un pochino. Mandalo a memoria sull’aereo e poi mangialo. Mica troppo, santo cielo, che quello sta bene lì dov’è e s’incrementa; ma se ne hai bisogno, si provvede” Come farò a contattarti? gli chiedo “Lascia fare a me!” Risultò che c’era una mignotta nella faccenda.
- La segretaria?

- No! Non la segretaria ché quella si sapeva che l’avrebbero strizzata come un straccio bagnato. No, la segretaria era una baluba qualsiasi, che quando la interrogarono fece proprio la baluba che era e non ebbe neppure bisogno di recitare: “Chi? Come? No! Non sapevo. No, non ho visto. E chi lo sa! Faceva lui, faceva lui, faceva lui e io ero solo la segretaria. Mi diceva: “Fa questo, fa quello, telefona qui, telefona là, prenota, prendi appuntamento, prendi nota- e che deve fare una segretaria?” La strizzarono senza pietà! Ore e ore per cercare di cavare sangue da una rapa che sangue non ne aveva e infatti non cavarono niente.
Il complice però c’era e questo l’avevano capito i vampiri, ma non si avvicinarono nemmeno da lontano. Dico in senso figurato, perché in senso fisico la mignotta era già volata in America coi fogli del malloppo.

Dogana

“Turista?” Mi guardava bieco l’impiegato della dogana nella sua divisa unta con in mano quel passaporto e quel foglio “La racconti giusta in questo foglio?… Turista!? Con questi pochi dollari? Ma non c’è neppure da pagarsi il ritorno” aveva scosso la testa e si era asciugato il sudore “Non me la conti giusta. No! non me la conti proprio.. qui c’è qualcosa che puzza” Ed era bastato un cenno perché arrivassero due poliziotti. Facce chiuse che avevano confabulato con l’impiegato fissandomi e avevano latrato: “Per di qua” Mi spinsero dentro una stanza nuda con un banco e una panca. Fu la chiusura di quella porta a mandarmi in tilt… e poi lo squallore: il mondo che era scomparso e io che ero in balia di quei due poliziotti che puzzavano e mi piantavano addosso i loro occhi da criminali. Mi resi conto insomma che non ero più in Italia e che quelli potevano fare quello che volevano senza che nessuno, fuori, ne sapesse nulla. Cominciai a sudare, a balbettare. Persi la testa e non ero più io… il terrore…. Cosa dissi? E chi lo sa. Smozzicai qualcosa di sicuro ma chissà cosa. Sentivo solo le loro domande che crescevano di tono. Poi cominciarono a urlare e arrivarono gli schiaffi sulla faccia. “Cosa sei venuta a fare puttana?” ringhiavano “Parla! Perché mica esci viva da questa porta”, “Allora a chi vuoi contarla?… Che sei venuta a fare in questo paese?”, “Chiedile se è venuta a battere?” rideva uno “Sei venuta a far la puttana?.. Arrivare dall’Italia per battere qua? E allora vediamole le grazie. E stavano davvero per vederle a suon di sberle quando dissi che sarei stata ospite. “E di chi? E di chi? Di questa? E tirarono fuori il biglietto di mio zio. Nome: Chipa e questo è il telefono? Di questa Chipa? E chi è questa Chipa?
Uno dei due fece il numero e di là qualcuno rispose. Volevanola Chipa? Chi?La Polizia!? Santo cielo. Subito….La Chipa non c’era: era andata all’aeroporto a prendere qualcuno.
- Chipa che?
La paura non era solo lì giornalista, la sentivi arrivare anche dall’altra parte del telefono… “Ah, il cognome!” E così arrivò pure il cognome di quella Chipa, ma i due non mollarono e vollero sapere chi era dall’altra parte e risero “Un bordello!” riferì al compagno che subito gli ordinò qualcosa; parlarono con non so chi al telefono e poi fecero cercare con l’altoparlante quella Chipa, “Vediamo questa puttana!” disse uno e, sempre a muso duro, attesero.La Chipache entrò, era una bella donna anche se non di primo pelo: elegante, truccata senza esagerazione ma truccata da terra alla cima dei capelli.
- Sembrava una donna di classe?
- Non lo so comunque l’assalirono “Non me la conti mica giusta puttana! Fai arrivare per il tuo bordello una donna dall’Italia, ma quando mai!? Le donne partono di qua per andare a far le puttane laggiù, mica succede il contrario” Cominciò il più grosso prendendo per il collettola Chipa“E fior di donne con la carne giusta e le curve e tutto il resto… un po’ come dovevi essere tu da giovane” continuò, cominciando ad accarezzare le poppe della Chipa. Poi le strappò il bottone “Come queste” disse afferrandole un capezzolo.La Chipaurlò di dolore, la guardia rise, io piangevo. “Preferisci qualcosa altro di più duro, puttana?” Allora il più vecchio intervenne. “Calmati” disse con flemma, asciugandosi il sudore “Queste puttane hanno sempre protettori in alto” E poi rabbioso alla Chipa “Ma mica contano niente se non ce la racconti giusta. Sei una puttana, hai capito, sei solo una puttana! Sei niente! E sai cosa facciamo noi alle puttane che fanno le furbe? …Allora come la mettiamo con questa racchia senza poppe che viene a far la puttana da te? A chi vuoi contarla?”La Chipa, rabbiosa con uno strattone liberò il capezzolo “Hai ragione sergente, ho i miei protettori” disse “e le mie ragazze vanno alle feste di un generale. E adesso, guardala la ragazza perché lei è mia ospite e adesso viene con me!”
Anch’io a vedere come quella Chipa teneva testa ai due maiali, mi ripresi e gliel’avrei data davvero una bella ginocchiata in quel posto. Speravo che lo facessela Chipa, ma lei sapeva fin dove poteva spingersi e così si limitò a uscire da quella camera squallida tenendomi per un braccio. Non chiese nessun permesso, ma non si spinse oltre. Più tardi mi disse che aveva una paura del diavolo mentre usciva in quel modo “ma sapevo che anche loro avevano la loro perché in questo paese nessuno scherza e la paura non manca mai….” Ma intanto ero fuori da quel caldo che toglieva il respiro, da quella puzza d’ammoniaca, dal terrore e tornai a respirare. Quello fu il primo contatto con quel paese e devo dire che fu anche la mia prima volta nella vita in cui persi la testa per la paura.

La Chipa mi accolse in un salotto elegante con l’aria condizionata. Era una donna tra i quaranta e i cinquanta ma il sorriso luminoso, la disinvoltura, l’agilità dei movimenti gliene toglievano qualcuno. C’era una cameriera per la casa ma fu lei stessa a portare le bibite
Che posso dirti, giornalista, quella era una famiglia tutta matta e rivoluzionaria fino al midollo. L’Ardea era solo più esaltata; una copia di quella Chela sulle montagne. Mi chiedi come li ho conosciuti? Ha poca importanza, davvero poca importanza. Il fatto è che di qui se non hai nulla e non nasci dove devi nascere, te ne scappi appena puoi. Figurati allora… a meno che tu non nascessi ricco… e non era proprio il mio caso… Io comunque riuscii ad andarmene in Italia e mi trovai là a far la serva in una casa di due pidocchiosi col pidocchioso maschio che voleva chiavarmi. Un vero maiale! Superbo e schifoso, tanto schifoso da non riuscire a capire che una pezzente venuta dal paese dei baluba non volesse farsi chiavare da un dio come lui! Capirai che onore. Non voleva crederci e così toccava e s’incazzava sempre di più perché lo mandavo a quel paese. Una volta cercò persino di stendermi. “Mi fai impazzire!” mi disse mentre cercava di buttarmi su un divano. Capirai, lui, magro e debole di cuore e io nata nei vicoli. Non me ne accorsi neppure quando lo sollevai e lo buttai da una parte come uno straccio.
Non che avessi dei problemi a farmi scopare, santa madonna! Avevo dodici anni la prima volta per quattro soldi!… E proprio con un vecchio bavoso grigio, rugoso come lui… poi continuai un po’ commessa, un po’ serva, un po’ mignotta fino a che un diplomatico vostro mi pagò il viaggio perché non poteva fare a meno di scoparmi. Mi sistemò in quella famiglia e affittò una camera dove veniva a perdere la testa e le bave. Non era male come vita e il tizio era anche innamorato ma quanto a soldi, era uno spilorcio. Anche lui pensava di farmi un onore e poi non mi aveva fatto il grande favore di farmi uscire dal letamaio? Ma non è questa la storia che vuoi sapere e neppure ho voglia io di raccontarla.
Insomma io la capii subito quella lenza dello zio. Lo chiamavano Finanziere! E tutti che si levavano cappello al figlio del banchiere, unico saggio di una nidiata di matti. Era in gamba davvero, li incantava e se li cucinava come voleva.. Ma non poteva certo incantare una come me cresciuta dov’ero cresciuta!…. Perché se cresci in questa scuola e devi cavarci giorno dopo giorno la pagnotta tra clienti, padroni e magnaccia, allora impari a leggere le facce e perfino il tipo d’odore. Insomma questo è il paese giusto per certe cose.
Così lo capii subito di che pasta era fatto lo Zio dell’Ardea. Girava per la case degli schifosi con fogli da firmare, ricevute, borse, assegni…e chi più ne ha più ne metta con quell’aria da professionista d’altri tempi. Proprio questo dicevano il maiale e quella sua moglie balenga e superba come lui: “Professionista d’altri tempi! Serietà e onesta come il padre”, “Sì! Professionista in bidoni” pensavo io. Lo capii subito che ne stava confezionando uno di quelli grossi…. Lucciole per lanterne, anche se non conosco i particolari. Comunque i due allocchi un mattino mi mandarono nel suo studio a portare dei documenti e io dissi a quella lenza che avevo capito tutto ed ero pronto ad aiutarlo con tutto il mio cuore.
- E lui?
Lui? Non voleva il mio cuore e, da quella lenza che era, non battè ciglio ma se ne uscì con un risolino furbo. “Il cuore no!” Mi disse “E meno che mai il resto, in certe faccende!” Insomma ci capimmo subito e io ero la ciliegina sulla torta arrivata al momento giusto. Lui mi chiese se potevo fare questo, se potevo fare quello e non parlò mai, dico mai, di quello che ci avrei guadagnato. Ma io lo sapevo che non m’avrebbe fregato e poi a me lui piaceva. Piaceva perchè era un signore, perché rispettava il gioco, perché non aveva puzze sotto il naso e ancor di più perché il bidone lo tirava a tutti in un colpo solo, anche ai due maiali.

Fai la faccia da allocco? No? No non voglio dire che sapessi districarmi fra pagamenti, bonifici, banche e chissà cosa. Per questo c’era lui che era un asso, anzi un poker d’assi e poi non era un ebreo? E non aveva una banca il padre? E non ci aveva lavorato anche lui? Insomma lui le carte le conosceva e le maneggiava bene. E poi aveva il sangue giusto.
- Eravate amanti?- chiedo titubante e lei ride e non risponde
- Ti accompagno alla Casa Bianca, il bordello da cui sono partiti sia l’Ardea che i Morbillo e di lì potrai cominciare sulla strada giusta.
La Chipa guidava con prudenza ma il traffico era un caos.
- L’hai cavata finalmente la domanda che ti tenevi ne gozzo! Me l’aspettavo e anzi me lo chiedevo: perché non viene? Perché non viene? Perché non era mica naturale che non venisse. “Eravamo amanti?” Se con questo vuoi dire che me lo potessi cucinare o che sbavasse per me, la risposta è no! Come dicono loro, sarebbe tutta da ridere uno della famiglia che sbava per curve o mammelle! – La Chipa si mise a imprecare contro una vecchia Volkswagen maggiolino e poi sbottò contro quella mandria di maschi ubriachi che guidavano come a un rodeo. – Siamo quasi arrivati per fortuna. Ti lasciò a un Hotel vicino al bordello – mi dice sarcastica – Entriamo ci prendiamo un caffè freddo sotto un ventilatore….- Entrammo, tutti sudati, nel bar dell’albergo e la Chipa ordinò caffè freddo.
- Quando dissi all’Ardea che avrebbe alloggiato in un bordello, non fece una piega che anzi diede per scontato d doverci lavorare; ma specificò subito che avrebbe fatto solo seghe e pompini, il che non mi stupì proprio conoscendo la famiglia.- ride di gustola Chipae un gruppo di avventori guarda e sghignazza – Il quartiere è quello che è – commenta

- E lei? – Chiesi io. – Lei chi?… Io? -, – Tu ragazzotto non sei mica un moralista di quegli stronzi -, – No! per carità! -, – E allora perché hai fatto quella domanda? No, non rispondere, tanto che mi diresti? – - Io? Santo cielo, no!…. Assolutamente No! Ma io vi conosco bene, sai!…: lei non doveva farla la puttana vero? Una Italiana e per di più ricca e per di più rivoluzionaria, mica deve fare la puttana! Quello lo fanno le poveracce, le sudamericane -, -Maledizione! No! No! Signora, non lo penso proprio … mi offende!-
Mi guarda perplessa -…Non lo so …- dice continuando a guardarmi.
- Dimentichiamo? – chiede poi – Si per favore – rispondo – E va bene – acconsente ma intanto io non più il coraggio di far domande al che lei, che se ne accorge, ride rilassata. – Non mi chiede come andò? … Sorridi giornalista! Che giornalista sei? Un bamboccio che arrossisce? E chiedimelo come andò! Non me lo chiedi?
- Bene! Anzi non troppo. Fece il suo lavoro con impegno, ma già al secondo giorno capitò un guaio e al terzo anche peggio, quando ci fu uno che voleva scopare e lei si mise a gridare. Successe un putiferio “Porca puttana” diceva il tizio “Non è mica la prima volta Signora! Ho pagato per un pompino e poi volevo chiavarla come ho fatto altre volte. Ho sempre pagato la differenza o no? Le altre erano contente, perché si prendevano l’uno e l’altro e io ho sempre pagato. E questa cazzona! Questa puttana… ma chi crede di essere?” Capisci lui le aveva dato uno schiaffo, lei s’era tanto inviperita da tentare di morderglielo, poi, visto che non ci riusciva, gli aveva morso una mano e ricevuto una bella zuccata in un occhio. Adesso erano li tutti e due: lei con un livido grosso come una mela con lui che voleva dargliene finché bastava.

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