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Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – II puntata

- Mi sentii addosso i suoi occhi, dio santo, e così, vista la faccia corrucciata, lasciata l’omeopatia, ritornai sui binari. “E’ che diamine” pensai “neppure alla mia età e neppure coi dementi uno può farsi un po’ di sangue allegro?” Ecco quel che manca al pazzo: il sangue allegro.
- “Ridere caro Gino! questo dovresti fare: ridere” gli predico “Giocare a bocce e bere qualche buon bicchiere … Poi passeggiare in campagna all’aria pura e…
“ Lei lo sapeva Dottore” m’interrompe “che ieri sera si doveva fare il Don Giovanni alla televisione?… Primo canale, santo cielo! … Non che mi mettesse in subbuglio che quegli assassini di stato, loro e la loro via Teulada… E chi ti prendono per fare il Don Giovanni? La prima della Scala, ovviamente! Che diamine! Perché mica interessa Mozart a loro. No! Loro vogliono far vedere le madame coi loro vestiti, vecchie e giovani, tutte coi loro attributi: pelliccia di qua, scosciata di là … poppe stagionate e rivitalizzate per l’occasione… Frizer o silicone e magari muso rasato dai baffi… E i tacchi poi! E la battaglia fuori con quegli altri sciabardati che arrivano con le uova, e allora dagli con le uova marce sulle mise delle signore…. Tiro al bersaglio!… Scampagnata!… Giusta e santa, ma pur sempre una scampagnata. Perché mica son diversi loro e le loro picette tutte in palandrane senza forma a coprire le fiche soviet”- Prese il fiato il demente e diede pure una serie di tossacce acide ma riprese subito con la filippica.
-“Mica sono diversi, loro e le loro picette sempre in fregola  a dimenarsi come scimmie, sbavare, ululare, UH,Uh,Uh, Ah, Ah, Ah per i loro canzonettari che si menano l’uccellaccio sotto il cielo in una stanza… Poesia insomma, poesia davvero: alberi infiniti, che salgono e salgono nel cielo … E chi è mai Leopardi a confronto a quegli alberi infiniti? Caro dottore, ha capito i nuovi poeti? … “E io che di donne non ne ho” cosa fa chi di donne non ne ha? Ma porta un bel fiasco, accidenti! Rutta il poeta. E allora portalo quel fiasco ma mettitelo in quel posto, dio santo!…” ridacchiava il pazzo al pensiero e riprende spiritato, falciando l’aria con quelle sue braccia fatte a salame “Loro con le loro mise di pelliccia a coprire bernarde ungulate e le altre con le palandrane a fare ‘Uh, Eh, Oh’  … Tutte uguali, dottore, perché mica sanno chi era Mozart loro! La sua musica poi…”
- “Insomma io volevo solo vedermi il Don Giovanni, su una poltrona e con la moglie fuori dai coglioni, ché pure per lei è una canzonettara. Chi è Mozart? Perché non glielo chiede alla professoressa di umane lettere e sentimenti artistici? Sa che le risponde? “Una lagna! Proprio una lagna! Una gran lagna e basta” E io avrei dovuto rimanere in quelle scuole di bidonisti? E il mio fegato?
- “Insomma, passato il carnevale delle uova, è toccato alle Vip che guardavano affrante le loro mise: “Ah, la mia mise! Ah, il mio Versace, Starace, Storace!… Ah, che disgrazia!… Ah, che disgrazia!… Quei fetenti!… un uovo! Addirittura!” si mette a cantare “sulla ‘mise‘ e mica una ‘mise‘ normale!… Pelliccia di mammut nientemeno!… Insomma erano finite le mise, le pellicce e le uova ma mica si è aperto il sipario! Compare uno sderenato in frac, che dice: “Cari signori che siete lì alla tivù per papparvi il Mozart di stato? Bene! Andate pure a quel paese perché il grande Strehler ha detto “No! No! Assolutamente no! Quelle luci rovinano la mia regia”, “Quelle luci rovinano il ‘Mio’ Don Giovanni” …Ha capito dottore? Il ‘Suo’ Don Giovanni…. Ha capito? IL SUO DON GIOVANNI” ripeteva sillabando il pazzo… “Mica quello di Mozart, il suo!”
- E che è Mozart senza Strehler? Nulla! Proprio Nulla! Niet! E allora che aspettate voi poveri scemi che a casa attendete Mozart? il Grande Strehler ha deciso che mica lo vedete il Mozart. Fate cosa volete, consolatevi, andate a mignotte, fatevi una sega! Andate a dormire, mangiatevi un uovo perché il Don Giovanni di Strehler non lo vedete e basta!
- Ha capito dottore quel comunista! I vip si vedono il Don Giovanni e noi a casa a farci seghe! Con tutti quei poppatori di stipendi da Lu-culli e nessuno che sia andato da quel cretino a dirgli “Ma diamo i numeri? Ma chi credi di essere?” Nessuno che osasse perché, santo cielo, la cultura è rossa per volontà di dio. Ha capito? Dio ha guardato l’Italia, ha guardato Togliatti è ha emesso il decreto “La Cultura è rossa e Strelher è il suo profeta” e quei dementi impauriti dal vocione ci hanno creduto davvero.
- Dodici – dice il matto con voce sicura.
-Dicevo… Ma chissà cosa dicevo? Ah sì. O è un cretino ignorante o è un truffatore.
-Ma chi?- mi chiede lui -Ma l’omeopata, lo stregone, il mago e chi più ne più ne metta… Non guariscono nulla ma si pagano bene… dollari immediati… uno per uno e spendibili subito; mica quelli della mutua che ti da una miseria e li aspetti per mesi.
- Quello della volgarità, della gente ignorante e credulona era un argomento che lo rianimava ma quella volta bofonchiò appena un fastidio per immergersi di nuovo nel nulla.
- “Mica per far concetti, mio caro professore, ma insomma lei è un matematico o almeno lo era prima…” di questa immersione nella demenza” stavo per dire ma alla fine non dissi nulla, perché lui adesso era davvero nero. Mi spaventai ma poi mi chiesi “Ma che faccio? E’ pur sempre il mio Gino, il figlio di Giona!… Tanta sceneggiata: “Ammazzo qui, ammazzo là, metto le bombe qui, le metto là- ma sono tutte parole! Che poi mica era capace di far male a nessuno quel poveretto; piuttosto si sarebbe martellato i coglioni, ma martellarli agli altri non avrebbe proprio potuto!
-Ma insomma era ora di filarsela per cui gli dico: “Beh, devo andare, caro professore, il tempo preme e pure le mogli premono e rompono i coglioni. Ma non arrabbiarti per nessun motivo! Per l’amor di dio, si vive una sola volta…”
Poi perse il controllo “Li ammazzo tutti” urlava “Metto una bomba proprio laggiù!” e intanto roteava il bastone fracassando i mobili e i soprammobili; fracassò lo specchio e la lampada del soffitto, poi le maniglie del mobile e continuò sempre urlando contro dio, il mondo, la casa, fino a che non spaccò la porcellana delle nozze di suo padre e si fermò inebetito. C’era una montagna di dolore in quella figura che guardava quelle due figurine di vetro e allora non ce la feci più a vederlo soffrire e lo abbracciai “Anche tuo padre soffriva” gli dissi “Mi manca tanto” Ed era vero, anche a me mancava quell’uomo, mi mancano le passeggiate e perfino i suoi silenzi.
Uscii dalla stanza dunque e approdai nell’androne dove accorse quella sua moglie odiosa.
“Dottore” mi abbordò la pia cattolica spaventata e raggiante Era come se mi dicesse “Ha visto? Ha visto? L’ha visto il suo protetto? Ha visto la pazzia?”
Sospirai santo dio, e avevo davvero una voglia matta di sbatterlo su quella faccia ottusa che, se lui era matto, lei, con quella sua luce grigia e infermieristica, con quell’aria da Maria Goretti, monaca e catechista, era solo una pustola. Ché poi giornalista, se da una parte la detestavo dall’altra mi faceva pure pena … tutto il santo giorno con quel matto, ma quando una è odiosa è odiosa … mica sono arrivato a ottant’anni per non pensare quello che cazzo voglio!… Tutta pulitina in faccia e con quella veste fin quasi ai piedi! Mica l’abito fa il monaco e lo so ben io che in altri tempi mica mi tiravo indietro…. Solo con le vedove, per l’amor di dio perché di grane non ne volevo e quella monaca lo si vedeva che sotto aveva mammelle come dio comanda e glutei pure e mica ci potevo credere che la santa non se la facesse con qualcuno, visto che il pazzo sembrava che neppure le vedesse. Eh, sì, caro giornalista…- ridacchiò il dottore.
“Che devo dirle cara signora, che devo dirle?” E non sapendo che dirle, allora le disse tutto dei palpaggi e degli ascultaggi. Fegato, reni, polmoni, intestini; tutto insomma perfino il colore grigio della lingua. Fui logorroico “Beccatela tutta questa logorrata, completa e tornita, proprio come farebbe un medico vecchio e bacucco” Perché lo sapevo bene, giornalista, cosa si annidava in quel cervello minimo, a cui non stava proprio bene che quel marito demente volesse solo me, solo il dottor Patrucchi, vecchio, smemorato e sclerotico.
Se la sorbì tutta la relazione la santa moglie “E che diamine” pensavo io “mica è santa per niente!”
Ma lei, Santa Maria Goretti, sopportava con pazienza tutto quello sfoggio di cultura medica, e di sicuro pensando che era proprio una vergogna che dovesse, lei, ascoltare la logorrea di un dottore che forse aveva perfino dimenticato l’ABC della medicina e che continuava a dire “E che vuole signora? Lei ha tutta quella pazienza, ma mica c’è nulla di guasto in quella pancia enorme di suo marito … E che vuole signora? Purtroppo la vita non è giusta con tutti” Non lo sopportava proprio la signora quel medicastro del secolo scorso che neppure la nascondeva la simpatia per il marito e l’antipatia per lei… Sa che diceva alle colleghe? “E’ un ignorante. Cura con antibiotici, purghe e tutti quei veleni chimici che annebbiano la vista e rovinano le anime e se ne vanta pure… poveri noi!”
Ma, appena finii, lei non abbassò affatto le armi ché anzi rincarò la dose e mi rese la pariglia, raccontando le malefatte di quel marito, sempre più pigro, infuriato e manesco “Non fa nulla tutto il santo giorno, se non maledire e insultare. E quando dico ‘nulla’, dico proprio ‘nulla’, mio caro dottore…Non solo non fa nulla ma se le inventa tutte per insultarmi.”
“Ma l’ha picchiata?” chiesi io sornione.
“Ci mancherebbe!” rispose la serpe “Ma è sempre peggio. Fa paura, dottore, fa davvero paura!”
“Forse dovrebbe separarsi, cara signora” la interruppi io “Ai miei tempi ci si sposava e poi ci si sopportava e basta, ma oggi non è più così! Lei potrebbe rifarsi una vita e nessuno avrebbe niente da dire”
Glielo dissi proprio di gusto e così le tappai la bocca, giornalista, perché figurati la santarellina cattolica! Dividersi? Neanche a pensarci! Ma soffrire e sputtanare il marito, quello sì che era un dovere!
Il vecchio giocherellava con la sua pipa e ridacchiava fra sé – Lo sa che la santa si faceva trombare? Ma questa è tutta un’altra storia e poi c’è una buona notizia per lei. M’ha chiamato Ardea e mi fa “C’è un giornalista che gira a fare domande sulla famiglia e va perfino nei bar, quel cretino!” Proprio così ha detto ma non deve offendersi! La famiglia detesta i giornalisti e qualche ragione ce l’ha con tutto quello che avete raccontato. Comunque la riceverà. “Chissà che scemenze riferirà” ha detto “Dica cosa vuole purché la finisca e se ne vada”
-E’ lei il giornalista? – Il vecchio ubriaco s’era avvicinato al tavolo e adesso seduto di traverso con le gambe magre accavallate mi guardava fisso. -Si- rispondo io, mentre il dottore sospira contrariato. – Se volete ve lo levo di torno – ci grida il barista – Con questo freddo arriva la mattina, e se non lo controllo, si beve anche la cantina.
-Io ero il bocia – raccontava intanto il vecchio – quando quello decise di farsi la casa; ma aveva pochi soldi e così ci chiamava e ci cacciava – rideva lo sdentato mentre il dottore scuoteva la testa – Ci dava il pasto a mezzogiorno:… una biova spalmata di pomodoro e lui, l’ebreo, cosa credi che mangiasse? Pane e pomodoro come noi…
- Adesso dobbiamo andare – saltò su il dottore ma l’ubriaco neppure se accorse – Quel farmacista era una lenza.
- Ora un buon marito e un buon vecchietto deve tornare a casa dalla moglie a sentire i suoi gossip, giornalista – disse il dottore alzando il bavero e avvolgendo la sciarpa – Non sembro un esquimese? Venga a casa mia oggi e gliela racconterò io la storia del vecchio farmacista… Lei capisce era un ebreo e col fascismo dovettero abbandonare tutto e fuggire.

- L’edificazione della grande casa fu una vera epopea di squallore. Perché non era disposto a spendere una lira, anche se i soldi li aveva già tutti prima di cominciare “Un gentile può anche fare il gradasso, il bullo, il commenda” diceva a mio padre “e raccogliere solo ammirazione, ma un ebreo no! Assolutamente no! … E dove li ha sgraffignati quello sporco ebreo” direbbe la gente. “Imparate che un ebreo mica può averne di lire, perché, se ne ha” diceva ai figli “diventa subito uno strozzino, un ladro, un deicida”
Insomma l’ebreo la fece con gli spiccioli. E che lo vedessero tutti il procedere faticoso dei lavori perché quello avrebbe fatto solo del gran bene alla casa, alla famiglia e alle finanze!
Così aveva preso tre muratori: “Do lavoro quando non ne hanno! Io non li posso proprio pagare come gli impresari o i ricchi! Così ci siamo accordati su una paga media: quando non hanno lavoro vengono e non bighellonano per le osterie, quando ne trovano, piantano lì” diceva. Come a dire che era persino un benefattore “Si sa” diceva in giro “questi traboccanti, se non lavorano tracannano all’osteria. Del resto mica ce la farebbero le mie povere tasche a pagarli d’estate e d’inverno e allora che lavorino dieci giorni e se ne vadano pure per trenta. Respiro io e respirano loro” Così il balordo riuscì sempre a pagare metà del giusto, a passare per benefattore dei muratori e l’elevazione della casa durò dieci anni.
Bisogna dire che quel gran figlio di buona donna era unico e se quegli scioperati dei suoi nipoti possono coltivare in pace la loro pigra demenza lo devono proprio a lui.
Non faceva solo il farmacista. Faceva pure i decotti e le erbe. Oggi lo chiamerebbero l’erborista, allora era lo speziale e in quella farmacia, quando non c’erano clienti, lui passava sul retro dove aveva un mortaio e pestava.
Vendeva le polveri e le ricette, ma centrifugava lui, nel retro con una centrifuga che ululava come una sirena. Così comprava erbe dai contadini, dai montagnini e pure da due suoi colleghi farmacisti della Sicilia che aveva conosciuto tramite Il Giornale del Farmacista dove nell’angolo in alto della quarta pagina compariva “L’ Erborarium”. Rubrica sulle erbe salutari e sulle loro virtù; una vera miniera di ricette e preparati. Comprava le loro erbette e vendeva le sue, uno scambio alla pari insomma.
Ne vendeva a quintali nel paese e fuori paese, di quelle erbe, decotti, paste, essenze, dentifrici, oli miracolosi. Tramite i rappresentanti di medicinali li esportava agli altri speziali: insomma vendeva più decotti che pillole.

In quei dieci anni in cui la casa saliva, mobilitò figli e moglie senza pietà. Lui poteva solo la domenica e le feste comandate e non appena ebbe imparato a fare il calcestruzzo e a posar mattoni, non ne perse più una e pareva ritornato ventenne a mescolar cemento, lavorar di cazzuola e comandare quei figli scioperati, che fremevano come cavalli. Certe domeniche s’arrabbiava a morte il novello capocantiere e lo chiedeva a se stesso, a loro, al cielo che avessero mai i giovani d’oggi. Ma dove volevano andare? Ma possibile che i loro cuori non fremessero a veder crescere la casa? La loro casa! La loro casa!
Alla moglie aveva delegato il terreno dietro la casa, un vero vespaio d’immondizie, rovi, cespugli e erbe maligne. Così crebbe pure il giardino con il pollaio, i conigli e l’orto che cominciò a produrre fin dall’anno secondo i suoi doverosi conigli, le sue uova e le verdure. All’inizio solo patate, cipolle e pomodori, ma presto pure insalate, pere, mele, albicocche e quelle erbe aromatiche e mediche che lo speziale non doveva più neppure acquistare. “Guadagno puro” diceva mentre crescevano “Non un dollaro di spesa” E visto il successo, l’anno dopo innalzò pure una piccola serra dove far crescere le erbe appenniniche e sicule.
Al quarto anno però, il farmacista dovette cedere a una vera e santa congiura ordita dai figli e dalla moglie, alleati per l’occasione della Pasqua, nell’ardua impresa di farglielo entrare in testa a quel padre laborioso che bisognava pur vivere ogni tanto. E tanto fecero che lo fecero vergognare, lui, che aveva concesso subito, ma voleva farlala Pasquettacon una bella merenda nel nuovo orto, vicino a quel colosso di casa che stava nascendo, per rimirarla quando voleva. Neppure questo gli concessero e così, alla fine, dovette dire sì a una merenda con la famiglia intera e con l’altra famiglia che s’era appena aggiunta in virtù del figlio maggiore, che fra un muro e l’altro, tra un latino e l’altro, s’era messo in simpatia con una compagna di scuola.
Così partirono tutti con le loro merende imbarcandosi su una corriera merendera che costeggiava il fiume e ti sbarcava dove volevi. E lì avvenne il miracolo perché il farmacista, che aveva preso la gita come una tortura, si rilassò e si divertì tanto che rivide di colpo il mondo fatto di fiumi, di alberi, d’erba, di mogli, di figli e cotolette arrostite e slappate in santa pace, chiacchierando col mondo e del mondo.
Insomma rivide l’erba così com’era, lui che la vedeva solo sotto forma di galline e conigli, rivide la moglie così com’era, e quella sera, meditando sulla caducità della vita, dei dollari, delle mogli, dei figli e delle case divenne metafisico, melanconico, sentimentale, vergognandosi di quei sentimenti svenevoli, ma lasciando che si espandessero come volevano. “Che serve una casa se non per riunirci una famiglia? Ma ce l’ho ancora una famiglia?” si chiese probabilmente pensando alla moglie che di sicuro li aveva ancora quei cosciotti che, qualche millennio prima, lo mandavano in estasi.
Divenne una favola quella notte del farmacista, ridiventato umano con la moglie per l’assalto scomposto di lui che abbracciava “Mia Gina! Mia Gina” e dopo il terzo “Mia Gina”, “Ma marito!Cosa vuol fare, alla nostra età”. Non lo disse una quarta volta che fu perforata nel vecchio antro rinsecchito e ululò per il dolore. Un dolore contento però, perché l’orco pareva riconvertito in essere umano.
E la nuova gentilezza continuò il giorno dopo sotto forma di un ortolano a cui quell’ettaro di orto dietro la casa fu consegnato in mezzadria. “E’ proprio vero che il riposo lucida la mente e con la mente lucida vedi meglio le cose” Insomma rendeva ancor di più quell’orto dato a un mezzadro e mica ci doveva più sfacchinare quella sua povera moglie, perchè il mezzadro, riuscì subito a coltivarlo tutto, mentre la moglie ritornò a piantare gerani e peonie protestante l’ortolano “Che me ne faccio mica li mangio” E sotto forma di una serva in cambio di puro cibo perché le sarebbero toccati cibo e vestiti smessi dalla signora ma mica lo smise mai un vestito la poveretta, così la serva se li cuciva. E qui comincia la dinastia delle serve sceme, giornalista. Perché la prese all’orfanotrofio e gli rifilarono quella più idiota.

Ardea sul Morbillo

- Il Morbillo è il figlio della Chela. Non sappiamo neppure come arrivò all’orfanotrofio in Italia ma ci arrivo con un biglietto e ci restò tredici anni – ridacchia – Perché qualcuno ci mangiava sopra… Non il direttore o il personale ma sopra di loro c’era una specie di ente messo su dalla fondatrice, marchesa di Giovinazzo, che dopo aver gozzovigliato per una vita intera col vino, con le oche, gli spiedi, i pompatori della capitale, a ottant’anni s’era pentita – che tempismo giornalista – e s’era data ai trovatelli. Insomma forse non lessero neppure il biglietto che accompagnava il trovatello … e in quel triste palazzo Giona Giosuè ci passò la sua giovinezza, detestato dal direttore e dal personale che ce la misero tutta per bidonarlo a qualcuno. Sai cosa raccontava lui? Che, quando venivano le coppie, li mettevano in mostra come allo zoo. E che coppie poi! Arrivavano vestite di tutto punto e bisognava vederli quegli occhi come li guardavano vogliosi i teneri orfanelli. “Come le torte di panna che si sbafava il gran direttore” raccontava il Morbillo.
Lui li detestava e allora si metteva a ruggire, scalciare e latrare e, dopo questo esordio, insultava loro, e le loro bernarde scandalose che, dagli e dagli, il loro frutto non lo volevano dare. Immagina quelle povere derelitte come la prendevano: si mettevano a piangere per la paura. “Un gorilla!” dicevano “Una bestia” Poi con quella faccia che si ritrovava il Morbillo e con quei denti, sai che spettacolo giornalista! “Fa paura! Ma quello chi è? Guarda che occhi!” commentavano le povere sterili.
Era sano come un pesce, il pestifero Giona Giosuè, e neppure il morbillo che imperversava da sempre in quella casa aveva osato toccarlo. “Neppure il morbillo lo vuole, quella bestia!” commentavano là dentro. Neppure l’influenza che arrivava puntuale ogni inverno lo voleva quel Giosuè, massiccio e rognoso come la tenia. “Incredibile!” dicevano gli inservienti e l’unica suora raminga “Una fibra eccezionale. Mai vista una cosa simile!”, “Lo si dovrebbe dire alle coppie che questo non si ammalerà mai” consigliava la raminga al direttore mentre sguazzava nell’epidemia con sciroppi e termometri. “Un rompicoglioni nato” pensava il direttore che una parola simile mica la poteva dirla davanti alla suora ma la diceva invece ogni giorno nel suo ufficio al suo cactus.
E invece un bel giorno il morbillo arrivò feroce a vendicare quella vergogna incredibile e Giona Giosuè, dopo aver delirato all’orfanotrofio per due settimane, mentre il dottore si grattava la testa di fronte a quelle carni violacee e gonfie, disse al direttore che lui se ne lavava le mani e che lo portassero all’ospedale, all’inferno, dove volevano, al che non se lo fece affatto ripetere, il direttore, che subito inviò come un razzo quel Giosuè, che anche morente e morituro, rompeva i marroni all’ospedale malattie infettive e rare. “Speriamo che se lo tengano per sempre il fenomeno”
Giosuè, ormai rinominato Morbillo dai confratelli, intanto, combatteva quel morbillo anomalo, fino a che una sorta di miracolo debellò il morbo e fece rinascere quel tremendo, demoniaco essere che fu subito restituito al mittente.
“La serpe ha cambiato pelle” commentò il direttore. E, infatti, era davvero come se avesse fatto una muta, il Giosuè, in quei due mesi di febbri e da tappo repellente e foruncolato si fece liscio e longilineo; insomma sembrava quasi normale, se non fosse stato per quei suoi occhi brillanti da sadico. “Così conciato lo si potrà pure bidonare a qualcuno” pensò gongolante la raminga “E’ bello, è forte, lo prenderanno anche se li vogliono piccoli come gattini”, “E’ un altro!” diceva il personale anche se il direttore proprio non s’incantò “Il lupo perde il pelo ma non il vizio” andava dicendo alla suora raminga che gridava al miracolo “Non illudiamoci, Ah se dio volesse, cara sorella, che quella povera anima fosse davvero una povera anima.

Il direttore sul Morbillo e la musica

- Il Morbillo?- dice allegro il direttore – Come potrei dimenticarlo? Mi chiede della musica? Bene, ecco che l’accontento. Si era svolto l’annuale ‘Corso di Avviamento alla musica Commendator Bertelloni’ alla casa dell’orfano. Evento annuale istituito dalla vedova del commendatore stesso, grosso industriale di piastrelle e ceramiche, patron e direttore della banda musicale del comune, suonatore di tromba, benefattore di operai e operaie, impiegati e impiegate soprattutto di queste ultime che, volere o volare, quella tromba l’avevano dovuta sentire nelle due salse di trombettiere e di trombatore. Gran trombatore dunque, il Mecenate e gran postfascista, potente nelle mascelle e nelle trombe che proprio con quella tromba in arme un bel giorno crepò d’infarto in un alberghetto discreto, immerso nella campagna poetica e verdeggiante, dove la tromba non molestava nessuno e nessuno molestava la tromba.
Era stato un inferno per la povera moglie, involontaria astemia, scoprire l’alberghetto, la stanza dove il marito trombava e portarlo, quel maledetto, nel palazzo commendatoriale, nel segreto più assoluto. Le era pure costato molto quel traffico anomalo, per cui incazzata non poco con quel suo commendatore defunto, mai e poi mai si sarebbe sognata di istituire quel Corso di Avviamento alla musica commendator Bertelloni, se quel regalino non se lo fosse trovato nel testamento. “Un’altra delle sue porcate? Un soldo per comprarsi il paradiso?” dovette chiedersi la vedova; ma passato l’attimo di frustrazione dichiarò solennemente davanti al notaio “Tanto c’è scritto e tanto farò” mandandolo all’inferno in cuor suo per quel corso ma benedicendolo cento volte per tutto quel ben di dio che le aveva lasciato e col quale sognava già un placido e glorioso ritiro negli splendori di chissà quale costa.
Ma intanto il Corso di Avviamento alla musica  commendator Bertelloni lo si doveva fare e, visto che lo si doveva fare, tanto valeva farlo come dio comanda per farla vedere a tutte quelle amiche scimunite alle cui orecchie sensibilissime alla fin fine qualcosa era arrivato di quel Commendatore morto proprio trombando, lui e tutti i suoi centotrenta chili, su una mignottina di chili quaranta di cui trenta tutti coagulati in una coppia mammellare anomala e spropositata, alla quale il Commendatore era morto aggrappato. Per cui si raccontava di un accoppiamento incredibile di lei mignotta debole composta di quaranta chili di ossa, pelle, nervi, mammelle e capelli del tutto impotente a spostare e disincastrare tanto peso passivo e gravante interamente sull’intero suo corpo e per di più incernierato laggiù e quasi saldato a tolleranza zero per il freddo sopravvenuto.
Insomma sembra, pare, si dice, s’è saputo, che avevano dovuto correre oste e ostessa, e mica subito perché non solo il lamento della mignotta era flebile in quanto soffocata e schiacciata, ma pure per questioni professionali che richiedevano al personale di essere duri d’orecchio proprio in occasione di lamenti del tipo suddetto, tipici dei suoni di tromba del tipo ‘avanti piano e con garbo’.
Per cui non avevano sentito nulla e solo dopo due ore abbondanti avevano cominciato, l’oste e la moglie, prima a guardarsi perplessi e poi a correre verso il lamento, infine a bussare con garbo “Tutto bene colà?” A cui seguì un altro lamento rauco e debole, sì, ma decifrabile, come un “Aiuto!” al che entrarono e videro affranti l’incredibile incastro del quale non sapevano se piangere o ridere. Ma non risero proprio per nulla quando si misero all’opera per cavar quelle mani, gelide e semirigide, e ancor più duro fu l’incastro laggiù perché dovettero, i poveretti, alzarlo tutto quell’armadio da centotrenta chili, manovrare e disincagliare senza che la mignotta stessa, povera anima, morta a metà, potesse aiutarli perché, come disse poi l’oste, “Lo si sa che le mignotte di muscoli allenati ne hanno uno solo” mentre la sua padrona era quasi impazzita da quel trauma di chili immobili e morti. E ancor meno risero quando dovettero chiamare la signora moglie di tanta tromba e commenda.
§Arrivò subito la moglie commendatoriale. Grugniva e sibilava distrutta, la dama di san Vincenzo, ma non tremò e non perse la tramontana “Che scandalo santo cielo! Che scandalo santo cielo! Silenzio per Carità. Silenzio per Carità!” e intanto lavorava, componeva e scomponeva, telefonava, caricava, scaricava e alla fine il commendatore morì sereno nel suo letto, assistito dalla moglie e dai figli tutti, che addolorati e affranti, annunciarono la mattina il luttuoso evento.
Così aveva organizzato il corso la signora e con una magnificenza da commendatore per sbatterglielo sotto il naso e ricordarlo alle amiche che lei era la moglie del commendatore, quello delle fabbriche, delle ville e delle musiche. Un colosso! Non un tapinetto qualsiasi, come i loro mariti, pieni d’aria, pecunia avara, fabbriche stitiche e ville di cartapesta. Aveva fatto portare un pianoforte a code per il Corso del Commenda, regalato le trombe e i violini e assoldato mica un maestro qualsiasi, ma un vero relitto della Scala di Milano.
A quel corso, in quell’anno fatidico, nel gran concerto d’apertura era avvenuto l’incontro tra il Giosuè, futuro Morbillo, il pianoforte a coda e i giganti del passato, leggasi Bach, Beethoven e Mozart. Il Morbillo Giosuè trovò in quelle note una vertigine pari a quella che gli davano i numeri.
Il Morbillo seguì dunque il corso di musica con una passione insolita ma, non meno demente, perché quel Giosuè innamorato non poteva mica essere un Giosuè diverso dal Giosuè ordinario. Fu dunque il solito Morbillo a rompere nervi e marroni al grande maestro, che come gli spiattellava il tremendo Morbillo non era affatto quella cima immensa che voleva far credere, se il meschinello non lavorava alla Scala ma proprio lì in quell’immondezzaio d’orfanotrofio.
Lo fece impazzire insomma il grande maestro, lo logorò, lo cucinò fino a che quello non ne poté più di quella scimmia che interrompeva tutti, che rideva di lui e degli altri, che ti squadrava ringhiando con odio, ma che, santo cielo, era anche l’unico che subito sguazzò in crome e biscrome, come un maiale nel fango. “Finirò in manicomio” borbottava ogni volta il maestro, sentendo i suoi poveri nervi rantolanti, violentati, esauriti e sconfitti “Finirà in manicomio” ripeteva al direttore che in cuor suo godeva a vedere quei nervi arrossati, pensando che mica erano i suoi questa volta ma quelli di quel fricchettone inutile, lui e le musical fantasmagoriche lagne.
Finì comunque il corso semestrale e col corso se ne andarono il grande maestro concertatore e quel favoloso pianoforte a coda che il Giosuè non si stancava di sentire, guardare e suonare estasiato, per cui ne ebbe davvero un colpo il Giosuè, che, sentendosi offeso dall’universo fino al midollo e infelice come non mai, decise in una notte tragica che quel pianoforte a coda doveva tornare e si presentò al direttore nel suo stesso studio a invocare, umile, umile, un pianoforte per la casa e per Giosuè pronto a giurare eterna obbedienza, umiltà sottomissione e gratitudine.
Il direttore godette come un mandrillo a sentire quelle parole, a vedere Giosuè ridotto a relitto e ancor più alla fine a dirglielo forte, chiaro e preciso il suo ‘No’ rigoroso, seguito da sadica risata e parossistico sussultare di muscoli, nervi e mascelle, cosa che risuscitò quel Giosuè primordiale che, non potendo stampargliela un bella meringa su quella mascella, se ne uscì dall’ufficio masticando in silenzio il suo fegato, attese la notte, si intrufolò nel suo ufficio con cactus parlante per depositarci un chilo di cacca al centro del tavolo. Lo fece senza neppure levar le carte e sopra quel mitico dizionario con lessico edito da Zanichelli che aveva assistito l’elegante e forbita scrittura dell’autorità, sciorinando preziose ortografie e luculliani sinonimi.

Il Direttore sul Morbillo

-Lei è venuto per il Morbillo? L’hanno mandato da me per sapere della gioventù di quel fanciullo radioso? Mi viene il mal di fegato solo a pensarci.
-No! No! Lei non ha idea! Lei non può avere idea di chi era quel delinquente… Morsicava, pisciava sui registri, alla mensa, sugli inservienti, insultava, scappava, ne dava, ne pigliava ogni santo giorno e noi sberle, randellate: i peggiori castighi. Ma lui non mollò mai. Faceva la vittima con le psicologhe chiamate a decifrare l’essere preistorico e ci sputtanava con quelle ebeti alle quali giurava che io ero il violento, io il pederasta, io il bugiardo. Faceva la vittima l’angioletto! Ma mica poteva resistere a lungo in quella commedia perché il Morbillo era il Morbillo e accadde così che un giorno pisciò sulla psicologa ridendo come faceva lui: a sussulti come se fosse un gorilla. E il peggio capitò col giardiniere ché quello era già matto per conto suo. Viveva, dormiva con la sua sega automatica per potere i rami ma potava tutto e dentro c’era stato già per vent’anni, guarda caso per aver potato la madre, dopo aver potato le piante, le sedie, la mobilia, le finestre, le porte e si apprestava a potare il vicino che chiamo i pompieri e lui quasi affettò un pompiere e non riuscendoci affettò la scala e la bocchetta. Rinsavito lo mandarono a noi, ma era rinsavito per modo di dire, perché potava anche l’aria e così lo prestavamo anche al cimitero perché potasse i cipressi e al comune perché potasse i platani e le robinie. Fatto sta che quel giorno voleva affettare il Morbillo che l’aveva innaffiato dalla finestra. E così l’altro con la sua sega e i suoi tremendi Roarr entrò nella casa. Ebbene tutti erano terrorizzati meno il Morbillo che si chiuse nella cantina con la porta di ferro e continuò a sbertucciare il matto chiamandolo matto, fino all’arrivo della milizia. Ebbene pensavo che sarei davvero riuscito a liberarmi d’entrambi quei matti, quella volta e allora parlai con l’apposito dottorino che del matto lo diede a me.
“Mica l’ho fatta io la legge “Ma lei lo sa che dramma! Una volta, due punti: Sei matto? Una pedata e via in manicomio a rompere i marroni agli altri matti e ai medici dei matti. Invece sa che fanno adesso? Chiudono i manicomi e te li mandano a casa: “Voi l’avete fatto e voi ve lo godete”. Mandano gli assistenti ai domicili ma mica ci arrivano. Tu dici: “Prendete le vostre auto e pedalate. Ti danno pure l’auto, sempre una quadriposto marca Fiat modello Panda, con su scritto “ASL ventisette, ASL quarantanove e senza neppure dettagliare sezione “matti domiciliati”, perché la gente ti prende a sassate. Voi andate nelle case e dite: “Ma non lo sapete che una volta quelli che oggi chiamiamo matti, tutti li rispettavano come dio comanda e anzi li onoravano perché portavano bene come i gobbi? Guariscono rogne, cancri e appendici e allora onorateli gente onorateli” Dite così e vedrete come vi benediranno quei parenti zotici e subumani.
E così ci vanno i medici per i domicili, ma santo cielo vai per domicili: uno in via delle Vedove quarantatre, l’altro in via Giordano Ecclesiaste centoventotto ma mica in via delle Vedove e in via Giordano fai snap con le dita e ti trovi nel domicilio dell’illustre degente! No! devi navigare tra semafori, motocarri, pullman, tram, macchine, pedoni e camioncini. guidati da gente imbufalita che per un nonnulla ti fa il segno del dito, come dire ficcatelo in quel posto e magari scende e te lo ficca davvero. Insomma tu te lo chiedi davvero dove sono i veri matti e, se alla fine ci arrivi a quel centoventotto fatidico, ti accorgi che i centoventotto non hanno mai il parcheggio e, visto che la macchina non te la puoi portare dentro al domicilio del matto, allora cerchi il parcheggio. Parcheggi senza ammazzare pedoni e poi via a farti quel bel chilometro a piedi che fa tanto bene alle arterie. Insomma arrivi imbufalito e trovi i parenti coi nervi a pezzi, che ce l’hanno con te ”Ma perché non venite mai?…. “E il matto ha fatto questo” … “E il matto ha fatto quello”  “Il matto canta di notte “Il matto brucia i cuscini” e “ qui non si può più vivere”. Una sequela infinita di lagne così strazianti che alla fine senti le lagne, rispondi alle lagne e del matto vero chi si ricorda? Te ne vai alla fine: tanti saluti e il matto mica l’ha visto nessuno! “Santo cielo non abbiamo neppure guardato il matto!” dice il dottore all’aria cittadina. Ma l’aria non risponde e l’infermiera, se c’è, è come l’aria perché lei quei parenti, ormai più matti dei matti, li metterebbe davvero in manicomio. Insomma una volta in quei bei manicomi ne visitavi cento in un giorno, ne siringavi cinquanta, purgavi gli altri e già che c’eri siringavi e purgavi pure i parenti in visita e adesso ne visiti dieci quando va bene o non li visiti proprio perché, come ho già detto discuti coi parenti dei matti, più matti dei matti, e alla fine ti dimentichi dell’altro matto o non riesci neppure a saperlo chi è questo benedetto matto, perché se chiedi a loro chi è il matto, il matto si camuffa e dice “E’ lui! E’ l’altro! E’ colui…. E allora come fai a riconoscerlo il matto vero, se neppure i parenti se lo ricordano, se pure loro son matti e se nel frattempo, pure tu sei diventato matto?”
Provi a sentirli i parenti, caro direttore! Ci provi… ci provi… e poi santo cielo nei manicomi se ti capitava di trombare ti trovavi una stanza, la chiudevi come dio comanda e potevi pure mettere un bel cartello con scritto “Matto in escandescenze!” oppure un “Non entrare” generico e, se proprio volevi dirlo chiaro ai colleghi, potevi scriverlo chiaro “Qui si tromba” ma prova, prova a trombare sulla Panda! E poi dove la posteggi la panda! Insomma un disastro; Che dice, direttore protestante, sono già matto, diventerò matto e di lei cosa crede? E’ già matto o diventerà matto e allora chi siringhiamo lei, quel potatore o quell’altro? Insomma di rinchiuderlo neanche a parlarne. Anzi sa cosa vedo nel suo futuro? No? Eppure è semplice che il matto le taglierà la testa e tutti le diranno Non era mica matto il matto, era appena un po’ maniaco. Il matto è lei.Perché le ha offerto la testa?

Il Morbillo! Che nome! … Ma in una casa… in una nazione ci deve pure essere qualcuno che fa rispettare le regole… E crede che non l’abbia detto cento volte io a quel pazzo. Eppure? Mani legate e basta! Ho pure avuto un processo per uno schiaffone… Ma, santo dio, quando ci vuole ci vuole e quello ti portava all’esasperazione – Il direttore si fece cereo – Non mi faccia pensare, signore… E mica finiva lì… perché da fuori c’erano pure quelle fighette di psicologhe laureate sempre lì a dire che sbagliavamo tutto con quell’anima pura… – Si deve fare così! Si deve fare cosà – scimmiottò sgangherato – E venite voi! – dicevo io e, così finì che una stronza mi denunciò ma poi quel diavolo le pisciò addosso e allora avreste dovuto vedere la sua faccia mentre il Morbillo rideva. – Aiuto, ma questo è matto! – Era bianca e rossa nello stesso tempo, la saccente e chiedeva aiuto a me. Proprio a me!… “Ma direttore, le più moderne teorie in proposito….”, “Ma direttore, certe cose non si fanno da secoli” Come dire: “Sei un ignorante”… “Sei nel medioevo!” Loro e la loro psicologia dell’età evolutiva. Tutte radical, tutte chic, tutte evolute, ma diavolo, non ero ignorante come credevano e le umiliai una prima volta quando citarono Pavese e le beffeggiai, una seconda per una questione di aritmetica “Ma chi ve l’ha insegnata l’algebra? Ma no! Pitagora non è l’Archimede pitagorico di Topolino!”
- E lei cosa fece quella volta?
- Cosa feci? Feci quello che mi raccomandavano loro. – Ma perché hai fatto una cosa simile, caro ragazzo? – chiesi al Morbillo e ripetei le loro frasi -Ma perché si arrabbia dottoressa? – e me la risi di gusto.
- E poi?
Poi quella stronza me la giurò e mi denunciò un’altra volta.
- E il Morbillo?
- Oh lui si divertiva. Testimoniò a mio favore e accusò la psicologa.
- Ma perché?
- Perché era fatto così. Quella faceva la saccente e a lui saltò qualcosa. Che so io? Un fusibile?- rise come un matto il direttore – Si, certe volte era simpatico quel delinquente.-

Quando se ne andò, sa che sollievo! Oggi sono in pensione ma mi sento ancora stringere le budella solo a sentire quel nome. Pensi che risate mi son fatto… Stavo per andare in pensione e mi telefonarono dal tribunale. Argomento: Morbillo. Mi tremarono le gambe. Ma quando sentii che la questione riguardava la famiglia che, secondo loro, non era degna di adottarlo…. allora si, che mi feci una risata “Non è degna la famiglia?” le urlai “Poveri diavoli! non sanno che uragano sta arrivando. Quei poveretti sono dei santi!…Dei martiri! E ringrazi il cielo che ci sono loro! Ma sa, giovincella, chi è quel Morbillo? Lo sa? Non lo credo proprio… figuriamoci se si è presa la briga di leggere la mia relazione.
E fu così che mi presi un’altra denuncia, ma chi se ne frega: quelle dementi di assistenti sociali me ne hanno già rifilate quattro…. Una più, una meno. E sa come sono finite? Come finiscono in Italia, giornalista, e cioè mai, se uno sta dietro alla faccenda. E si figuri se non gli sto dietro io adesso, che non ho proprio niente da fare! Mi diverto e mi è persino simpatico il Morbillo, essere incivile e barbaro ma tutto natura, rispetto a quelle femmine civilizzate.-
Lo ringraziai ma quello ormai aveva preso la rincorsa – Vuol chiudere? – mi chiese deluso – ho ancora un sacco di cose da raccontare. Lo sa giornalista noi avevamo un bella varietà da sorvegliare giorno e notte, soprattutto la notte…. Maiali fin da piccoli e sempre lì a cianfrugnare fra loro e cercare un buco dove infilarlo. Più la chiappina era rosea più l’assediavano E mica venivano quelle radical chic a darci una mano. Il Morbillo invece non ci badava; alla notte dormiva come un sasso e guai se lo toccavano. Non era carnefice e neppure vittima, perché, santo cielo, lo temevano pure i più grandi, quel Morbillo. Faceva paura! e sa cosa le dico? Faceva paura perché possedeva un’aura aliena e quell’aura ti diceva che l’essere Giosuè non sapeva distinguere fra il bene e il male, che non c’era né gradualità né confine in quella testa fra il sadismo e la crudeltà: quello era capace di saltare di colpo da una folle risata al tentativo di cavarti gli occhi.
- E sui numeri e la musica?
- Tutto vero – disse lui assentendo – ma pure tanto mito. Per i numeri non aveva mica quella gran testa che sembrava.
- In che senso?
- Nel senso che era un giocoliere; ci giocava come voleva li combinava e scombinava, tirando fuori risultati incredibili… Confondeva quel povero relitto di professore ma, mi creda, in quanto a capacità logiche era zero.

Aveva sospirato l’Ardea – Si, il Morbillo amava la musica. Mica le canzonette, per l’amor del cielo, ma quella vera … E non l’aveva neppure conosciuta qui nella casa, ma all’orfanotrofio. E’ incredibile ma accadde proprio laggiù, in quel ricovero-lager per orfani con tutto quel direttorame ignorante, avemarie, assistenti sociali, psicologhe radical chic e chi è più ne ha più ne metta. Se n’era innamorato a morte e per una serie di circostanze tutte da ridere. Figurati a chi si deve quest’incontro fatale fra il Morbillo e le sublimità di Mozart? Ai coniugi Bertelloni, – il nome è tutto una pompa… – Grasso lui, il maiale e grassa lei, la maiala. Te li immagini a grufolare sulla tavola del commendatore serviti come dio comanda. Primo piatto, pastasciutta canonica che nuota nel sugo con le fauci dei due che aspirano come idrovore spaghetti e sugo, secondo: carne e carni, bistecche con l’osso per poter comunque aspirare, gocciolare, masticare in un’orgia si sughi, risucchi, letami che si spargono sul piatto e sulla tovaglia, che escono dai buchi dei denti e risalgono gocciolanti. Che schifo giornalista, ma l’hai mai visto un commendatore e signora mangiare le loro carni quando non li vedono i servi! Beh io sì, dovevo andare fin laggiù nel Cifas per vederli, ma là avrebbero mangiato sangue…- Ardea s’era fermata lasciando il discorso in sospeso. – E la musica? – le chiesi.

Il vecchio dottore era seduto vicino al camino. – Viene dalla Russia questo vento. L’ha preso il caffè? … Dunque … Il Morbillo rimase nella casa degli orfani fino a quando una delle tante volontarie che in quei manicomi ci vanno per scontare i peccati, non mise il naso nella pratica e riuscì a decifrare il nome. Di solito le scritte svaniscono col tempo e invece quella miracolosamente emerse – sogghigna -In ogni caso quelle poche parole leggibili non bastavano alla maestà della legge. Così il direttore consigliò l’adozione e cominciarono le peripezie.
Ci fu una grande truffa sai in paese in quel periodo? Quella del finanziere? No, no! Un’altra. Ci cascarono molti dei magnifici della città, quelli che avevano i soldi, ma non ci cascò la famiglia, che ce l’aveva nel sangue il sesto senso dei dollari.

Quelli un bel mattino approdarono come i re magi con le loro Mercedes tutte grigie, tutte lucenti e passati per la banca per un giusto omaggio al direttore perché bisognava pur darlo qualche onore a quei paesanotti di direttori, non persero tempo e si misero al lavoro, battendola tutta la città secondo una filigrana che non faceva mistero che i re magi volevano i dollari e ci andavano da chi ce li aveva: solidi, numerosi e palpabili e non chi li aveva solo di fumo; mica chi aveva le macchine, sorrisi smaglianti, denti canini, orologi d’oro, ma sotto, sotto caterve di debiti, carrettate di debiti, orge di cambialotte.
Tanto che la visita dei re magi divenne una cartina al tornasole e si offesero a morte quei poveri derelitti umiliati e protestarono pure coi direttori di banca, che per compiacenza parlassero a quei re magi scandalosi affinchè spostassero la stella polare:
Bevemmo il caffè e la moglie ci tenne a puntualizzare che non la pensava come il marito su quella famiglia, cosa che fece aggrottare il dottore – Sa, signore, lui era amico del padre e suo padre era amico del vecchio farmacista – al che il dottore mostrò tutta la sua irritazione e lei si alzò -Vi lascio ai vostri racconti …
-Finalmente giornalista – disse il dottore sollevato – Insomma non ci fu niente da fare; dalla direzione venne solo fastidio per quei provincialotti – Grande piano! – si sentirono dire – Soldi che vanno in grandi progetti. Roba sicura, garantita da palazzi, regge, lingotti e miniere; mica pataccari con polsini Tissot che vendono fumo e respiravano fumo: tonache, cattedrali, oro e palazzi.
E intanto i re magi passavano, visitavano parlavano e ne convincevano molti a mollare, per fortuna, solo la prima rata e mica solo i gonzi, perché il loro vicino omeopata gonzo non lo era proprio, visto che lui col puro distillato d’acqua guarendo cancri, diabeti, infarti, depressioni, ansie e paure dei gonzi, aveva fatto un’industria con trasmutazione di quello stesso nulla in oro e zecchini.
§Allora s’era informato, l’omeopata, sull’impressione che aveva fatto alla casa quel trio di magi. L’avevano firmato i signori il contratto? No? Perché no? Non avevano proprio saputo dirlo quei mentecatti, ancorati alla loro nullità. Poi l’omeopata era andato dalla banca dal direttore in persona a chiedere, ricevendo un parere che era un sì, che era un no: sì perché la banca era buona e mica poteva negarlo, lui con la sua banchetta, di fronte al colosso che, imperversando già nelle città, voleva pure imperversare quassù dove il direttore aveva vegetato, pappato in santa pace sugli operosi omeopati di montagna.
Quella carogna fu fregato come gli altri e perse un po’ di quei dollari che aveva munto a tanti imbecilli, e sai che si mise a dire il maiale? Che sotto, sotto, dietro la truffa c’era la casa; e immagina poi quante ne disse quando saltò fuori la truffa dello zio? Dovette diffidarlo, il professore, “Stai attento, caro maiale, che qui si parte a razzo per diffamazione” Ma intanto il veleno aveva fatto il lavoro e pure il giudice, truffato come gli altri, li guardava con odio.
Adesso devo fare la ciclette, giornalista! – sospirò – Perché sa con questo tempo uscire …- Lasciò in sospeso -Torni domani, torni che ne ho di cose da raccontare!-, -E’ sempre stato un gran logorroico – commentò la moglie sarcastica e neppure quella fu digerita dal vecchio.

- Ti ha raccontato della truffa? Ha fatto bene, perché dopo quella truffa in questo paesone di merda tutti ricominciarono a parlare di Ebrei e il bello che noi non eravamo ebrei, anche se mio bisnonno era scappato in Svizzera quando arrivarono i fascisti.
- Lo sapevi giornalista che non siamo ebrei? – cacciò uno scarafaggio. – Lo vedi? – indicava lo scarafaggio -Lo vedi? In questa casa ormai comandano loro. La casa sta cadendo, giornalista; divorata dalle camole e dalle blatte. Ormai li senti di notte e di giorno quei Crump, Crunp. Stanno divorando tutto e poi trovi solo mucchietti di segatura. Tutto cade, tutto degrada, sembra una metafora della famiglia….

-Sì, l’incredibile è che non era ebreo. E dire che mio padre raccontava sempre delle sue urla contro i figli scioperati. Li chiamava figli di nessuno. Pelandroni, caini e scioperati, sbraitando che loro erano ebrei e che gli ebrei in questo mondo cattolico devono accumulare nei tempi delle vacche grasse per i giorni del dolore. “E verrà il giorno!” diceva “E come verrà! Non è sempre venuto? Quando a questi gentili saltano i grilli in testa, allora si mettono a dire che gli Ebrei sono la causa di tutti i mali e allora sì, che bisogna averlo il gruzzolo, sostanzioso e ben protetto per salvare la testa … E mica sono scemi!… perchè una vacca con belle mammelle che da litri e litri di latte non bisogna mica strizzarla fino a farla crepare. Così ci danno il tempo di farlo il gruzzoletto! Noi contiamo il gruzzolo e loro contano i tempi; poi un bel giorno decidono che la vacca è piena e allora dagli all’ebreo! Quattro arresti, sette impiccati, un po’ di terrore e poi si contratta. Loro ci strizzano per bene fino all’ultima goccia e noi salviamo la pelle, la gobba e pure qualche dollaretto perchè, se loro son furbi, noi mica siamo cretini.”
E non faceva la commedia; s’incazzava davvero se quei figli balordi cresciuti nell’abbondanza, venivano a menarla che basta, che i tempi erano cambiati, che finalmente gli ebrei avevano tutti i diritti dai tempi del Re Carlo Alberto.
“Carne da macello” sbraitava. “Non illudetevi! Lo vedrete cosa faranno, se manca il gruzzolo! Carne ebrea, carne da macello.”

Il padre sentì puzza di bruciato con quel Mussolini socialista prima e fascista poi e che più prima poi un bel mattino si sarebbe alzato incazzato per chissà cosa, grufolando e abbaiando contro i furfanti. E allora: dagli all’ebreo, taglia le gole e pelali fino al midollo! E così scapparono in Svizzera.
- E invece non erano ebrei!
- Proprio così! Lo scoprì il finanziere…che s’era messo in testa di fare la storia della casata che decadeva.
Cominciò a far ricerche e tutto finì in un amen: ‘l’ebreo’ era solo un soprannome del bisnonno che teneva bottega e pelava i pirla con l’usura. Il padre e la madre erano della pianura bassa e prima di loro tutto si perdeva nella povertà delle campagne. Nessuna traccia alla sinagoga e negli archivi.
- Il nonno sapeva ma quando arrivarono i fascisti, non tentò neppure di fare il furbo… anche perché non sarebbe servito a nulla. Se le immagina le bande che vanno a far ricerche in archivio? Se le immagina quelle carogne che stanno a sentirlo “Non sono Ebreo, non sono Ebreo” Decise e ci salvò.
-E intanto, giornalista, non abbiamo di nuovo parlato dell’adozione. Ma è questione veloce; ci gustiamo il caffè, bestemmiamo per questo gelo e poi la racconto in un attimo.
Cominciarono la strada dell’affiliazione con tutto un tribolare di assistenti e psicologhe. Un guazzabuglio insomma, un groviglio. E che ci uscì da quel groviglio? Che la famiglia voleva il mostro per sfruttarlo.
Poi, dopo le urla del professore che le svergognò solo per il gusto di vederle umiliate, alla fine, assistenti sociali e giudici si vergognarono e decretarono che sì, che quella famiglia enorme, riunita sotto lo stesso tetto era una vera rarità in questi tempi anomali. Era pur vero che si dicevano cose strane, ma le assistenti oracolari liquidavano il tutto come pettegolezzi dovute all’anomalia della famiglia. Anche i sospetti di quel fratello professore era stato messo sul piatto della bilancia ma con un peso infinitesimo e lillipuziano tanto puzzava allo stesso giudice di persecutio diversitatis.
Per cui era arrivata finalmente la decisione, quel sì definitivo per l’adozione del giovane virgulto abbandonato e allo scoccare del biennio il Morbillo fece il suo ingresso in famiglia.

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