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Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia

Bottegai

-Tutti strani, tutti pazzi in quella famiglia. E’ un giornalista lei? E che posso dirle? Qui nel negozio non son mai venuti. Qualche volta è venuta la serva per roba da poco e sempre a capo chino. Ma dico io, ma le sembra logico che nel duemila una persona la si chiami ancora “Serva”?! Fa pure venire i brividi. -
-Sa – dice la moglie a voce bassa allargando gli occhi e mimando le parole -noi si è per il centro-destra perché si lavora, si lavora e si pagano solo tasse per mantenere i pelandroni, ma, santo cielo, chiamare serva, una cameriera proprio non ci va giù. Loro che oltretutto sono estremisti, comunisti, ebrei, anarchici e chissà cosa. Ma lei la chiamerebbe serva una cameriera?… Non ha la cameriera? – ride come una matta. – Per quello neppure noi con quello che costano di contributi, ma sa è così per dire.
- Ché poi lei crede che li paghino i contributi quei… beccamorti? – Non sapeva che nome affibbiare, il verduriere. Prima dice ‘beccamorti’, poi dice ‘matti’, ma lo si vede bene che non è soddisfatto. – ‘Crudeli’ voleva dire? – suggerisco io – Anche- dice lui ma poi borbotta ‘Criminali’ e aggiunge -Neppure questo rende bene quell’aria torbida che avvolge la casa. -
-Ché poi pure lei, poveretta, si considera una serva. Se ne vergogna a dirlo, ma si sente così … Al processo era saltata fuori quella storia quando il giudice le aveva chiesto chi era e lei aveva risposto -La serva.- – Chi è lei?- aveva sbraitato il giudice, e quella s’era guardata attorno smarrita come a chiedere a loro con gli occhi: – Ma cosa ho mai detto?- Dicono che si fosse impaurita davvero, povera donna, e poi, visto che s’era fatto un silenzio di tomba, e che tutti aspettavano che lei la dicesse chiara quella bestemmia, aveva ripetuto il suo nome, il suo cognome, poi ancora il suo cognome e poi silenzio. E che faceva la signora presso la famiglia? Aveva insistito il pubblico ministero – La serva – aveva risposto lei con un filo di voce. La serva?La Signora voleva forse specificare meglio? La persona di servizio? La collaboratrice domestica? La cameriera? – Sì certo – dice lei -la persona di servizio, la collaboratrice domestica, la cameriera -, – La serva insomma- aggiunge poi quasi ritenesse il giudice un po’ svanito. E che t’ha fatto il giudice? Li ha incriminati ipso facto. Via al pretore del lavoro per sfruttamento… Ma mica può fare questo un giudice, dico io, non è mica un reato. Bah, non so; comunque successe qualcosa di simile. Forse il giudice chiese dei contributi …fatto sta che li incriminò. E te lo immagini allora il casino con quel professore che ne diceva di tutti i coloro contro lo stato, i politici, i beccamorti e i canzonettari. Che poi che c’entravano i canzonettari? Il giudice s’incazzò e incriminò pure lui. Ma poi non se ne fece nulla perché si capisce: se uno non ha il diritto di bestemmiare contro il cielo dove si va a finire. Insomma, forse quel giudice capì di aver esagerato e non se ne seppe più nulla. Ma sull’altra storia mica cambiò idea e dal pretore ci andarono per la storia della serva e dei contributi anche se non mi ricordo bene come andò…- Stette un po’ a pensarci mentre il marito pesava delle mele gialle per una cliente. – Bah, comunque hanno scampato pure quella… Ah! Ecco!- s’era riaccesa- Là al processo l’han fatta passare per famigliare, per ospite, quella poveretta. Capisce? Come se con loro fosse al gran hotel mentre loro, anime pure, non le facevano neppure pagare la camera e i pranzi. Altro che contributi!
-E lei?

-Lei? Famigliare ? Sì, Sì, Ospite? Sì! Sì. Serva? Sì!, Sì? Ma come, ‘Sì’? – dice il giudice? -No?- dice lei confusa. S’era pure messa a piangere, la meschinella, mentre la gente ridacchiava e, con loro, gli orchi, che mica la compativano! Anzi sbuffavano contro la serva cretina e contro il giudice, tanto che il giudice a vedere quelle facce e quegli smorfie s’è pure intabaccato e li ha richiamati -Cari signori, qui siamo in un’aula di tribunale e voi dovete comportarvi con rispetto per la testimone e per la corte… Altrimenti vi faccio sbattere fuori – E voleva davvero sbatterli fuori perché doveva continuare a fare e rifare le domande…Capisce giornalista, non era convinto delle risposte perché la poveretta guardava sempre verso il professore quasi a chiedere aiuto e, dopo aver risposto, li guardava di nuovo timorosa come a dire “L’ho detta giusta? Ho risposto bene? L’ha fatta giusta il vostro cane? Ha pisciato come si deve nella cassetta?” Una pena e una vergogna! Una pena e una vergogna! Ne parlarono pure i giornali.
-Ma vada a quell’osteria o da quello delle stoffe o alla ferramenta. Vede? Sono laggiù in fila. Noi siamo qui da dieci anni ma quelli son qui da una vita e li conoscono bene. Noi, come s’è detto, siamo qui solo da dieci anni, perchè anche se s’abitava in paese, non si gestiva il negozio. Abitavamo giù in periferia dove c’erano le case popolari e si lavorava tutti e due alla tintoria. Poi un bel giorno ci hanno convocato tutti quanti e il padrone, brava persona per l’amor di dio, un vero signore: -Sentite – ci dice, non proprio le stesse parole ma il succo era questo – Sentite, qui le cose vanno di male in peggio e se si continua così si va a finire che si fallisce e si va in tutti rovina. L’anno scorso si è perso tot e si sono intaccate le riserve e per i prossimi anni andrà sempre peggio, perché i Turchi tingono le tele a metà prezzo” Insomma questo ci propose: in cassa è rimasto Tot che corrisponde a una volta e mezza abbondante le liquidazioni che vi toccano, io ve li do tutti e ciascuno avrà la liquidazione e in più un premio quasi pari alla liquidazione – Stop. Non disse mica altro! Ma che choc! Se lo immagina lei: tutti e due senza lavoro. Santo cielo che momenti. Lo chieda, lo chieda a mio marito come siamo tornati a casa quella sera. Ci tenevamo per mano e tremavamo tutti e due e poi in quella cucina seduti a guardarci. E poi vede com’è andato tutto a posto: noi si è riusciti ad aprire il negozio….

Non vollero parlare all’osteria e meno che mai a un giornalista riguardo a quella famiglia No! No! E No! Noi non si è pettegoli e poi con un giornalista. Dici ‘Bah’ e loro scrivono che hai detto ‘Boh’ Tutto il contrario insomma. E poi chi li conosceva quei quattro? Vite riservate, chiusi in casa; solo le mogli poverette a faticare con i bambini dentro alle aule e poi, si dice, trattate in casa come cretine. Quella è una casa chiusa, signor giornalista. -Una casa chiusa!- Sghignazza qualcuno. Ride pure lei, la vecchia signora con i denti tutti bianchi e tutti finti e ride il figlio che sta schiacciando il caffè. – Giornalista? – dice – Sarà vero? Ha la tessera?- alza le spalle diffidente e dice che non ha mai visto una tessera da giornalista. – Potrebbe farmi vedere qualsiasi cazzata-, -E poi lui li conosce meno della madre, caro curioso! Qui di quelli non entrava nessuno  … forse è venuto uno dei fratelli, quello della truffa, una volta o due in trent’anni a prendere un caffè perché ce l’hanno portato i clienti. Neppure i loro genitori sono mai entrati. Il padre non aveva vizi. Lo vedevamo camminare col dottore verso i campi, lui sempre a testa china e l’altro a concionare pure con le mani… Ecco dovrebbe parlare col dottore. Quello si, che li conosce bene, forse perfino quella matta che è scappata in America …La Chela!- ridacchia – Quella si che l’ha fatto davvero un bel trambusto. Beh, sa che le dico giornalista? Che loro non ci hanno mai lasciato un baiocco in questo bar; neppure quando era ancora l’Osteria del Gallo. Ma, quando successe quel casinò laggiù nel Cifas, allora avresti dovuto vedere quanti giornalisti sono arrivati qui sbuffando per la corsa. E non ti dico quanto spendevano in questo bar, loro e il loro codazzo. Hanno bivaccato settimane. Bivaccato per modo di dire perché quelli non bivaccano mai: si pigliano le camere, le suite negli alberghi e avresti dovuto sentirli cosa dicevano! Non ne andava mai bene una! Neppure gli alberghi per lor-signori, “La mia camera è così, la mia camera è cosà” … “Neppure, non dico la sala stampa, ma almeno una postazione”, il servizio in camera poi… e il panorama… Persino il panorama non quadrava. Persino le poltrone tirò fuori uno – Quello è della RAI di sicuro – mi sono detto ed era proprio della RAI … Non ci voleva certo una gran scienza a indovinarlo, ché quelli, mi scusi, dopo aver dato il culo ai partiti, se lo trovano sfondato e delicato. Ma il panorama santo cielo! “Apro la finestra e sai che ti vedo? Un vicolo!” Capisce giornalista? Lui vedeva un vicolo! E che si aspettava? Di vedere il mare? Non glielo avevano detto che in mezzo alla Padania non c’è il mare? …Quello che non facevano con quelle loro facce qua dentro! Annusavano! Storcevano il naso, storcevano le labbra… Si sedevano e che facevano? Prima guardavano la sedia, poi la pulivano, poi la guardavano e poi si sedevano ma con che degnazione, dio santo!… Che ti veniva voglia di tirargliela in testa, quella seggiola. La superbia poi! E santo dio! Erano giornalisti o cosa? Ma andate a quel paese per non dir di peggio … Ma insomma mica ci sono i pidocchi qua dentro, volevo dire…

 

Per loro fortuna, spendevano fior di quattrini. E lo dico proprio ‘per fortuna loro’, altrimenti li avrei cacciati fuori al freddo. Me lo ricordo, sai giornalista quell’inverno: tre, quattro gradi e non di più. Sai quanto ci avrei goduto a cacciarli fuori. In compenso sai che zampate: – Un caffè? Ecco il caffè: duemila!-, -Duemila?- chiedevano i pascià con gli occhi fuori dalle orbite. –Duemila – ripetevo. -Ma non pago duemila neppure…- e tiravano giù nomi illustri di hotel di Milano e Roma. – E allora vada a prenderli in quei posti a Roma o a Milano – dicevo io. Capito il doppio senso, giornalista? “Vada a prenderlo in quel posto” Ah! Ah! Ah! Rideva come un matto l’oste che poi se ne andò per i tavoli a portare i caffè e a raccontare di quei giornalisti e del suo caffè. -Non ci badi! E’ fatto così! L’ha raccontata già cento volte quella scena e andò proprio così, quanto è vero iddio. Ma lui li odiava e devo dirle che ce l’avevano davvero la puzza sotto il naso, specialmente i romani. Era questo che ti faceva saltare i nervi. – Quei maiali – diceva riferendosi ai romani – già si pappano tutti i nostri soldi con le tasse per mantenersi a girare i pollici e poi dobbiamo pure sopportare che vengano qui a storcere il naso -. Lo sa che non dormiva dalla rabbia e da allora ha sempre votato Lega. E dire che io sono del nord ma lui viene dal sud. Ma quelli della RAI non li sopportava proprio, loro con i loro vestiti e la loro corte di cameraman, portacameran e tutti negli alberghi migliori. – Poppano, poppano, quei maiali e noi a mantenerli all’Hilton con il canone… E a sopportare le loro facce di merda -, – All’Hilton? – chiedo io – Ma sì, ho detto Hilton per dirne uno con tutte le stelle, giornalista!
Intanto era ritornato il marito -…il vecchio farmacista, chi se lo ricorda più. La serva sì; quella veniva … ma solo per l’emergenza perchè quelli compravano tutto all’ingrosso. E, prima di lei, sua madre … Quella non è una casa, è un albergo, una comunità. Mica quattro famiglie, ciascuna col loro appartamento, ma tutti assieme, tranne le stanze da letto: almeno quello!… E chissà cos’altro – ridacchia tormentandosi i baffi. -La serva! Che nome. Sono secoli che non si sentono certi nomignoli-, – Ho sentito che vi fu un processo…
- Non pensi mica male di noi! Tutti qui attorno la si chiama in quel modo ma la chiamiamo così solo perché così la chiamano loro e pure lei, “la serva”, se così la si vuol chiamare, non da alcun peso alla cosa;
- La mia famiglia, in quella casa, è serva da tre generazioni e s’è sempre trovata bene. E’ la nostra casa, santo cielo, non saprei neppure dove andare – mi disse una volta e, mi creda, lei si sente davvero della famiglia. Del resto là dentro tutti usano di continuo l’espressione “Santo cielo” e pure lei la usa come se fosse uno di loro. Ché poi lo si capisce pure – dice la moglie – la donna è debole…di mente. E così era la madre…. Sa, lei ha avuto una figlia senza marito e pure la madre, ma là dentro, bisogna ammetterlo, non hanno mai dato peso a certe cose. Sghignazzano dei benpensanti e lo dico anch’io: “Santo cielo!”, hanno ragione. Quanto al processo, sappiamo quello che uscì sui giornali, anche se ne parlò parecchio qui attorno.
- Chi può saperne qualcosa?
- Lo chiede a me? Il giornalista è lei. Più che entrare la dentro…
- In ogni caso- dice il marito – dopo il processo ci fu chi tirò fuori quella vecchia storia della truffa. E dicevano: – Sta a vedere che c’entrano loro! Sta a vedere che c’entravano loro … poi con quella storia del Giuseppe….-, -Oh quello! Lo dicevano anche prima che dietro c’erano loro, che con le banche e le truffe ci andavano a merenda. Il fatto è che, anche se, come qui dicono, loro non ci sono mica cascati…. Gli unici forse. Ma devo dirle che quelli l’avevano studiata come dio comanda e convinsero così bene che ci fu quasi una rivoluzione e poi tanta rabbia, davvero tanta. E poi non dimentichiamolo – e in quei momenti nessuno lo dimenticò – che quelli sono ebrei. Ne parlavano pure al bar e lo dicevano che se erano stati perseguitati qualche buona ragione doveva pur esserci. Stupidaggini per chi legge i giornali e anche qualcosa di peggio. Dico io: la gente non cambia mai, signor Giornalista? …. Un’inchiesta sulla famiglia! Ah, è una buona cosa davvero … piacerebbe pure a me, se non dovessi sempre faticare fra tutti questi bicchieri e questi panini! … e toast e pomodorini e tramezzini e pizzette e chi più ne ha più ne metta. Ché poi non c’è mai il tramezzino giusto per certi individui o non va il pane o non va il salame…
-Quando qui c’era mio padre- dice lei rude – pane del panettiere: panini o biove e mica tante storie. C’era la macchina! Eccola – dice indicandola – Con questa tagliavi le fettine di prosciutto, o mortadella o salame…-, – Ma va moglie! Ma va! – scherza lui – A mia moglie non va giù che i tempi cambino….Creda a me; non ci riuscirà facilmente a entrare là dentro. Quelli sono anarchici e odiano tutti. Non so perché poi: essere anarchici e odiare tutti … secondo lei ha senso? Vanno d’accordo le due cose? -, – Non so – dico io -non ho mai parlato con loro. Ci sono tanti tipi di anarchici….-, -Beh, comunque odiano tutti ma detestano soprattutto i giornalisti… Assomigliano a mio marito, ma mio marito non prenderebbe certo il fucile, loro non so….- Ride la signora spremendo un’arancia. – Ché poi anche se riuscirà a entrarci ci caverà qualcosa? Bah, non credo proprio, ma gli auguri glieli facciamo tutti e due. Dovrebbe tentare con l’ultima, l’Ardea, come la chiamano adesso. Quella può darsi che, con tutto quello che ha passato laggiù,…può darsi che ce l’abbia la voglia di parlare e raccontare…Tanto più che è l’unica che lavora, se si può chiamare lavoro quello che fa con gli emigrati… Intanto sa cosa dovrebbe fare? Parlare col dottore, con gli insegnanti e poi con una giornalista che fece un’intervista al fratello finanziere, prima che succedesse tutto il can, can con l’Ardea … e poi quella catastrofe della Chela. – Chi era la giornalista? – Chiedo. – Non lo so … non lo so proprio!- dice subito …ma scriveva per un giornale di donne, non per il Corriere o La Stampa, per uno di quelli come Alba, Gioia, Donna… Oggi, cose di questo genere… Insomma mi ha capito…. Se ha qualche amicizia in quel campo, loro lo sanno di sicuro chi era…. Di sicuro una donna.

- Creda a me, il punto focale per quella casa fu il Morbillo, quel trovatello indio o chissà cosa… Selvaggio! Maleducato! Mise in subbuglio la casa, che poi, nonostante tutti quei tipi strani, era tranquilla prima che quel maiale arrivasse. Perché questo era il Morbillo: un maiale. O per lo meno era anche questo, oltre che tutto il resto. Mi creda, mi creda; il momento della svolta fu l’arrivo del Morbillo. S’era sentito mai parlare di quella casa qui intorno? Sì, forse le solite cose, lo zio processato per truffa, le loro stranezze …Ma quanti truffatori ci sono al mondo? Uno su dieci? Dicono proprio così le statistiche dei giornali. E se è vero o no, chi lo deve sapere se non uno come lei che lavora nei giornali? E poi fu davvero un truffatore? Il malloppo non fu trovato e ci fu pure chi disse che quello era una specie di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

 La Serva

Fatto sta che quei discorsi mica li sentivano solo quelli della casa e i loro gatti. Nell’ombra si aggirava la serva Giuseppa, sconvolta da quel fuoco improvviso che rischiava di travolgerla davvero quella vecchia casa che doveva darle le lire e i pasti fino alla morte. Proprio quei pasti che adessola Giuseppasentiva sul ciglio di un baratro. Una catastrofe aleggiava come una nube nera fin dentro le mura passando vorticosa da una stanza all’altra, rumoreggiando sulle scale, gonfia di grandine, venti e disastri.
Diceva la povera vecchia, minacciata da quei venti, alla figlia evoluta che il cielo non prometteva nulla di buono per loro due. Ma la giovane neppure stava sentirla perché la giudicava, quella madre, serva da sempre e per niente all’occhio coi tempi, con le nuove chitarre, col fluire energetico del gin e del gian, il saettare dei meridiani buddisti e sciastu e giugizu per esplodere infine, quella benedetta energia dell’Essere, positiva, libera e nuova, quando lei, quell’energia e lui, il suo scatenato buddista, l’esplodevano in discoteca e poi fuori all’ombra baluginante di invisibili fulmini. E allora sì che, smutandati entrambi, scalmanati tutti se si contavano lei lui, la bernarda, il bigolaccio, le poppastre sudate, mobili pure loro e impastate con vigore con mani a cinque dita. Un diluvio Rock insomma, e dopo il rock, il rullare del rock e del gran cavaliere, sudati e lubrificati entrambi, ma soprattutto quel ben di dio che dimorava laggiù al posto giusto e che si ergeva come una torre di fronte a lei, figlia di serva, a cavallo dei tempi e di quell’aggeggio divino che spingeva come un satanasso per dimostrarlo coi colpi di maglio tutto l’ardore santo che sentiva per quel paradiso che era lei sfrigolante.

Così gliel’aveva detto il torello rock che, lui, voleva lei per una vita intera completa di quegli attributi che facevano impazzire il cuore e il bigolone. La voleva perché mica poteva neppure pensarla una vita senza il poppatoio duplice e il paradiso peloso. E l’aveva fatta andare ai sette cieli con quelle parole accompagnate per l’occasione da una pompata super buddista. Avevano pompato davvero in paradiso e in inferno quella volta, perché, a quelle parole sante anche la sua bernarda aveva sussultato, mordendo come una chitarra impazzita. – Divino, divino – diceva lui, – Divino, divino – diceva lei – Ti amo – diceva lui – Ti amo – diceva lei, un colpo di lui, un colpo di lei. E poi tutti e due: duetti, terzetti, rock e rapper! Valzer addirittura e tango e pure un bel requiem alla fine del tutto, quando avrebbe ancora voluto, lei, sentire le parole e la musica ma non ci riuscivano proprio più a cantare né lui né lei.
Così la Giuditta e il suo rapper si erano giurati amore eterno, santificando per l’occasione, mescolando liquidi e letami e decidendo, lì sui due piedi, chela Giudittastessa, tutta intera, avrebbe lasciato la casa morente e si sarebbe trasferita in quella di lui: camera doppia, munita di letto comodo per lo scambio dei letami, dove i due esteti postmoderni avrebbero vissuto finalmente il loro amore traboccante in ambiente giusto; con tre manifesti rocchettari sulla parete, di cui il primo, su sfondo azzurro di speranza, il secondo rosso d’amore e l’ultimo verde metafisico con metafisica pianola.
S’era trasferita l’incantata Giuditta fra quelle nuove immagini moderne di fede, speranza e carità. Mica le madonne asfittiche della madre, loro e le loro vesti ridicole che coprivano perfino le unghie, una addirittura che guardava il cielo tenendosi in mano il cuore rosso luccicante fuori del corpo. Repellente per lei, ma tanto amata da quella serva di madre che la pregava alla sera e la pensava di giorno e mica s’accontentava di pensarla e pregarla, chè purela Giuditta, unica figlia, era stata costretta a mettere le ginocchia sulle piastrelle, sera e mattina, a snocciolar Ave su Ave e Pater e Gloria affinchè quella la madonna col cuore in mano, che tutto poteva, le proteggesse, lei e la madre. Senza dimenticare il Requiem per quell’anima buona di padre ortaiolo, fuggito e poi defunto in una rissa, ma prima d’allora giardiniere della casa quando la casa aveva ancora un giardino e non quel bosco di serpi e di rovi che era tuttora.

Insomma lo vedeva come il fumo degli occhi la madre quel ragazzotto, di nome Eritema. Nome d’arte specificava la figlia. – Dico io: Certe volte i nomi ti capitano fra capo e collo e te li devi tenere tutta la vita ma quello se l’è scelto lui, figlia mia! … Eritema! Ma poteva sceglierne uno più idiota? … Eritema! Roba da non crederci, santo cielo! E una figlia che va a pigliarselo come se le mancasse un venerdì. Uno, poi, che mica voleva fare il giardiniere o l’idraulico o l’operaio o il dottore; tutti lavori sicuri e onorati! Il Rapper, santo cielo. Ma cos’è un Rapper? Proprio come il nome; dio li fa e poi li accompagna – Che lavoro poteva prendersi uno che voleva chiamarsi Eritema se non il Rapper! Un lavoro così incerto che non era neppure un lavoro. Ma cosa mangiava un rapper se non rifiuti e cipolle marce. E cosa avrebbe mangiato lei, la sua Giuditta che fin dalla nascita s’era ingozzata di cosciotti, insalate succulente, latte o tè il mattino, budino alla sera e pure un conticino in banca.
Insomma proprio di un rapper pezzente doveva incapricciarsi questa figlia moderna! Avevano discusso parecchie volte lei e quella figlia psichedelica, folle e moderna Se non voleva abitare e lavorare nella casa, non c’era problema; fuori nelle fabbriche a fare l’impiegata o la bidella, che quello era il lavoro migliore del mondo, girarsi i pollici alla mattina, sollazzarsi il pomeriggio, ritirare i dollari ogni ventisette: tanti, garantiti e sicuri. Pure con la pensione perché potessero riposarsi in pace nella vecchiaia delle fatiche inesistenti della giovinezza e continuare a poltrire e girarsi quei pollici ormai consumati, come avevano fatto per tutta la vita.

E a questo stava pensando sempre più spesso la madre della Giuditta da settimane ormai con quella famiglia, prima matta e tranquilla e ora, d’improvviso, tarantolata che, al posto di pelandronare e bestemmiare placidamente contro il mondo, i fascisti, i comunisti, come da sempre, s’era all’improvviso destata a parlare di mitraglie e cannoni con cui versare lacrime, sangue e tragedie. Vedeva proprio con angoscia i nuovi sguardi maligni e gli occhi spiritati. Vedeva il professore studiare su quell’internet le bombe e annunciarlo alla famiglia mangiante e sbrodolante, come si confezionavano quelle bombe, complete di miccia e orologio; da disseminare qua e là sotto i culi di governanti, ladroni e ladrone, fascisti e comunisti, mentre lei già vedeva le giubbe tedesche sfondare porte, finestre e muri per arrestarli tutti quei pazzi scatenati, morsicati da chissà quale zanzara malefica, portata, di sicuro, dai maomettani che infestavano ormai strade e quartieri.
Avevano ragione, santo cielo, quando bestemmiavano contro quella laida capitale dove i soggetti mangiavano in maniera smodata i loro palmenti, succhiando il sangue alla casa e ai suoi abitanti, ma era il caso di far tanto trambusto adesso che lei s’era messo l’animo a riposo, sicura che pane e lirette ci sarebbero state in eterno per lei e per la figlia, se quella matta non voleva far la bidella?
E così la madre parlava alla figlia delle bombe e dei disastri furiosi che si stavano addensando sulla casa mentre quella neppure stava a sentirla una madre serva e rincretinita, che mica li capiva i tempi nuovi liberi e rocchettari. Lei rinsecchita che di sicuro non aveva mai avuto un uccello come si deve, che la facesse vibrare come una batteria. Lei che mica lo capiva il grande amore dei nuovi tempi, dei video che parlavano e cantavano di libertà e riscatto: verdi campagne, tigri mansuete e amore, amore, amore tanto, tanto, tanto amore! Di quello vero, mica con puzzolenti ortolani.
Così si ricordò, la Giuditta, detta Giusy, della famiglia pazza tra una congiunzione e la successiva, tra una birra e la successiva, tra una rappata e la successiva, mentre consumavano, lui e lei, le quotidiane fatiche con gli avanzi delle discoteche e delle balere e la raccontò al suo rapper di quella famiglia schiavista, incendiatasi all’improvviso che voleva far saltare la nazione con le bombe mettendo sulla strada quella rincretinita di madre che, anche se serva, non se lo meritava proprio, povera anima.
S’era immedesimato nel problema, il rocchettaro, e ci aveva pure composto due belle rappate che parlavano di fiori, di bombe, della casa e dei pazzi che l’abitavano. Due capolavori, insomma, di quelli che neppure Dante Alighieri avrebbe potuto rappare. Due filastrocche ebeti, per dirla tutta, che s’aggiungevano alle altre infinite che già inquinavano il mondo e facevano impazzire quotidianamente il professore, ma che si misero invece a girare per balere, radio e discoteche di diciottesima serie, raccontando la storia della famiglia morsa da una tarantola aliena, che voleva far saltare il paese, con un immenso fungo di quelli atomici.

Volò la rappata! Volò nei bassifondi a diffondere le note sbilenche con le parole italiche, ignorate dal volgo ma non dal subdolo servizio segreto, impersonato nella fattispecie da un maresciallo maligno, che non ci pensò due volte a pigliar carta e penna e a metterle assieme quelle due cose ignobili, fatte per romper marroni alle persone oneste.
Così alla fine dopo una meditata versione in ‘brutta’, in cui venivano giustamente ignorati congiuntivi, consonanze e punteggiature, il capolavoro fu copiato in ‘bella’ e corretto dal controllore di grammatica e ortografia, fornito dal ministero stesso che aggiungeva alla bisogna un gragnucolo di frasi già belle fatte che rispettavano congiuntivi ma infierivano ancor più sulla povera e derelitta lingua.
La relazione arrivò per fax al superiore diretto del maresciallo, che, graduato tenente e degno di tanto marchio, l’aveva letta con fastidio e riletta con ardore perché quella parlava, sì, di bombe ma era essa stessa, nelle sue capaci mani, una vera bomba. Tutto per la gloria e la propria lievitazione oltre quel grado di tenente in cui stazionava davvero da troppo tempo.

Si mise in moto dunque e mise in moto le indagini che non richiedevano poi una gran mente davvero. C’era la canzone e nella canzone c’era la via. Parlava, la rappata, d’una certa via Wagner, che una volta era verde e adesso era piena di case. E s’incazzava il rapparo con quelle case facendo sospirare il tenente “Ma insomma la gente dovrà pur abitare da qualche parte! Questi dementi Vogliono le case o fanno la rivoluzione, vogliono il verde o fanno la rivoluzione” Comunque chiamò il maresciallo di turno e sillabò un ordine concedendogli cinque minuti perché trovasse quella via Wagner, germanica di sicuro, perché non esisteva un nome così balengo in un paese civile.

Proseguiva poi la rappata dicendo che c’era una casa, “una grande casa”, una casa fatta di matti che avrebbero incendiato il mondo e vendicato i prati verdi e proseguiva dicendo che tre fratelli vivevano nella grande casa e progettavano la bomba e che i disegni e i materiali erano nella grande cantina. Mica un’indicazione generica, poi! No! Lato est, in un angolo sotto una vecchia pietra che copriva un pozzo. E proseguiva la rappata, rappando che avrebbero bruciato qui e incendiato là con quel bel tritolo posato di qui e di là, con quelli che odiavano e odiavano tutti.
Non stava più nella pelle il tenente a leggere quel ben di dio tanto che neppure riuscì a leggerli tutti quei dati miracolosi, perché pure i suoi visceri così eccitati mica se ne stavano calmi e tranquilli nelle loro guaine dette intestini. E così dovette correre, il tenente, ad evacuarli, ma si portò dietro i fogli benedetti, dove, tra un sospiro solenne e uno strozzato, riuscì a leggerli tutti, rilassandosi infine, respirando finalmente con quella giusta frequenza cardiaca, tanto che ancora lì a brache calate, tra gli effluvi del guano, sorrise al cielo “La provvidenza, la provvidenza!” sospirò ispirato. “Non sto più nella pelle” pensò “Pelle di tenente?” si chiese, immerso ormai nella nuova, prossima, immacolata e lucida pelle. “Chissà!…. Colonnello?… Chissà!… forse ancora più su”

Insomma l’inizio del giorno terzo vide il tenente in contemplazione di tutti quei dati cavati da indagini mirate, efficaci e veloci. Non solo tutto quadrava ma pure s’incastrava al millimetro. C’era la via, c’era la casa, c’erano gli abitanti e c’era molto di più. Tre anarchici, due processi, denunce e una sorella lassù sulle Ande col Che a mettere bombe.
E per di più al mattino aveva cantato quel rocchettaro demente, al pomeriggio la ganza e adesso cantava la madre, serva di casa, dotata d’orecchie e memoria, che le stava esponendo tutte, quella povera anima, le sue ansiogene ambasce per la vecchiaia, per quella figlia degenere, per il lavativo Eritema in oggetto che faceva le notti cantando e trincando per poi poltrire fino all’ora beata, quando già da sei ore lei sfacchinava nella casa dei pazzi. Pazzi tranquilli, stava dicendo, almeno fino a ieri, ma oggi tutti agitati con quelle bombe che volevano perfino infilare -Non le dico in che posti, tenente generale ma lei se lo immagina-.
No! Non capiva, il tenente, e voleva invece sapere luoghi, posti e nomi delle persone destinate a tant’onore di botto. E quanto alla figlia, lui, il tenente colonnello in potenza, conveniva con lei, paventava con lei, soffriva con lei che, mancato il sussidio della famiglia, proprio non poteva aspettarsi nulla da quell’unica figlia. Mica scapestrata più di tanto poi. “Ma in che mondo vive questo relitto?” diceva fra sé mentre piangeva con lei sugli eritemi di oggi e di ieri, in questo matto mondo moderno. “Non dico tanto ma almeno pretendere i contributi dai matti, anche se, a quelli, con una bella causa, il pretore, avrebbe cavato il sangue, le vene e le arterie”.
Insomma tutto andava come dio comanda, dai tre fratelli a quei esseri degni dei tempi. E su tutto una vera spolverata di cacio. Si beava davvero il tenente: c’erano loro, anarchici doc, c’erano le mogli relitto e perfino un trovatello: il trovatello di quella Chela arrivato come un malefico missile direttamente dalle terribili Ande. “Mica dagli Appennini alle Ande, ma tutto il contrario” ridacchiò il tenente, pensando alla bestia di cui il direttore, matto come non mai, aveva raccontato tutto il male possibile e che aveva cercato dal tenente di sapere cosa avesse mai combinato quella bestia diabolica, dicendolo chiaro e tondo che lui non si sarebbe proprio stupito sulle demenze di quel Morbillo infernale, una bomba dentro a una famiglia, che, se non oggi, domani, se non domani, nel futuro imminente, l’avrebbe fatto davvero un bel botto.
- Ma chi le ha contato queste storie, giornalista? Tutto vero se si guarda in un certo modo ma se l’è chiesto chi era la serva? Ma lo sa che quoziente d’intelligenza…? -, – O se e per questo non è che i padroni siano tutti nella loro…- dice la moglie soffiandosi il naso ma il dottore in pensione, non gradisce; non gradisce proprio l’intervento della moglie. – Una battuta giornalista, solo una battuta, io conosco la famiglia da ottant’anni. Mio padre era amico del banchiere e mio nonno era già medico qui, quando la cittadina era un paese e in quel paese arrivò il farmacista padre di tutta la casa.
-Mi scuso- dice la moglie arrochita carezzando il marito con gli occhi -Toccagli quella famiglia e mio marito ti salta alla gola. Ma sa giornalista? Sa a chi pensavo? Pensavo all’Oreste e alla Chela.

Oreste

- Cominciò a sognare un esercito barbaro e sterminato che arrivava dalla fine del mondo. Non un vero esercito ma una intera popolazione che emigrava con carri, mandrie e guerrieri. Li sognava tutte le notti. Un serpente che si allungava senza fine – diceva – Sono milioni e milioni che avanzano. Ogni giorno l’esercito deve approvvigionarsi di fieno e di carne e allora una parte si ferma per combattere e razziare. Catturano i contadini, bruciano case, violentano donne…- Ma poi cominciò a parlare con loro e s’innamorò.
- Era un a uno zio affettuoso – interviene il dottore tossendo – E’ brutto essere vecchi con questo freddo, giornalista – borbotta guardando la brina dalla finestra – Sì, c’è quella storia dell’esercito di barbari che arrivava dalla fine del mondo, ma in questo mondo si salvi chi-può-come-può. E lui era mica diverso dalla famiglia. Forse era più mite e così evadeva e usciva dal mondo. Ma per il resto era un normale essere umano: mangiava, beveva, sentiva musica ed era l’unico a potare le piante. – Oh sì! – commenta la moglie – preparava anche torte di frutta. Insomma non te ne accorgevi che ce l’aveva sempre in testa… Poteva distrarsi qualche ora, ma poi era sempre lì a sognare. Andava a caccia con loro, mangiava con loro e faceva con loro la vita. Idolatrava il loro Capo, il Muesli, chissà da dove l’aveva tirato fuori quel nome. “Un colosso, un vero capo…Impietoso ma giusto” diceva del Muesli che poi su quel nome: ‘Muesli’ s’arrabbiava con la nipote che lo chiamava “Pop Corn”, anche se il più delle volte era lui a riderci sopra. Ché poi il vero nome non era mica Muesli ma una cosa impronunziabile fatta tutta di consonanti dure e aspirate. Etttchattatc o qualcosa di simile, mentre Muesli era un titolo. Insomma quello era il Muesli così come noi diciamo “Quello era il re”.
Quando la nipote scappò, lui era euforico perché il Muesli stava arrivando.
- E poi?
- Poi – tossisce – quando l’esercitò arrivò qui non capitò nulla. – Passano attraverso di noi – mormorava estasiato.
- Ma sono qui? – Chiedeva il fratello..
-…Si sono fermati proprio in città – rispondeva lui – e continuano ad arrivare. … Stanno facendo una sosta – sospirava con faccia sognante -Ma il Muesli, non è ancora arrivato … Quanti sono!- esclamava
- Durò due mesi il passaggio dell’esercito e poi se ne andarono. Lui li guardo sfilare per giorni e poi se ne andò con loro.
- E i fratelli?
- Non fecero nulla. E che dovevano fare? Trattenerlo? Sarebbe stata una follia, giornalista; lui sarebbe impazzito e chissà come sarebbe finita. E poi chi poteva fermarlo? S’imbarcò su una nave da crociera e li seguì per tutto l’oceano. “Camminano e cavalcano sull’acqua telefonò: è uno splendore!” Li precedette in Argentina e quando arrivarono li segui a piedi sulle Ande.

- Insomma, giornalista, puoi far due più due un’infinità di volte ma il risultato sarà sempre quattro. E allora, alla fine, lo dovrai ammettere che quel tenente maligno non aveva proprio niente nelle mani se non un po’ di fregnacce. Eppure prima trovò un pubblico ministero che diede il permesso d’ispezionare la casa e poi, lavorando sull’aria e modellandola, di far processare l’intera famiglia.
Lui, quel maresciallo grasso come una foca, e quel giudice volevano a tutti i costi arrivar sui giornali e ci riuscirono; ma, per tutto il resto, niente.
- Trovarono qualcosa? – Ardea alza le spalle e irride al giornalista.
-… Ci fu il processo e fu chiamata la serva. Ma cosa vuoi che dicesse quella povera scema? Tremava come una foglia e non capiva più niente. E così ci mise nei pasticci due volte…
- Comunque quel demente del giudice l’allontanò dalla famiglia fin dall’istruttoria, affinché (il tono si fa tagliente ) la nostra demoniaca famiglia non la plagiasse. La misero in una specie di ospizio, a piangere con una assistente sociale del tipo radical-chic. Cosa vuoi che capisse la serva di quella picetta che parlava con gli spilli e l’aizzava contro di noi. Le solite rivoluzionarie da salotto con fica calda.
Poi la figlia, guarda caso, si ritrovò incinta del rocchettaro e fu regolarmente lasciata, piangente e disperata, dal rocchettaro stesso, che fuggì a mille miglia da quel figlio e così tutto rientrò nell’ordine: un’altra femmina rigorosamente scema e rigorosamente N.N. con annesso ritorno all’ovile delle due reprobe. Santo cielo, adesso ne abbiamo tre per la casa.
- E come furono accolte?
- A braccia aperte; non proprio come il figliol prodigo, ammazzando il bue migliore, ma una bella gallina di sicuro; e ci fu pure un bel sospiro, raddoppiato poi quando fu chiaro che il frutto era una femmina e quindi una futura e sicura serva per la famiglia come nella miglior tradizione.
- Sai cosa facevano i fascisti ai curiosi nel Cifas? Li fucilavano. Oppure un colpo di machete e la testa finiva da una parte e il corpo dall’altra. Tu ci andrai nel Cifas, vero giornalista!… Non devi andare laggiù per finire l’inchiesta sulla famiglia diabolica?- ridacchia l’Ardea con la sua voce roca:
- Ma davvero ti hanno detto che il Morbillo fu il punto focale? Tutta da ridere giornalista! Tutta da ridere.
- Il Morbillo mi chiede? Andiamo al bar lontano dalle donne, prendiamoci un buon caffè caldo-, -Ma uscite con questo freddo? – chiede la moglie. – Che dici moglie? – chiede lui allegro – C’è pure un po’ di sole e poi mi dovrò chiudere fino a primavera: non ho il diritto di godermi gli ultimi raggi? -, – Si potrebbe partire e andare al mare – replica lei; ma lui scuote la testa! – Là è troppo piccolo, ci sono troppi vecchi e via di questo passo…-, – E invece sa come stanno le cose, giornalista? Che a lui piace andare in giro e che tutti lo salutino e lo fermino… Capirà il vecchio dottore lo conoscono tutti e allora “Si ricorda dottore quando avevo il catarro?”… “Si ricorda quando aspettavo la mia Maria?” E lui ci gode… Che poi per dirla tutta lui ha ancora i suoi clienti …. Vedo che l’ha capito giornalista.

- Lei la sente la musica dottore? Mica quegli sciabardati che canzonettano e ti fan vedere denti, saliva e tonsille? No, voglio dire l’altra? – Si vedeva che soffriva il pazzoide e poi chissà cosa guardava! L’ho pensato anche allora “Chissà cosa guarda” Mi sono chiesto e ci ho pure messo il naso a quella finestra per vedere cosa attirava quella povera anima sperduta! Ma non c’era mica nulla di diverso dal solito panorama. La solita villetta dell’omeopata, tutta curata, il prato, i sentieri, le siepi. Tutto verde: lui e la sua testa omeopatica.
- Insomma una vergogna giornalista! Lui l’omeopata che ciucciava e ciuccia ancora oggi lire dalle poppe new age, e, con le lire, si dice, pure i capezzoli!… Un maiale! Giornalista, lui e tutti i suoi colleghi. E ci fosse mai stata una prova, che so io, un risultato dubbio sulla bontà di quelle pillole. E invece niente: acqua e scemenze centrifugate.
In conclusione lo visitai con cura per dovere professionale, ma pure per affetto perché in fondo ho sempre voluto bene a quella famiglia. Lei andrà in America sulle orma di quella Chela e sa cosa vedrà laggiù?… Vedrà la tragedia: là la tragedia e qui la volgarità. Io la vedo, vedo le Gruberiadi, le Pariettiadi, i pallonari, i canzonettari, le scosciate, le veline, l’ignoranza e mi vien la nausea. A me vien la nausea ma tutto finisce lì; ma per il professore no! Non finisce mai! perchè lui vive di bile, povera anima. E mica accetta nessun altro dottore anche se ne ho già ottanta sulla groppa.
Insomma feci tutto quanto il mio dovere su quella pancia bofonchiante, anche se sapevo già tutto prima di arrivare… esaurito da secoli… bilioso… rabbioso… Neppure venti scolari per diciotto misere ore alla settimana, esclusi Pasqua Natale e le ferie di quattro mesi, è riuscito a sopportare… Ore di cinquanta minuti poi!… Poche davvero, ma con quei figli di televisionati e pallonari, loro, i padri, le madri e gli insegnanti colleghi, c’è davvero da morire di volgarità….Radical chic… e società civile! E noi che non siamo come loro? Cosa siamo noi? La società incivile? E allora viva l’inciviltà… Povero cristo è ridotto a uno scheletro vivente e concionante.
Avevo finito e il demente continuava a guardare il cielo in silenzio con quella faccia di chi è venuto al mondo per soffrire e rompere i marroni … Il che non era per nulla normale perché di solito con me parlava con cordialità … E’ vero che parlava ululando contro il mondo e la sua volgarità … ma è anche vero che mi accoglieva come un salvatore. Insomma mi venne voglia di far due parole prima di salutarlo. Volevo chiedergli che ne pensava, lui che non faceva nulla tutti i santi i giorni, di quel suo vicino omeopata, infido truffatore e serpe che voleva guarire la gente con l’acqua, e non solo non li guariva ma si pappava dollari e malate, ma non m’incoraggiava di sicuro con quella sua faccia che non aveva neppure mosso un misero muscolo. Li perlustrai bene quei muscoli senza però trovare nemmeno un amen di ispirazione. “Una statua” dissi fra me e tornai a guardare quel quadratino di cielo che il demente fissava. Che ci fosse un uccello strano lassù? Mi chiesi ma non c’era proprio niente: il demente guardava l’infinito o il nulla.
- Bene, bene – comincio – Tutto bene in questo corpo che per la verità, caro Gino, ingrandisce e ingrandisce. Non ti dico di fare l’atleta, gli propino, ché per un sedentario come te sarebbe perfino pericoloso … uno sgambetta, sgambetta felice e gli sembra di essere tornato giovane e di poter scalare l’Everest … E per fortuna che l’Everest non è qui perché, se ci fosse, qualche macaco ci andrebbe di sicuro con zainetto, piccozza e merenda di salsicciotti. Magari con maionese e una di quelle biove lunghe due metri, gli dico per mettere un po’ d’allegria, E sali che ti sali non sei neppure a mille metri che il cuore ti scoppia e stramazzi a terra, con le labbra bluastre che pure un gaglioffo come il tuo vicino di omeopata, ignorante come una scarpa, lo riconoscerebbe subito -Toh! Un bell’infarto! Tutta buona carne per aquile, lupi, marmotte e formiche. Un vero pranzo di Lucullo.
Pensi, Gino, quanto ben di dio per quelle mosche himalaiane, sghignazzo io con tanto gusto che pure il demente si gira incuriosito.
- Di chi parla?- mi chiede il pazzo.
- Di quell’essere che abita in quella villetta, lui e quella sua moglie acida. Sa, dicono che sia avara oltre che scialba e cornuta. Proprio quella villetta che lei sta guardando con tanta attenzione. L’ha costruita il padre di lui… gran lavoratore… praticamente con le sue mani. Me lo ricordo io quel brav’uomo, lavorare in tuta, tutte le sere e tutto il weekend … Povero cristo a respirare calce, mettere mattoni, un giorno dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, e perfino la domenica. “E che ci vuol fare una cattedrale?” mi chiedevo. Gente d’altri tempi, professore … E guardi cosa è uscito, dicevo… anzi chiedevo – Quanti anni ha insegnato?

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