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SEGRETI DI UNA DONNA di Ina Torvalda 1puntata

NINA

 Questa è la rappresentazione della mia vita, repressa, umiliata, perseguitata. Qui rivendico tutto ciò che mi è stato negato. Mi riprendo con  rabbia selvaggia ciò che la mia anima innocente, insozzata dalla morale del No, del castigo divino; dall’indecenza della repressione dell’istinto più sano, vitale, elettivo, sacrale della vita, è stata costretta a vietarsi. Rivendico l’erotico strofinarsi, leccarsi, infilarsi l’uno nell’altro per godere dell’estasi degli spasmi primordiali della vita che si afferma.

Mi perdoni il lettore se in qualche passaggio non riuscirò a trattenere la commozione! ne provo tanta! Ma non sono disposta a concedere niente all’estetica crociana: desidero trasferire sulla pagina ogni emozione, ogni sentimento, ogni umore e umidità così come si sono formati nella mia anima, così come si sono impressi sulla mia pelle.
Stiano lontano da me i frequentatori di sacrestie, di parrocchie, di confessionali. Li ho frequentati troppo. Sento ancora la loro puzza…”………………………
“ Risalgo il fiume della mia vita. Giungo alla sorgente. Ai primi vagiti”
Era una splendida bambina.
Distesa su un candido lenzuolo, al centro del letto, soffriva in tutta la sua innocenza originale il caldo già insistente di metà giugno del lontano anno 19..
I genitori e i visitatori che arrivavano per felicitarsi con la puerpera la guardavano con un misto di ammirazione e di apprensione. Povera piccina! Come poteva sopravvivere, dopo solo qualche ora di vita, alla tortura di quell’ingessatura che le avevano fatto per aggiustarle la gambina spezzata?
Certamente non era un buon segno che fosse nata disgraziata! La nonna Yvonne che aveva senza discussione il governo della casa dispose che venisse subito battezzata perché la sua anima potesse prendere il primo volo per il paradiso qualora non fosse riuscita a superare quella dura prova di resistenza.
Ma il destino aveva riservato a Nina quella sofferenza perché si preparasse ad affrontare esperienze dolorose ben maggiori: i tormenti dell’anima!
L’estate che arrivò dopo qualche giorno confermò la luminosità dei giorni passati. Il giallo del grano maturo nei campi colorò ogni cosa con la maestria di un pittore in preda all’estro creativo, entrò anche nella casa colonica. E così Nina, superato il momento più difficile del suo incontro con la vita, cresceva con negli occhi i colori della luce.
Da grande quando mi chiederanno di scegliere il colore preferito, non ho dubbi, il mio colore è il giallo, il giallo del sole che dona il sorriso ai bimbi nudi, e veste a festa le fanciulle povere.
Gli occhi di Nina rapirono anche l’azzurro del cielo e lo nascosero nel fondo dell’anima. Chi avesse voluto avrebbe scoperto nel suo sguardo una curiosità inquieta che la portava a dilatare e a restringere la pupilla senza muovere la testa per poter cogliere i più impercettibili mutamenti nel volto di chi le stava vicino.
Appena cominciò a camminare, fece del maestoso gelso che si ergeva di fronte al casolare la sua dimora preferita. Saliva e scendeva da esso con assoluta sicurezza. Quel vecchio solitario stava ormai invecchiando, e si sa che con l’età si diviene più teneri, perciò cominciava a piegarsi consentendo alla piccola di potersi facilmente arrampicare.
Nina si vedeva al centro del mondo e di lì non si spostò mai, neanche quando giunse il tempo dell’amore. Una parola questa che aveva appreso priva del contenuto: l’amore per Nina era un guscio d’ostrica vuoto. Sulla pelle le rimasero le impronte del sole caldo ma nel cuore aveva il freddo di carezze mancate.
Si rivelò irrequieta prima ancora che cominciasse a camminare.
“Mia madre un giorno, quando ero ormai grande, dietro le mie insistenze perché mi raccontasse la mia infanzia, un po’ restia, disse che da piccola ero un’ indemoniata .”
Nina aveva non ancora tre mesi che scomparve dal letto su cui era stata adagiata. Fu trovata sotto. Com’era arrivata lì? Quella bambina aveva qualcosa che non andava.” Forse ha lo spirito in corpo!” aveva affermato la madre davanti agli altri membri familiari accorsi alle sue urla di disperata, più per l’anima sua che per la vita della figlia.
C’era qualcosa nel fare di quella donnina, massiccia nel corpo ma delicata e gentile nel viso, di non pulito, peccaminoso.
“Adotto gli aggettivi che lei usava per qualificare i miei comportamenti. “
Si prodigava, si affannava, in modi molto barocchi, intorno alla creatura da lei partorita, eppure tradiva un rifiuto umorale nei suoi confronti. Nina questa verità l’aveva assorbito da subito. Non già attraverso il latte materno perché fu allattata da una donna di cui non conoscerà mai l’identità, ma dall’aria che respirava quando era acconto alla madre. Non ne apprezzava l’odore, si sentiva quasi respinta da esso. Naturalmente per questo suo sentire così poco filiale, pagava un prezzo alto. Ben presto sviluppò un senso di colpa che crebbe con l’età. Più Nina andava avanti negli anni più la sua colpa si ingigantiva e prendeva forme diverse. Dapprima era una caverna con tante uscite, poi divenne un tunnel con tante entrate e nessuna uscita. Quando cominciò a guardarsi e a riconoscersi come sé rispetto agli altri e alle cose, Nina cominciò anche a provare una gran pena per la sua povera persona. Si commuoveva e piangeva sinceramente per quanto fosse disgraziata. Era brutta. Così le avevano fatto credere gli altri, che più volte avevano commentato davanti a lei la sua poca avvenenza.

Continuò a guardarsi con gli occhi degli altri per tutta la vita. Eppure da dentro Nina si vedeva bella. E tutto il mondo le sembrava meraviglioso, in armonia con la bellezza della sua anima, confusa e disperata, che cercava di fermare inutilmente quell’immagine di sé per darla agli altri perché si convincessero che lei non si sbagliava.
Ma non le riuscì mai..
Qualche ragione invero gli altri ce l’hanno. Su un viso irregolare si aprono due occhietti di una forma molto banale, benché vivacissimi, e un’orribile bocca, che, per distrazione dello scultore, pare scolpita al contrario. Il corpo in compenso è armonioso, ma di questo non sembra accorgersene nessuno.
Tante erano le cose che la piccola Nina avrebbe voluto conoscere ma non c’erano orecchie disposte ad ascoltare le sue richieste.
Gli altri erano impegnati in altre faccende. Alcune chiare. Altre no.
Non c’era niente di misterioso nel perché si mieteva il grano o perché si infornava il pane. Se si voleva mangiare occorreva fare quelle operazioni.
Al perché il padre picchiasse con tanta violenza la madre da sconvolgerle la mente, Nina non trovò risposta.
Aveva quattro anni quando fu protagonista di uno spettacolo che non poteva non segnarla.
“A quale livello e con quali danni non l’ho chiarito ancora oggi”
Rientrando in casa, verso l’ora di pranzo, la povera piccola, commovente nella sua innocente fiducia negli adulti, trovò il padre che tentava di scaraventare la madre giù da una finestra, della quale non valutava bene, però, le dimensioni, tanto era accecato dalla follia omicida, perché da quella apertura la moglie non sarebbe mai potuta uscire neanche se avesse chiamato rinforzi per spingerla.
Nella grande vecchia casa, sempre tanto buia (“E’ così che la ricordo ancora oggi!”) accadevano dei misteri. Un po’ come i misteri della fede.
La gente andava, veniva, faceva cose, ma la piccola Nina, col viso sempre all’insù per rubare le verità dei grandi, ogni volta non capiva il senso di quel che vedeva o ascoltava. Non riusciva a ricucire i pezzi di parole che raccoglieva. Le donne soprattutto, nei loro vestiti di corvi neri, avevano comportamenti strani Parevano cospirare ai danni dei bambini e anche degli uomini. Nina le sorprendeva in discorsi sinistri, che avrebbero colpito di lì a poco qualcuno della famiglia. Tradivano nel portamento una violenza caina, che solo la sensibilità innocente di una bimbetta curiosa della vita poteva cogliere, rimanendone impressionata in maniera incancellabile.
Eppure il papà era buono, o almeno così la piccola voleva che fosse. Ed era anche bello e elegante. Lavorava raramente, solo qualche volta lo si vedeva nei campi. Il resto del suo tempo lo trascorreva a caccia. Tanto che Nina era convinta che il lavoro vero del padre fosse la caccia. Egli usciva molto presto e tornava tardi la sera. Spesso non rincasava nemmeno. E poi nella bella stagione ospitava a pranzo i suoi amici di caccia che erano i notabili del paese. Tutta gente aristocratica, che arrivava in comitive, di mogli e figli.
Nina rimaneva sempre molto colpita dai gesti e dal portamento irreprensibili delle signorine Era, Cleo e Ines. Erano dei modelli da imitare. Assolutamente.
Si muovevano con tanta grazia nei loro abiti d’organze leggeri a fiori. Sembravano degli angeli.
E poi c’era Filippo.
Un vero principe, con la sua aria di profondo conoscitore della vita, nonostante la giovanissima età.
Era poco più di un dodicenne.
I genitori con i figli avevano modi gentili. Si rivolgevano loro ogni volta atteggiando il viso ad un sorriso che sembrava confermare l’ordine dell’universo.
Nina non sapeva proprio darsi ragione del perché a lei non fosse concesso quel che gli altri ottenevano senza alcuno sforzo per meritarselo.
Qualunque cosa lei doveva conquistarsela a prezzo di sofferenza e di dolore. Neanche le parole le erano date gratuitamente. Al di là di mamma e papà, ogni altra parola che entrasse nel suo povero vocabolario era il frutto di una ricerca che grondava sudore.
Solo nel tempo Nina comprese quanto lo stato d’incultura in cui versava la sua famiglia le potesse essere d’ostacolo nonostante la sua forte e prorompente volontà di affermarsi nella società.
A volte quella forza nascente dal profondo del suo essere era incontenibile e veniva accompagnata da una rabbia, che spesso si traduceva in comportamenti pericolosi per la sua integrità fisica e la sua stabilità emotiva.
Talvolta era assalita dall’impeto di imporre agli altri la sua persona e allora diventava impavida; il suo bisogno di gridare agli altri la verità del suo esistere le conferiva un aspetto temibile. Nella sua ostinazione esistenziale esprimeva una minacciosa volontà di potenza sugli altri, quasi fossero questi a darle il soffio vitale.
La fragilità della sua anima rimaneva nascosta. Affiorava non appena i sui gesti teatrali, rappresentativi del dramma della sua vita si trasformavano in atti incerti, esitanti. Era allora che il nemico che si portava dentro occupava la scena.
Sua madre aveva ragione quando bisbigliava alle orecchie di chi l’ascoltava il sospetto che sua figlia fosse posseduta dal diavolo. Nina si comportava come se una forza malefica agisse dentro di lei.
Eppure ella si rivolgeva agli altri con uno slancio sincero e appassionato, la sua invadenza non era che una richiesta di aiuto; chiedeva che qualcuno la seguisse nei cunicoli stretti della sua anima e l’aiutasse a scoprire ciò che da sola non riusciva a capire. Provocava gli altri perché raccontassero le loro storie più segrete, non per pettegola curiosità, ma perché sperava che gli altri attraverso i loro racconti le fornissero la chiave di accesso alla sua intimità. Il suo era un allungare la mano a qualcuno affinché questo qualcuno l’accompagnasse lungo i sentieri bui della sua anima, perché temeva di non riuscire a reggere quel che avrebbe potuto scoprire. Per Nina l’altro era il suo inferno e tuttavia lo cercava con tutte le sue forze.
Molto presto sperimentò su di sè le percosse del padre che gliele dava come una razione quotidiana di cibo sano. Quando la pelle le si fece dura per il troppo patire, Nina si convinse che suo padre era da perdonare se si comportava come un bruto con lei, perché la picchiava non per cattiveria ma perché quello era l’unico modo che conosceva per “educarla” .C’erano anche i momenti in cui egli sapeva essere tenero.
Ecco, adesso, nella mente si affaccia un ricordo vividissimo, di quando, tenendomi sulle ginocchia accanto al camino nella cucina, illuminata solo dal fuoco ardente che ci riscaldava dal freddo dell’inverno, mio padre, mi ripeteva una filastrocca, della tradizione contadina, di cui non riesco però a ricordare le parole.
Nina sentiva del padre un odore che una sola volta le sembrò di risentire, molti e molti anni dopo, quando incontrò l’uomo che scatenò in lei la passione più folle della sua vita.
Sapeva di terra, di alberi, e di muschio, ma anche di capra e pecora insieme.
L’olfatto costituì presto, in Nina, la via segreta attraverso la quale arrivare ad alcune intimità degli altri. Ella tirava su il naso, vezzo che le conferiva una alterigia, insopportabile, e annusava. Lo faceva in maniera impercettibile ma infallibile. Sapeva capire distintamente se, quando e quanto si era nettata la persona che le stava di fronte fin dentro le mutande.
Non poteva essere diversamente.
Nina era nata in una commistione di lezzi, olezzi effluvi di fragranze umane e fragranze animali, così forti, tanto da svilupparle l’olfatto quasi che fosse priva degli altri sensi.
Nella sua casa, le porte non avevano funzione propria. Dividevano e non dividevano. La cucina comunicava direttamente con la stalla, attraverso una porta che rimaneva sempre aperta. Con grande godimento delle galline e ancor più dei topi, che, tantissimi, viaggiavano per la casa arrivando in ogni dove, nel grano, nella farina, sul formaggio, lasciato a stagionare, tra il pane. Persino nell’olio o nel vino. Dove rimanevano morti. Della loro presenza ci si accorgeva solo quando si era arrivati al fondo degli otri o delle damigiane. Dopo che tutti in casa avevano consumato olio o bevuto vino.
Quando faceva la macabra scoperta, la madre, naturalmente, nascondeva ogni cosa agli altri. Sola una volta, Nina fu presente al rinvenimento dei cadaveri. Era già una ragazzetta ormai. In quell’occasione vomitò tutto quello che poteva vomitare. Se avesse potuto si sarebbe liberata anche dell’intestino. E ne avrebbe chiesto subito uno nuovo.
Avrebbe cambiato anche sua madre che aveva nascosto più volte la cosa immonda.
Ma quella era una madre bugiarda.
Sì, certo, lo so che cosa state pensando! La madre è da apprezzare perché in fondo teneva nascosto agli altri ciò che era rivoltante a lei stessa.
Ma il punto non è questo e voi lo capite benissimo!
Ai lezzi dei topi morti, delle mucche, delle pecore, delle capre, spesso si aggiungeva il puzzo acre dei cani quando rientravano in casa, dopo essersi bagnati sotto la pioggia.

 

 

 

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