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Rossini racconto di ERMETE Savonera

ROSSINI

-Chi sei ?- avevo chiesto, ma lui, quella prima volta, non aveva risposto. Chissà se aveva capito; eppure gli strumenti dicevano che era emerso dalle nebbie e ci sentiva.
Avevo digitato la domanda e lui aveva risposto qualcosa, anche se quel qualcosa si era disintegrato sullo schermo prima di prendere forma.
“Chi sei?” la domanda di Bob arriva amplificata dal circuito, ma come se fosse l’esile forma di un’immagine riflessa. Non s’affaccia nulla, neppure un volto sfumato; tace il sistema sonoro, anche le emozioni, se pur ci sono, paiono appena i pallidi riflessi della nostra attesa: una tenue compassione per una solitudine, una commozione, smorzata dall’abitudine, per un cuore rintanato nella suo rifugio che teme la nostra voce; un richiamo mascherato da Bob come un’offerta d’aiuto. La via è chiusa. Bob è stanco. Io, il coagulo, vorrei insistere, ma poi cedo e interrompo il contatto: ”Andiamo” dico a Anna Maria “Andiamo all’Ulisse a farci una birra” e esco con lei nel pomeriggio appena iniziato.
Il tempo è grigio e umido, ma che importa se lì dentro non si combinava nulla? Lei annuisce rabbrividendo per l’umidità e l’Ulisse, caldo, illuminato, è la nostra salvezza.
Ritorniamo, riprendiamo a interrogarlo e lui, dopo due ore, risponde.

“La mia stanza e’ disadorna e spoglia, ma, il salone di sotto contiene un pianoforte eccelso. Lo circondano cinquanta piccole sedie tappezzate di velluto rosso. Qui, ogni sette giorni, tengo i miei concerti per un pubblico attento e sincero, che mi adora. Ogni volta incontenibili applausi coprono le ultime note.
M’accompagna un violinista cieco, che afferma d’avermi conosciuto e di aver suonato con me. In realtà le sue capacità sono modeste, la sua fantasia scarsa, il suo volto rugoso. Spesso l’ansia che mostra di compiacermi mi mette a disagio. Per questo, anche se non ricordo, fingo di averlo riconosciuto e ogni volta salto sul palco per festeggiarlo, abbracciarlo e, affettuosamente, baciarlo..“Glielo avevamo detto che lo avremmo tirato fuori.” Dico quando lui tace.-Fuori?- risponde – Fuori dall’albergo? Nella confusione del mondo?- E la resistenza la sentimmo tutti. Quasi tutti volevano uscire e si attaccavano come ragni a quel filo che buttavamo. Eravamo noi a doverli calmare, anche se spesso non ci sentivano e salivano con furia finché il filo non si rompeva per sempre. Ma qualche eccezione c’era e lui era una di queste.

“Vivere è faticoso” Dice Bob “Si continua a vivere, giorno dopo giorno, e forse non si capisce neppure quanto sia faticoso. Lo sa il nostro sangue e per questo talvolta dice di no” … Questo sembra terrorizzato; vuol essere lasciato laggiù Bisogna rassicurarlo che parleremo soltanto” Ma intanto aveva parlato e non avrebbe più smesso.

Del resto, dopo una vita di incessanti prove e passioni, solo la semplicità mi s’addice. Ho toccato il cielo e regnato, ma spesso ha regnato Lei, la cupa disperazione che mi spinse a sospirare la morte; ora, in questo albergo, in cui mi sono rifugiato, sono felice Al di delle mura che circondano il parco ho abbandonando l’ansia e l’usura del tempo.
Non mi si addice la lotta; spesso persi con un sorriso e con lo stesso accettai il trionfo. Ricordo le folle che mi applaudono, ricordo il severo Guglielmo. Da trent’anni non odo la sua voce cantare come solo lui sapeva. Cantava la patria, la famiglia e l’amore: il “suo amore”! Quello sereno e profondo che non si smarrisce nei dubbi. Un amore coniugale, semplice forte e felice che mai parteciperà ai sacri misteri della divinità. Adorino quei panteisti romantici che mi spodestarono l’amore dei Titani e degli Dei! Coltivino il vertiginoso dubbio e la mistica unione con l’universo e con Dio! A me riservo gioie più semplici e profonde.  Ho un solo grande rimpianto: il mio Guglielmo non canta; questa è la  pena. Che nascondo nel cuore.
Talvolta, in sogno, lo ricevo da solo, talvolta  col figlio Jemmy e la moglie Edvige. Ultimamente vengono anche gli altri. Prima Arnold e Matilde, poi, in silenzi entra Gessler. In realtà vengono tutti ma per quel loro grande pudore si fermano ai bordi del parco e, solo quando li chiamo, salgono fino a me.
 Io li vorrei sempre, ma come posso nella mia piccola stanza? Così converso con loro e mi scuso.
- Tu qui in questa seggiola di pino, forte come la tua terra! -dico a Guglielmo
- Tu qui vicino a tuo padre! – Dico a Jemmy
-.E tu qui – dico a Gessler
Mi affanno, ma loro mi rassicurano e sorridono delle mie ansie; poi cantano per me. Succede ormai ogni notte.
Io li godo, li applaudo, li invito a sedere, a riposare, a parlare con me, ma solo Guglielmo, parla e mi conforta.
Talvolta scherzano e, nel bel mezzo di un’aria, sbagliano una nota. I loro volti tradiscono l’ingenuità dello scherzo, ma mi sorvegliano e, quando salgo sul palco e fingo di adirarmi, mi burlano e scoppiano a ridere. Una notte finsi di non aver notato. Essi dapprima non si scomposero, ma presto fu come se il mondo annaspando cedesse; s’accavallarono le note, si perse il sincronismo e, infine, quel potente motore s’imballò e si spense.
Rimasero lì imbambolati a fissarmi; le rughe sul volto di Guglielmo s’ingigantirono, mi parve (lo scorsi con la coda dell’occhio) che l’esile Matilde si piegasse come un giunco avvizzito; Arnoldo, chino e piangente, mostrava una precoce calvizie.
Scoppiai a ridere e vidi i loro volti illuminarsi; le rughe si distesero, i volti ringiovanirono, la luce tornò. Non dico altro: fu un’esplosione di gioia e di felicità e, quando ci lasciammo al mattino, commosso fino alle lacrime, compresi quanto mi amavano e quanto li amavo.

Del resto non eravamo in grado e neppure ci interessava di riportarlo. La nostra era un’attività illegale, su cui le autorità chiudevano gli occhi. In definitiva stimolavamo solo ricordi e riattivavamo canali per registrarli: abusivi e pirati dunque ma nulla di più.
Non era quindi il loro corpo che ci interessava, ma il loro cuore: penetrare lungo le radici giù in profondità, appena prima della bestia collettiva; tirare fuori le memorie sepolte, cercando programmi ormai disattivati e, forse, corrotti dalle devastazioni della vecchiaia e del tempo; riaccendere nervi atrofizzati, scendere verso l’elica, e attraverso quelle caverne, costruire una strada da dove le emozioni potessero riaccendersi, emergere e imprimersi nei nastri. Emozioni che non esistono più se non depositate in quelle cellule; in quei microcosmi che sono universi. Piantare gli aghi in quelle carni dormienti e risuscitare con le loro vibrazioni le corde degli antichi violini: io ero il coagulo.
Io ero il coagulo, Bob era la punta.

La punta ha il compito di penetrare sempre più giù verso nell’inferno: è l’avanguardia, è il chirurgo che taglia e apre la strada. Il coagulo è quello che riunisce, sta all’erta e interviene. Punte e coaguli si nasce.
I bioestensori corrono lungo il corpo vecchio e decrepito. Bitorzoli, cancri guariti, pelle diafana e nodosa come i vecchi alberi malati del parco. Così entra la mia presenza; come un leggero tepore. Gli altri la sentono, conoscono la mia stabilità e procedono perchè quel tepore dice che sto vigilando. Sanno che, se all’improvviso l’incendio scoppia, io divento una barriera di ghiaccio dietro alla quale la punta può sganciarsi e scappare. Non tocca a me tirarlo fuori, ma debbo resistere e permettere che altri lo afferrino: tutti i coaguli sono così. Una malattia, è stato detto; un’anomalia che simula un gioco d’amore.
Del resto sono così anche fuori nel cerchio e nella vita. Tutti sentono i miei feromoni; le mie parole e la mia sollecitudine: segnali d’amicizia che vengono avvertiti come un legame e attirano i membri del gruppo. Ma se qualcuno s’avvicina troppo e attacca la mia riservatezza, allora dentro succede qualcosa e mi chiudo. Emetto anticorpi: forse sono come un sistema di molle che attira e respinge, come una promessa eternamente proposta, mai rinnegata e mai mantenuta; una strana lontana solitudine; il Poker del gruppo, ma anche il poker è battuto dalla scala reale, il vecchio ha ripreso a parlare.

La mia stanza contiene un armadio, una sedia e un piccolo specchio. La finestra s’affaccia sul parco. Un muro di pietra delimita il parco e nasconde il mondo di fuori. Non è un mistero: la cinta è incantata. Anticamente un dio benigno la rivestì di una colla repellente e tenace. Inutilmente, da fuori, l’ansia e l’invidia ci assediano; l’Albergo è unico: le respinge e ci protegge come il grembo di una madre.
Talvolta m’affaccio alla finestra e guardo le lontane alpi della Svizzera. Come se m’avessero atteso da sempre, loro fanno udire i canti guerrieri di Unterwald, di Schitz, di Uri e, più alto di tutti, quello di Tell. Un giorno accadde l’incredibile: scesero dai loro monti cantando e vennero da me; neppure la cinta incantata li fermò; la scalarono e mi raggiunsero nella sala dei concerti.
Io ero eccitato e sconvolto, perchè temevo le reazioni del personale che, nonostante le apparenze, è rozzo e odia le intrusioni.
Per questo sono corso verso di loro per avvertirli e fermarli. Ma avrei potuto io, esile diga, oppormi a quei poderosi guerrieri? Così loro mi presero, mi issarono sulle spalle e mi portarono in trionfo fino alla sala. Li giunti, mi deposero a terra e, schierati sul palco, cantarono il GIURAMENTO.

Quell’evento memorabile, richiamò su di me l’attenzione degli altri ospiti che mi fermarono e m’interrogarono. La mia reazione fu problematica e non nascosi le mie perplessità. Come ho già detto, ho seppellito nella memoria sia le forti passioni che la mia celebrità e ho raggiunto una pace agognata da decenni. A che raccontare? A che risvegliare antichi fantasmi? Quante volte dovrò ripeterlo che mi si addicono solo la serena meditazione e la pudica intimità con me stesso!
Così ho risposto con mezze parole, ho smorzato, ho mostrato gli splendenti gerani del parco e le mele dell’orto. Loro, gli ospiti, dimenticano presto, ma non dimentica certo il personale che, da quel giorno mi guarda con sospetto e mi sorveglia.
Anche se non ho pronunciato il mio nome, so che m’avete riconosciuto: sono Gioachino Rossini. In Italia fu re del teatro: come Lully, come il grande Piccinni, venni a Parigi, vinsi col Tell e tacqui per sempre. La vera storia di quel lungo silenzio è innarrata; altri congetturarono, altri insinuarono, offendendomi con l’insinuazione astuta e l’inutile congettura. Ma non è forse un abuso l’indagine di ogni uomo sul cuore di ogni altro uomo? Il destino volle che anch’io anticamente ne fossi l’oggetto e serenamente confesso che ne fui lusingato e l’incoraggiai. Ma a che ricordare?
In seguito conobbi Verdi, Wagner, Mascagni, diressi TRISTANO e FALSTAF. Diressi CAVALLERIA. Di quell’opera ricordo, con fastidio, la passione e la nudità del vizio. Eppure CAVALLERIA canta nel mondo ogni giorno mentre il mio Guglielmo, dimenticato, tace. Ci fu un tempo in cui ne soffrii e ancor oggi non me ne do ragione. Ma che importa se siamo felici e lui canta per me? 

È arrivato Sam con notizie su Rossini. Noi eravamo all’ULISSE e lui è arrivato con Alexandra, presentandola con orgoglio come colei che avrebbe risolto il nostro problema. Lei non sembrava altrettanto entusiasta. In ogni caso è un’esperta di musica antica e sono io a informarla del nostro problema. “Non ci capiamo nulla” le dico. Chi è Rossini? E’ davvero Rossini? E cosa ascolta quando non parla e trasmette sensazioni così eccitate?” Ora è lei a non capire me, anche se tutti si affannano a spiegarle. “Cosa pretendi. Non sa nulla del nostro lavoro e tu parli come se avesse sempre lavorato con noi” Così chiedo il silenzio e ricomincio da capo mentre lei ascolta con un attenzione. E’ bella e giovane; un sorriso appena piegato le modula il volto. Quando sorride, gli occhi lampeggiano.
“…Così dobbiamo avere le musiche e fonderle con le emozioni.” Ma con questo non si capisce nulla. Dice di essere Rossini ma dai dati risulta che, due secoli fa, era uno sconosciuto direttore d’orchestra” ,“Così”Aggiunge Annamaria “bisogna far suonare le musiche, registrare le emozioni e collegarle” Lei si ritira in un angolo a leggere le trascrizioni mentre noi chiacchieriamo poi decidiamo di entrare. Lei interrompe e ci osserva. Forse ci disprezza ma mi sembra che non abbia deciso.

Talvolta qualcuno, in guardiola, chiede di Rossini.
Sono venuti Toscanini, Puccini e Luciano Berio. Mi adulano, mi parlano di Figaro, di Bellini, del divino Mozart e del Tell (del “divino Tell” dicono loro ). Io gioco con loro, ma non parlo del Tell: sono loro a parlarne e a scusarsi: tutti si scusano e parlano della difficoltà delle parti, del tenore, del “Cast”.
Io dico:
- Il Tell è vecchio; fu un grande pasticcio.
Loro protestano:
- Il Tell è grande-, – Il Tell è eterno
Insistono e citano brani. Poi citano Mozart, citano Verdi e tacciono imbarazzati dal mio sorridente silenzio.
Loro sono a disagio, non io! Non mi sbilancio e li congedo con gentilezza.
Eppure talvolta quelle parole lasciano il segno. Quasi mi lascio afferrare dai ricordi e mi confondo. Talvolta mi specchio, talvolta furtivo corro in cucina e rubo una mela, talvolta mi alzo e nel silenzio notturno corro al pianoforte e suono. Ma difficilmente mi lasciano in pace. Come ho già detto il personale è rozzo e mi minaccia per cui, quando succede, me ne vado sdegnato e mi chiudo nella mia stanza.
Così passano gli anni.
Alexandra ha capito tutto e ha portato le musiche e gli spartiti del Tell; gli spartiti sono scritti in una vecchia notazione che solo lei sa leggere e forse sono inutilizzabili, ma ci sono anche i compact che girano sul nostro personal. Li codifichiamo.

TELL, TELL, TELL

ha cantato tre volte di seguito e, anche se l’ha fatto saltando pezzi e in disordine, Alexandra ha ricostruito tutto con maestria e ora abbiamo la registrazione completa dei sentimenti e della musica. La musica di per sè oggi non emoziona nessuno ma il nastro sì! E i sentimenti trasmessi dal vecchio sono forti. Truco e Giona che hanno ricostruito tutto con Alexandra sono allegri e dicono che faremo un sacco di soldi. Intanto il vecchio continua coi suoi ricordi, parla e fa risuonare le opere. Quando tace, uno di noi rimane in ascolto e gli altri si allontanano, ma mai oltre l’Ulisse. Si bevono molte birre, Marianne s’è messa con Truco e stanno molto insieme, io e Alexandra ci guardiamo, parliamo dei compositori di quei tempi, beviamo qualche birra, andiamo all’Ulisse a sederci appollaiati al bancone. E’ una Pub vecchio tipo più che un bar e arriva un sacco di gente.

Cenerentola,
Otello,
Barbiere

Alexandra ha dovuto faticare parecchio per individuare i nastri e gli spartiti. E’ andata avanti e indietro dalla biblioteca, ma ha risolto tutto anche perché ora il vecchio parla, collabora, ci ringrazia.

All’inizio non ci credevo” dice “ma non poteva essere un errore. Per anni avevo cantato solo Guglielmo, ma ora sono qui e mi coccolano.
E io?
Io ancora non credevo. Confusamente capivo che la pace e il tempo avevano sanato l’antica ferita del TELL. Confusamente capivo che loro avevano compreso il mio dramma e silenziosamente m’avevano amato, ma, ora che la ferita era sanata,.arrivavano tutti ed esigevano che li amassi. E come avrei potuto non farlo?
Assurdamente progettai un calendario, assurdamente volevo che nessuno fosse dimenticato e soffrisse.. Stupide follie di un vecchio, incapace di sentire l’enorme grandezza del loro amore! Essi si burlavano dei miei calendari e si presentavano ogni notte inattesi.
Così, imprevedibilmente, si succedono:
“Barbiere”
“Cenerentola”
“Otello”
Tancredi”: quel giorno m’addormentai sotto un platano del parco e rappresentarono il Tancredi, la notte fu la volta del Mosè
” L’italiana “
“La donna del lago “. (Leopardi e Stendhal sedevano accanto a me e non finivano di lodarmi e  applaudire.)
” RIGOLETTO” ! Incredibile! Si sono camuffati e hanno cantato Rigoletto. Quanto era ridicolo Guglielmo travestito da Duca! Il loro amore s’è fatto più intenso e mi offrono tutta la musica.
” Semiramide .”
” La gazza ladra “,
” La Vestale”:
BERLIOZ !:”I Troiani “. Risi fra me quella notte e risi con Berlioz mentre lui esaltava il Tell.
TOSCANINI:- Le addebitammo La colpa di non essere Mozart, di non essere Verdi. Stupidamente non accettammo che lei non poteva che essere Rossini. E che Rossini!”.-
Ho perdonato!

Lavoriamo tutti come matti perché il vecchio risponde. Poi confrontiamo la musica con le emozioni per fonderle e, come sempre, troviamo buchi. Chissà cosa pensa il vecchio quando si distrae. Per tappare i buchi facciamo passare più volte le opere ma le emozioni più forti sono col Tell. Alexandra mi informa sulla vita di Rossini “Crede davvero di essere Rossini” Mi dice “Ma il Tell era così bello?” Chiedo “No,” risponde lei “però per lui… E non è questo che importa? La musica può essere pessima ma quel che conta sono le emozioni di chi l’ascolta. Non è così? ”.” Alexandra è ormai integrata e si appassiona come noi.

Ormai la notte si confonde col giorno. Le orchestre, i cantanti premono contro il mondo dell’albergo e questo lentamente cede. Mi scontro continuamente col personale per banalità che mi umiliano ( L’ora dei pasti, il cibo,  le visite) Ma per fortuna non ne risento, anche perchè questi incidenti sono minimi e non turbano la mia intensa vita d’artista.
“Otello ” ( quello di Verdi. ),
” Otello ” ( Il mio )
Non faccio confronti. Del resto, come sospettavo da tempo, il mondo dell’Albergo ha ceduto. Ho rinunciato ai pasti e appena ricordo i miei concerti del sabato, i fiori del parco, le albe e i tramonti.
Non rimpiango nulla, il teatro totale mi ricompensa e mi esaurisce. Ora sogno in eterno. Talvolta mi sveglio, ma subito torno a sognare: appena m’accorgo che due bianchi fantasmi mi fissano. Hanno costruito un bizzarro castello con una bottiglia rovesciata che gocciola in un tubo e s’infila nel mio braccio. Facciano cosa vogliono! Nulla ormai mi può turbare. Io torno al mio teatro.
” Requiem.” ( quello di Verdi per Alessandro Manzoni!).

 Il Requiem lo ha sconvolto. Ce ne siamo accorti tutti perchè il suo cuore ha cominciato a correre.. Eccitato! Troppo eccitato! Fissiamo paralizzati gli strumenti e temiamo per lui. “In partenza il Requiem doveva essere per lui” C’informa Alexandra “Doveva essere un’opera corale dei compositori italiani. Poi…”, “Lui chi? Rossini o il vecchio?” Chiede Anna Maria, “Rossini” ride Alexandra. Alexandra ha dovuto lavorare più di tutti, ma siamo tutti esausti perché il vecchio pare inesauribile “Era un direttore d’orchestra” Ha ripetuto più volte Alexandra “Giravano per i teatri e dirigevano le orchestre. Questo sembra rivivere tutte le musiche che ha diretto”, “E’ una miniera” Ha commentato Tina che ha visto il lavoro finito. Io e Alexandra continuiamo a passare molte ore all’Ulisse.
“Questo ci muore” dice Tina sottovoce a me, che finalmente mi scuoto e tiro fuori la siringa. “Gli facciamo una dose e subito dopo un’altra”. Bob è assente. Gli altri guardano con ansia il dormiente. La Regina guarda Alexandra, Tom guarda dalla finestra il pomeriggio che sta declinando. Le luci della città si accendono e con le luci inizia l’invasione.
- Si riprende? – Chiede Tina.
Le linee sono sempre irregolari, ma meno di prima e ora anche Bob guarda fuori, mentre la Regina gli dice qualcosa e guardano Alexandra. Lei è a disagio e si agita fra le luci della città e il video dell’encefalo. Poi quando il cuore del maestro si calma, si calmano tutti e andiamo all’Ulisse. Li ci sediamo intorno a un tavolo, apatici per la stanchezza, a parlare della città, delle donne mentre il cielo diventa scuro.
Ma era nell’aria! Il maestro aveva rischiato di rimanerci per quel Requiem e il Requiem lo aveva voluto Alexandra, nonostante la regina avesse detto che no, che era pericoloso come una vespa. Regina e Alexandra. Tutte due nel gruppo da poco. La Regina, una vera esperta, un coagulo che veniva da un’altro gruppo e Alexandra, sensuale e infelice: umana, troppo umana! Alexandra cercava un uomo, mentre la Regina era un coagulo: ma per avere un uomo bisogna toccarlo e essere toccati con le mani e col cuore. Mani aliene sul proprio corpo. Impossibile per un coagulo: forse per questo non poteva che detestare Alexandra per quel suo corpo aperto al mondo che lei non poteva avere.
Così Alexandra se ne andò sbattendo la porta.
Così ci lasciammo e il mio infelice silenzio fu una carognata verso Alexandra.

Ho composto la mia ” Piccola Messa Solenne”. Da troppo tempo me la chiedevano; ho voluto farli felici. È una piccola cosa, appena uno scherzo, eppure mi hanno coperto di baci e mi hanno premiato.
” Boris “. Un grande capolavoro. Vorrei averlo composto io .
Mi sono accorto che i cantanti sono tristi. Lo noto da qualche tempo: una strana trascuratezza sul palcoscenico, un’ indolenza nei giochi di luce, costumi raffazzonati, trucco approssimativo. È necessario che ne parli, ma non ne ho il coraggio.
” Guglielmo Tell.”
È tornato il Tell questa notte, ma hanno cantato male. Troppa tristezza! Il Tell è solare. Ho dovuto lamentarmi; l’ho fatto con molto tatto, ma ho dovuto farlo non tanto per me, quanto per loro.
Si sono scusati, m’hanno dato ragione, m’hanno coperto di attenzioni e ho capito che vogliono parlare. E infatti parlano, ricordano, mi sorridono e mi guardano ma non ne sono sorpreso perché da qualche sera la loro sorveglianza, dapprima leggera e furtiva, s’è fatta ansiosa e tenace.

“Messa dei morti ” ( È il mio Requiem. Anche se l’ho chiamato Piccola messa solenne. Se n’è accorto qualcuno? )
” Don Giovanni “,
” Ory “.

Tutto è tornato perfetto ; da tre notti sono allegri e cantano, ma la sorveglianza non è cambiata: devo ammettere che m’infastidisce e mi mette a disagio. Colgo l’ansia nei loro sguardi e nei loro ritmi; persino, nelle voci .

” Requiem ” ( di Cherubini ).

L’ho ascoltato con attenzione e con stupore. Cherubini non mi amava. Neppure Berlioz mi amava ma esaltò il mio Tell e lo difese: grande artista e cuore generoso. Ma perchè Cherubini? Eppure quella musica mi ha preso: sommessa, austera, enigmatica, scritta dopo Rossini, dopo Bellini, in pieno romanticismo. Un grande sentimento; e quanto pudore! Poi ho capito. Ho cercato uno specchio, ma non l’ho trovato. Mi sono svegliato e sono sceso nel parco.

La grande notte copre l’universo, la luna piena osserva e illumina l’Albergo. Da tempo non uscivo all’aperto: mille sensazioni, mille ricordi mi assalgono e mi confondono. Una struggente nostalgia mi ha stregato. L’aria s’è fatta pungente e penetra nelle ossa: ricordo un martirio di sei anni dopo i sei mesi del Tell.
Nevica. Torno verso l’albergo e mentre mi avvicino odo nella mia camera il canto di Arnoldo. La porta si è chiusa e giro attorno al padiglione per raggiungere il salone. Dai vetri vedo un uomo chino sul piano; una luce soffusa illumina i capelli d’argento. Ascolto in silenzio :
” La Patetica “
Chi sarà quell’uomo? Un ospite? Uno di fuori?
Non posso vederlo perchè mi volge le spalle, Vorrei entrare e presentarmi ma anche questa porta è chiusa!
Picchietto contro i vetri ma invano; lui non si volta forse perché è troppo preso, forse perchè il suono del pianoforte copre i miei timidi colpi. Ora batto più forte e chiedo aiuto. Ho freddo ! Un enorme freddo. Il pianista si gira

È BEETHOVEN !.

Ora che l’ho riconosciuto voglio entrare, parlargli e baciargli le mani! Agito le braccia nel buio e picchio contro la vetrata, ma è tutto inutile: ora mi sono ricordato che è sordo e così gelato, rassegnato, mi sono accucciato contro la porta.

” Chiaro di luna “.

Il pianoforte canta e mi consola . Dimentico il gelo che mi morde le ossa e mi rassereno. Raggomitolato a terra e cullato dalla melodia, sono felice. Mi accorgo solo ora che i miei figli sono scesi, hanno parlato al pianista e mi hanno indicato. Tutti mi guardano con amore, Matilde piange
Diventa buio.
Stanno scomparendo…

Il maestro era morto. Sullo schermo diagnostico tutte le funzioni vitali erano linee piatte. Non che avessimo qualche responsabilità e neppure avremmo avuto problemi, ma quell’evento ci aveva gelato. Poi pensai che il maestro era morto da tempo, non solo da quando avevamo potuto portarcelo via con una firma, ma da quando era approdato alla Casa; un relitto fra altri relitti, un fastidio, un respirante, appena un vegetale.
Perciò non fu un dramma. Non la sua morte e neppure la fine del progetto.
Ora bisognava telefonare alla Casa e riferire che il vecchio era morto; loro ne avrebbero preso atto e lo avrebbero ritirato come si fa con un pacco; e col pacco avrebbero riscosso l’obolo. Era comunque una di quelle azioni spiacevoli che toccavano a me e non tentai di scaricarla. Chiamai la Casa e feci il mio dovere, poi uscii a camminare.
Neppure mi sentivo colpevole: avevamo raggiunto qualcosa laggiù nella profondità delle sue memorie, quel qualcosa s’era acceso come una fiamma e aveva cantato, anche se di quel canto appena un eco, appena un bagliore era arrivato fino a noi attraverso gli intricati canali dei nervi.
Come si riuscisse a ottenere qualcosa attraverso quei canali ormai fossilizzati era un mistero; eppure qualcosa laggiù risorgeva e risaliva fino al mondo aprendosi una via attraverso intere generazioni di cellule morte. L’emozione per il vecchio c’era stata e come c’era stata! Laggiù s’era scatenato un terremoto e quel terremoto l’aveva ucciso.
O forse sarebbe morto lo stesso; oggi o domani o fra un mese.
Per questo la Casa riscuoteva l’obolo, perchè comunque qualcosa si registrava, anche se non si poteva sapere cosa. Quanto al maestro era difficile fare previsioni. Le bobine c’erano e domani avremmo continuato il lavoro di sincronismo. Solo allora, quel qualcosa sarebbe saltato fuori, e, se anche era poco, ne avremmo comunque fatto un pacchetto che avremmo rifilato a qualcuno. Ma sicuramente non era poco: il mondo cerca brividi, orrori, sentimenti, paradisi e li avrebbe avuti. Il paradiso e l’inferno.
Probabilmente sarebbe tornata Alexandra per aiutarci. Era stata lei portarci quei vecchi compact ed era stata una vera fortuna che Tom avesse una sorella che lavorava alla città della cultura, dove sotto quintali di carta, di vecchi documenti e di vecchi video, aveva rintracciato le registrazioni di quelle musiche dimenticate. Ci aspettavamo una timida topa di archivio, schizzinosa ed era entrata una giovane topa d’archivio non schizzinosa con cui si stava bene. Quel lavoro alla Città non le piaceva e lei era troppo giovane per seppellirsi così. Speravo proprio che Alexandra tornasse ed ero anche certo che se fosse tornata sarebbe rimasta. Ma non era a Alexandra che pensavo.
Pensavo invece a lei e a lui, a Tina e a Bob.
Pensavo a lui che talvolta, quando non lo guardo o mi ha di lato o di dietro e mi volto, lo sorprendo a fissarmi. È un fissare assorto che non odia nè invidia ma pare andare oltre e nello stesso tempo convergere sulla mia testa quasi avesse, quello sguardo, bisogno di un punto focale per non perdersi. Eppure sta guardando me e mi sembra, ma forse è solo una mia ossessione, che un sorriso canzonatorio sia appena accennato sulle sue labbra. Un lampo negli occhi che appena s’accende nell’accorgersi che l’ho sorpreso o che, al contrario, rivela l’inerzia delle sue reazioni.
Reagire è vivere nel mondo e lui non vive da tempo.
Lo sappiamo tutti e lo sa anche lei; lei e il suo interminabile, tenace, interminabile amore per lui. Lei che mi inquieta mentre la penso. Allora mi scuoto e mi guardo attorno, dove tutti e tutto, come sempre, appare come un caleidoscopio di colori e di luci. Gente che cammina e vola leggera. Sembrano angeli felici e luminosi che portano nei volti occhi piantati come cristalli in un anello di gelido oro.
Lui che ora, mentre passeggio, sarà già a casa nel suo cubicolo, disteso sul letto e coperto dai cavi che, come zecche, s’avvinghiano alle sue terminazioni nervose. Ormai l’avrà già acceso e quei cavi avranno iniziato a far scorrere lungo quel corpo magro i paradisi virtuali del programma che lui stesso s’è costruito, che continuamente ritocca e al quale Rossini nulla potrà aggiungere, poichè già ora è perfetto. Forse solo se immerso in quell’aurora d’incendio il suo sesso riesce a rivivere.
Non era uno stupido e non aveva cercato un’armonia; sapeva che la gioia nasce dal dolore, la pace dalla paura, la serenità dall’ansia. Così era il suo programma e, anche se nessuno l’aveva provato, lui stesso lo aveva ammesso, borbottando che il paradiso esige l’inferno.
Lei non parlava di loro due, ma certamente da tempo non poteva esserci nulla di sessuale. Toccare, vedere il corpo di lei deve apparirgli, a paragone delle ebbrezze dei suoi programmi, come la pallida emozione offerta da una tazza di caffè paragonata ai sogni dell’acido lisergico. Un po’ come il vecchio gioco del samurai su un personal dos: tutto il nostro mondo non poteva che essere di un pallido colore grigio appena animato da ombre più scure. Un mondo di morte noiosa da cui fuggiva appena poteva verso i vividi colori del suo programma.
E tuttavia non era tranquillo e doveva sempre tornare alle nostre latitudini grigie; anche se ciò avveniva solo per cercare nuove emozioni da codificare e immettere. Così era stato per Rossini e del resto era un tossico.
Tutto questo non è stato lei a dirmelo, ma il suo corpo; quando è avvinghiato al mio, sento il suo viso affondare nella mia spalla quasi volesse fondersi e scomparire. E vedo la disperazione dei suoi occhi chiusi.
Non è con me in quei momenti. Forse sogna con tenacia che il mio corpo sia quello di lui; ma, anche se lo spirito s’illude in quel sogno, il corpo non si fa ingannare e ogni volta lei deve vivere con dolore quella sua schizofrenia.
Ma ancora più doloroso per me che vivo il mio amore per lei con la disillusione di un occhio clinico e rassegnato; come il lato più piccolo di un triangolo scaleno.

 

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