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La predicazione nel seicento – Un incredibile secolo e gli archeologi letterari – di Giovanna Manganiello

 

Da liceali lo  credevamo un secolo negativo, superficiale, sfavillante tutto orpelli e fuochi d’artificio perché così ci era stato raccontato ma, al contrario, siamo andati  scoprendo che sotto gli arzigogoli, i cotillons, le false meraviglie, i poemi ridicoli, le colonne ritorte, le contaminazioni delle pure linee classiche, si cela un’abbondanza di arrosti, di panzarotti, di torte, baroli, champagne, gelati, torte dense e sontuose. Ci dicevano “è Barocco” in senso dispregiativo, tutto fumo e niente arrosto, tutta apparenza e splendore  e invece  scopriamo che lo splendore c’è davvero e in innumerevoli forme. Il secolo che aveva ‘rovinato, la classicità del rinascimento, degenerata dall’ariosa purezza dell’Ariosto alla morbosità del Tasso, alla ‘ridicola’ eroicomica Secchia Rapita del Tassoni, al manifesto“E’ del poeta il fin la meraviglia” del superficiale poeta Marino e invece quel Barocco, quell’incredibile barocco, amante della deformazioni, delle bizzarrie, delle dissimmetrie si rivela un secolo straordinario d’invenzione, di fantasia e di novità. Un fiume d’invenzione! Un fiume che inventò la prosa scientifica, il teatro sperimentale, il romanzo, l’opera musicale. Un secolo che in musica inizia con capolavori assoluti come l’Orfeo e l’Incoronazione di Poppea di Monteverdi e giunge fino alle vertiginose, agitate composizioni strumentali e religiose di Vivaldi. Eppure anche Vivaldi e Monteverdi, uno dei più grandi geni musicali mai vissuti, grande quanto Verdi e Wagner, quanto dovette attendere per essere riscoperto! E non furono studiosi italiani ma inglesi a pubblicare tutta l’opera di Monteverdi, sempre gli inglesi in una memorabile rappresentazione della Poppea al festival di Glyndebourne, direttore d’orchestra Nikolaus Harnancourt a mostrarne la modernità e la poesia, inglesi e tedeschi a studiare con passione gli spartiti, e a interpretarli ricercando con filologica passione gli strumenti dell’epoca, ad inciderne magistralmente tutte le opere e farle conoscere al mondo e agli italiani.

Ugual sorte per VIVALDI risuscitato dai musicisti tedeschi quando scoprirono che il grande Bach aveva trascritto numerosi suoi concerti.

Sia Monteverdi che Vivaldi dovettero ancora attendere per la loro musica religiosa. Una musica religiosa e, più specificatamente, una religiosità dei compositori barocchi, che non sentita nella sua peculiarità dall’uditorio dell’ottocento e del novecento, è stata solo recentemente riscoperta, nonostante la quantità di messe, cantate e oratori (fra i quali capolavori come il San Giovanni Battista di  Alessandro Stradella le numerose opere di Alessandro Scarlatti).

Non stupisce dunque che anche l’arte della predicazione venga ora riscoperta. “La parola che evoca l’inferno e il cielo, il nulla e il tutto, l’orrore della colpa e la speranza dei salvezza,” dice il risvolto di copertina e in questa poche parole d’evocazione si sentono gli splendori di lacrime e di sangue, le paure che quei grandi predicatori seppero evocare, in cerimonie, ostensioni, cerimoniali magistralmente orchestrati in più giorni come nelle cento prediche dei sermoni devoti di Zaccaria Castiglione.

Molti storceranno il naso di fronte all’arte della predicazione religiosa, ma questi nasi, se ciò accade per diffidenza verso la categoria del religioso  non avrebbero altrettanta ragione di storcersi di fronte a opere come Il cantico dei cantici, la Missa solennis di Beethoven, il Requiem di Verdi? Se si storcono, invece per l’arte oratoria della predicazione, perché non storcersi anche  per le artioratorie di Demostene o di Cicerone?

La predicazione nel seicento a cura di Maria Luisa Doglio e Carlo Delcorno, con saggi di Andrea Battistini, Giorgio Forni, Guido Laurenti, Giovanni Baffetti, Luisella Giachino, uscito presso Il Mulino nel 2009 è un gioiello che questi coraggiosi maghi hanno estratto dalla montagna di pubblicazioni di quel secolo. Una montagna, supponiamo, in gran parte inesplorata, fatta non solo di predicazioni, ma anche di romanzi, poemi canovacci, narrazioni di viaggi  ecc. Una che nasconde chissà quanti altri topazi, diamanti, rubini. Una tavola piena di delizie non solo piatti decorati, ma cibo corposo. Non una festa di paese con messa, osteria e ballo, ma un diluvio di cene, di pranzi, di rappresentazioni e d’incredibili sfavillanti fuochi d’artificio. Non qualche petardo ma razzi, colori, fontane di  luce e di fiori luminosi.

Una buona notizia arrivò Lunedì 7 giugno 2010 quando ci fu la presentazione presso la fondazione Einaudi di un secondo volume dedicato sempre alla predicazione, durante la quale furono in parte letti i saggi presenti nel testo. Una meno buona notizia la diede a voce la professoressa Doglio quando auspicò che si potessero trovare i finanziamenti ei sponsor.

Tutto ciò ci induce a una riflessione.

Non so quanto costi pubblicare e distribuire un libro, ma certo costa molto meno che finanziare uno spettacolo teatrale. Non parlo di tutte le rappresentazioni di un testo ma di una sola rappresentazione. Se è vero che per ogni euro pagato dagli spettatori lo stato, gli sponsor, le fondazioni spendono cinque euro mi chiedo che senso abbiano certe scelte. Mi chiedo quanti soldi costi allo stato l’amante del teatro e quanto l’amante dei libri. Ma naturalmente è una domanda retorica.

 

Sei mesi fa si venne a sapere che il libro è stato finalmente pubblicato sempre presso Il Mulino e, leggendolo, sempre più ci rendiamo conto che forse quest’epoca Barocca che a inventato le colonne contorte, il romanzo l’opera musicale ha anche inventato l’arte della predica e dei rituali di devozione, così come il Greci con Demostene e i romani con Cicerone avevano inventato l’arte oratoria. Nel primo testo i curatori citavano le parole BISSET: “la predicazione è un’arte che non finisce mai di sorprendere”  e questo ci confermava che la forma della predicazione è uno dei più preziosi lasciti del seicento. Un campo da esplorare e ben poco esplorato da una società letteraria laica che ha trasformato questa sua laicità in una malattia di inimicizia, di fastidio, di scherno verso tutte le forme di devozione e, fra queste, la predicazione. Ben poco si può sperare da una cultura ancora impregnata di una forma esasperata e malata di secolarizzazione che considera le religioni l’oppio dei popoli e dal pensiero di chi, sull’onda di quella stessa secolarizzazione, ha fortemente voluto ridurre Cristo ad un precursore di Marx. Se noi oggi leggiamo con partecipazione emotiva e ammiriamo le innumerevoli opere di devozione dei pittori, perché non dovremmo conoscere leggere, ammirare partecipare le opere di predicazione, le preghiere, le invocazioni, le devozioni in cui paiono rivivere i drammatici contrasti di luce e di buio del Caravaggio.

 

In ogni caso la cultura non può che gioire se, nonostante tutto e in tempo di vacche così magre, il testo ha potuto venire alla luce. Un parto tribolato e faticoso e quindi doppiamente felice

E non solo.

Oggi ne viene annunciato un altro; ancora un’antologia a cura di Guido Laurenti, uno dei gloriosi cavalieri che già aveva partecipato alla stesura del due precedenti. E’ un saggio su Francesco Penigarola, vescovo tridentino. La saggezza popolare dice “Attendiamo e se son rose fioriranno.”  Oggi sappiamo che sono appena fiorite ma non sappiamo ancora altro. Appena l’avremo letto, riferiremo.

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