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Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – VI puntata

Il Morbillo alla casa bianca

Arrivò una sera, Il Giosuè, gran giovanotto alto, sodo e con una faccia pensierosa. Mi aspettavo un europeo e vedo invece una faccia ramata con sfumature verdi. Un indio della foresta se non fosse stato per i lineamenti yankee. Allora non sapevo chi era. La mia padrona, intendo la padrona del bordello, l’europea, come la chiamano qui, non era neppure venuta di persona come aveva fatto per l’Ardea. Aveva telefonato che lo si doveva ospitare e poi mandare in montagna dall’Ardea. Tutto qui, non una parola di più.
C’era una gran festa quando arrivò: non ricordo neppure se un compleanno di una ragazza o di un dottore o qualcosa altro. Così non ebbi neppure il tempo d’interessarmi e di essere curiosa. Mandai una ragazza a dirgli qualcosa del tipo. “C’è una festa, se vuoi divertiti, se no siediti da qualche parte”
Lui restò in un angolo a guardare i balli poi andò fuori a farsi pungere dalle zanzare e guardare il cielo. Si era seduto su una delle sedie di plastica trafilata. Aveva provato il poveretto a sedersi su una di quelle legno ormai sgangherate ma, grande e grosso com’era, s’era alzato subito.
Sai giornalista quelle seggiole avevano dietro una storia proprio sofferta. La tenutaria aveva rincorso quelle sedie europee che costavano quattro soldi e non si sciupavano mai, ma s’era messo di mezzo il vecchio falegname. Poveretto! Con quelle mani che si ritrovava, lui che là dentro aveva fatto di tutto per una vita.
“Chissà come faremo adesso che San Giuseppe non riesce più a dispiegare i suoi nodi” diceva la tenutaria, che certe volte andava a guardare quei nodi che aumentavano di numero e volume. Li accarezzava e consolava il vecchio. Poi sospiravano in due, pensando a quanto avevano fatto quelle mani miracolose con le stoffe, le tappezzerie, le seggiole. La signora lo consolava perché lui era abbattuto “Non voglio che mi dicano che mangio a sbafo” diceva Geppetto.
“Rimarrai qua con noi onorato e non ti devi sentire un peso inutile perché te la sei guadagnata tutta la tua pensione. Tutti ti vogliono bene.
Ma lui scuoteva la testa; sempre lì a guardare quelle mani piene di nodi con occhi tanto disperati che alla fine dovette intervenire la signora. E come voleva finire? Attaccarsi alla bottiglia, lui che era sempre stato astemio?
Ma quel mattino era accaduto che San Giuseppe si fosse messo a limare un incastro e fabbricare una costolina per poi inchiodare e incollare il tutto su un rottame di seggiola. “Pericoli pubblici” le chiamava lui quelle seggiole da patio. “Sono pericoli pubblici” ripeteva lui che nei vecchi tempi le sistemava in un amen e era davvero incredibile come riuscisse a rimetterle a nuovo. Cosa da non credere, giornalista, quante ne ha rimediate in tutti quegli anni col suo lavoro d’incastro, limatura e incollaggio.
“E’ una sciocchezza da un’ora o poco più” Aveva detto, ma anche quella volta i nodi delle mani avevano litigato con quelli della seggiola e dopo aver tribolato l’intera mattinata senza concludere nulla, aveva preso quella seggiola e l’aveva sbattuta contro il patio, mentre la serva, preoccupata, aveva cercato di calmarlo. Ma lui non l’aveva neppure sentita e così lei s’era arrabbiata. E che voleva quel Giuseppe, svegliare le ragazze e la superiora? Lui l’aveva guardata di storto, con gli occhi che bruciavano e con le mani alzate aggrappate al relitto.
“S’è fermato, signora, con quella seggiola sospesa sulla mia testa e stava davvero per calarla sopra il cranio e spaccarmelo, chè avrà pure le mani annodate, ma di forza ne ha da vendere con quella rabbia che si ritrova.
Così era corsa dentro, chiudendolo fuori, perché non osava svegliare la signora; e poi lo Giuseppe. E, infatti, passato quell’attimo era rinsavito di colpo, crollando sui gradini e nascondendo la faccia fra le mani. Quando la superiora era scesa lui era ancora là immobile.
“Mandami via, signora, mandami via; faccio disastri e ti darò solo guai”
“Basta con queste seggiole di legno che marciscono in un amen in questo paese maledetto”, “Sì! Sì” aveva annuito lui di malavoglia e solo per dovere perché sapeva già dove voleva parare la signora, che premeva da un anno per quelle seggiole in P.V.C. “Eterna!” aveva detto “PVC trafilato! E costano niente! Meno che quelle di paglia”
Aveva sempre opposto un muro Giuseppe e disquisito sulle bontà del legno “In questo paese si suda e come fai signora a mettere sedie di plastica? Mica traspirano come il legno”, “Ah, il legno! Sempre rotte quelle seggiole. Se è secco le camole, se è umido gli insetti e l’acqua che le fa marcire”, “Farebbero il bagno turco quelle schiene e quei sederi con quella plastica” Insisteva Giuseppe che vedeva cadere il suo mondo.
E ora con quel Geppetto allo stremo era tornata sullo stesso tasto. “E che si desse una mossa, santo cielo, e se anche c’era quel difetto del sudore che ci si pensasse sopra “Che so io! Con dei cuscini traforati con stuoie bucate…Ma non è possibile intanto prenderne una, Giuseppe e fargli mille forellini nella schiena che respirino con quelli?” Ci aveva pensato il Geppetto e aveva deciso che sì, che si poteva fare. “Mille fori con la punta da due” Aveva sospirato fra sé “La struttura non è intaccata e respira. Ma non sarà mai legno vero”, “Non importa. Risplenderanno di bianco sotto le stelle e neppure il bisogno di ritirarle quando piove”

Si sedette su una di quelle seggiole, il Morbillo, ad aspettare tranquillo fino alla fine ma già quella sera parlò alla Signora. La chiamò ‘Superiora’. Superiora! Non ti fa ridere? Come se questo fosse un convento e noi delle monache. Roba da matti! Non poteva proprio trovarlo un nome più ridicolo! La tenutaria gli rise in faccia la prima volta ma lui non fece una piega e continuò a chiamarla in quel modo. Ebbene, è incredibile, ma contagiò tutti e cominciammo pure noi a chiamarla superiora, come se fosse la cosa più giusta del mondo.
Comunque cominciò da quella sera col tormento della montagna. “Quando parto, Superiora?” Le chiese già quella prima sera e lei rise “Domani, domani”, “Parto domani?”, “No! Accidenti no! Domani se ne parla e adesso si va tutti a dormire. E non chiamarmi ‘Superiora? Mi fai quasi venire i brividi” Continuavano a dirglielo tutti al Morbillo che i partigiani prima o poi sarebbero arrivati al bordello. La tenutaria non parlava della questione e il meno possibile del Morbillo, ma io lo rassicuravo che sì, che sarebbe andato lassù a combattere. “Hai così fretta di farti ammazzare? E poi non parlare di queste cose, per l’amor di dio! Qui tutto ha orecchie”

E dire che era un periodo proprio brutto e la situazione s’incancreniva: violenze a non finire, spari, assassini… di tutti i colori; sparivano anche nostri clienti e non s’aveva neppure il coraggio di parlarne fra noi, anche quando veniva ritrovato a pezzi. Una sera ci fu addirittura una sparatoria proprio di fronte alla casa; noi dentro a tremare e le sventagliate di mitra che finivano contro il muro e le finestre della facciata. Poi ne inseguirono uno fin dentro al nostro giardino, lo uccisero e lo lasciarono lì. Ma prima di andarsene sventagliarono di nuovo col mitra la facciata e saltarono tutti i vetri…il terrore giornalista! La morte che ti passa vicina. E poi alla fine quel militare immondo.

“Gli rispondeva con un alzata di spalle “Fidati, prima o poi si faranno vedere” “Perché?”, Perché dovevano. Ma insomma quel Giosuè non voleva capirlo “Dobbiamo mettere i manifesti agli angoli della città?…Cari cittadini i rivoluzionari arriveranno al bordello il giorno tal dei tali? E magari diciamo pure cosa ci vengono a fare: “Prima chiaveranno a sazietà, poi assalteranno una banca o un ministero e infine si porteranno il Morbillo in montagna affinché uccida tanti governativi”.
Insomma aspettò e credimi, neppure malvolentieri visto quanto era coccolato e ammirato da tutte le ragazze e dalla superiora. Si metteva al piano alla sera, una vecchia pianola che aveva dovuto accordare lui stesso col diapason o a quello elettronico, vera meraviglia che la superiora aveva avuto a metà prezzo tramite un cliente che lavorava alla dogana. Era arrivato una sera: “Sai tenutaria? C’è un organo elettronico in deposito alla dogana ma il destinatario non si presenta, così noi c’informiamo e ci dicono che era un bandito e che ha avuto quel che si meritava, ma devo venderla in fretta” Aveva paura perché tutto quello che arrivava da quella nube era pericoloso e così informai chi di dovere, che ordinò di pagare e fu davvero un buon affare.
“Suonava il Bolero, i valzer, i chiari di luna di Beethoven e era una meraviglia vedere la faccia sudata del Morbillo e le sue mani muoversi come tarantole su quei tasti. Travolgeva quella musica nuova, inusitata e travolgeva lui, con tutte le ragazze e i bordellanti fermi come mammalucchi ad ascoltare quell’orgia di note Aveva scatenato gli applausi la prima volta e da allora volevano tutte le sere l’ora scatenata del Morbillo. Avevano pure cercato di ballarla, quella musica, come se fosse una specie di Rock e si erano divertiti come dei matti.
Suonava pure di giorno al pomeriggio quando alla casa c’era la stanca e le ragazze scendevano e si sedevano all’ombra. Allora il Morbillo si metteva alla pianola elettrica e suonava canzoni, cose classiche, cose dolci e arie di opere che parlavano d’amore. Le ragazze ascoltavano e si commuovevano tanto che a volte interrompevano il Morbillo per chiedergli se quella era la Traviata o Puccini. Il Morbillo, che aveva scovato una scatola di spartiti in un armadio, suonava e cantava a mezza voce pezzi della Traviata e della Butterfly.
“Sai, ne commuoveva tante” racconta la superiora “Sai che dicevano!? “Mi fai piangere Morbillo” e lo dicevano soprattutto quando suonava canzoni e arie delle opere. “Mi fai ricordare tante cose, Morbillo” dicevano e se lo baciavano con le lacrime agli occhi. I lamenti d’amore ci commuovono sempre noi donne.
“Alla sera quando si scatenava incantava e travolgeva. Riusciva a far star zitti i clienti che, sudati com’erano, aspettavano seduti e dicevano “E’ un fenomeno quel pianista! Un vero fenomeno!”

- E lui con le ragazze? – Si mise a ridere la superiora alzando il busto e sogghignò purela Milly- Chiedilo a lei giornalista – disse la superiora – Era lei l’incaricata di seguire il Morbillo – A me? Certo, anche a me…- ridacchiò sistemandosi le gonne e rialzandole sopra le ginocchia. La superiora la imita sbuffando: – Che umidità – disse afferrando il giornale del mattino per usarlo come ventaglio. Un’altra ragazza, in calzoncini corti, entrò nella sala e porse un ventaglio alla Milly. Aveva le ciglia folte e nere come gli occhi. – La stagione secca è proprio finita, non si respira più polvere ma si muore man mano che viene la sera….. Un bagno turco”
-Tu ti chiederai come ci si potesse divertire in quel modo quando si viveva in questo paese, eppure ci si abitua a tutto e ancor di più quando la tua vita non vale nulla e ogni giorno crepa qualcuno che conosci ….Sai giornalista io dovevo proibire di parlare di guerra e politica, controllavo la radio, la televisione e i giornali, per salvare la casa, le ragazze e i clienti. Perché… chissà quanti anche fra le ragazze avevano le orecchie lunghe. Ma mi ritiravo nell’ufficio dove accendevo la radio per la sentirla alle cuffie e allora girando le manopole sentivi le voci arrivare, sentivi i ribelli,la Chelama anche le minacce e i proclami… Del resto la guerra ti arrivava dentro…. In due anni scomparvero due ragazze della casa e una dovetti andar io a riconoscerla alla polizia dove l’avevano pure …Mi vien male a pensarci giornalista!… Eppure la vita continuava. Sai cosa pensavo per darmi coraggio? Che alla fine me ne sarei andata vicino al mare dove c’è sempre un po’ d’aria….Ma come vedi l’età è venuta e sono qui a sudare…

- Il Morbillo, lui non sudava proprio. Solo, dopo la gran fatica della sera sul piano, si alzava con la camicia bagnata, con la faccia e i capelli che colavano, ma altrimenti non lo vedevi mai sudato. Pareva inossidabile, non sudava mai e le zanzare non lo mordevano.
- Ti stupisci giornalista? Eppure era davvero così. Ho visto io posarsi una nube di zanzare sulla sua mano e non pungerla. Avevano scommesso e lui aveva lasciato fare. Una pennellata di sangue di pollo su braccio e sulla mano, sopra e sotto, e dopo un minuto lì attorno c’è n’era una nuvola: almeno venti posate sulla mano a piantare le loro siringhe nella sua pelle. Piantavano, ripiantavano e poi se ne andavano scornate; quando lui e posò il braccio sul tavolo, tutti giù, chini a scrutare quella pelle che non aveva neppure una bollicina. Ci vollero proprio passare tutti a vedere quel miracolo incredibile e neppure dopo comparvero le bolle.
“Incredibile” commentavano “mai vista una cosa simile!” Poi ci fu qualcuno che pagò da bere in onore del Morbillo musico, matematico e caimano che intanto sorrideva tranquillo e rispondeva con alzate di spalle ai commenti.

Era un mago coi numeri e ce ne accorgemmo quando cominciò a far tutti i calcoli per le ragazze e per me. Moltiplicava, divideva, sommava in un amen e sempre preciso alla virgola. Così le ragazze e i clienti cominciarono a divertirsi, mettendolo alla prova. Alla sera facevano gruppo con le limonate e le birre e cacciavano numeri a caso. Lui li accontentava e loro controllavano con le calcolatrici. “Incredibile!” dicevano “Un vero mago!” e raccontava pure di numeri strani come se fossero favole. Anche con quei discorsi incantava. Fece amicizia con Pitagora, un professore di filosofia a cui non avresti dato un soldo di cacio; un ometto medio, magro coi baffetti che se ne stava sempre tranquillo in un angolo e che faceva l’amore con gentilezza. Pitagora intervenne una sera e parlò di tempi antichissimi in Grecia, figurati, giornalista, prima di Cristo, dove era vissuto Pitagora e la sua setta di sacerdoti che adoravano la musica e i numeri. “Pitagora?” aveva esclamato qualcuno “Quello del Teorema?”, “Sì, proprio quello” rispose Pitagora “e fu allora che scopri gli irrazionali”, “E che sono questi irrazionali? Numeri matti?”, “Numeri matti” aveva confermato Pitagora “Numeri che non vanno d’accordo con gli altri.
“Ma è vero Morbillo?” e lui, quasi risvegliato da un sogno, ci aveva pensato un attimo su quella bislacca definizione e poi aveva annuito contento “Si! Si. Penso proprio di Si!… Che il professore ci abbia azzeccato…. Numeri che non vanno d’accordo con gli altri” aveva annuito convinto “E’ come se tutti i numeri riuscissero a parlare fra loro ma non questi” aveva aggiunto Pitagora.
“Numeri anarchici allora!? Ma allora tutto quello che ci dicono sulla perfezione dei numeri è una palla! Dove te li hanno propinati? Dai preti…
“Dai preti ci andavo anch’io e avevo una maestra popputa…”, …Ma immaginate il povero Pitagora che credeva in un mondo fatto di numeri… Poi scopre questi numeri scandalosi … E’ come se nel mondo compatto, rotondo solido si aprissero delle crepe, come se tutto stesse per crollare…
- …Avevo una professoressa di matematica che era la fine del mondo che ci teneva tutti in sospeso con quelle sue poppe che ti toglievano il respiro. Ma mica erano solo le poppe! Era tutta quanto palpitante… persino nella voce. Quella sì, che ci svegliò tutti. E quante me ne sono fatte di seghe pensando a quelle poppe che respiravano! Seghe incredibili. Poi non le ho mai più provate quelle sensazioni. Mi vien ancora duro adesso.. …. Un bel giorno la cerco, vado a casa sua, la butto sul letto e me la scopo…
“Si, ma scopi un cadavere o un relitto con chissà che pendule”, “Si! Si ci vado e me la scopo… Una vecchia? E che m’importa! Le tiro le gonne sulla faccia, chiudo gli occhi, la scopo e me la raffiguro com’era allora; forse non me ne accorgerei neppure che s’è fatta vecchia”, “Troveresti un pezzo di legno… Uno scheletro! Che schifo!”, “… Ma ce l’aveva messa a tutti la voglia di arrivarci, con tutte quelle seghe che ci siamo fatti pensando a quel burro. L’ho sempre pensato che prima o poi me la devo levare quella voglia…
- … Sapete, i pitagorici non pensavano che fossero i pianeti a girare. Immaginate un cielo fatto di sfere di vetro eterno, e immaginate che ogni pianeta sia attaccato alla sua sfera. Le sfere girano e cantano. Proprio così! Cantano! “Musica delle sfere” la chiamava Pitagora…. Musica divina che solo gli Dei potevano sentire…. Insomma il bene che c’è nell’universo era lassù mentre quaggiù era tutto merda e corruzione”, “Hai ragione, professore! qui tutto degenera e marcisce…

Pitagora, aveva pure stupito il Morbillo che pure era così poco portato per la metafisica ma quel sentimento ispirato dal vecchio lo riconosceva e poi aveva il profumo della cugina e delle notti passate coricati sull’erba mentre lei, guardando il cielo, parlava delle stelle e carezzava il suo aggeggio. “Allora forse la sentiva davvero quella musica antica delle sfere e quel patos arcano suscitato dalle costellazioni lontane”
- Dopo quindici giorni sono andata io stessa dal Morbillo per dirgli che sarebbe partito nella notte. La guida lo stava aspettando nella capanna di una famiglia di tagliatori sulle colline dove Pitagora lo avrebbe accompagnato, poi sarebbe partito coi tagliatori senza correre il minimo pericolo perché i tagliatori partivano per fare il mestiere e il Morbillo sembrava uno di loro sputato. In quindici giorni gli avevamo fatto crescere i capelli e prima di partire la serva li sforbiciò incolti come li portavano loro. Pitagora, al ritorno, riferì che, calzato e vestito da pezzente, era irriconoscibile. Due giorni dopo si presentarono i poliziotti.
- Solo seghe, solo seghe non ha mai voluto far altro. E mica dava spiegazioni: si metteva sul letto con la ragazza e lui, dolce come sempre, la guidava… Tra l’altro giornalista, è vero che lui viveva a sbafo là dentro ma non per voler suo perché di soldi ne aveva. Era la tenutaria e, con lei, le ragazze che non volevano i suoi soldi. Insomma accarezzava il loro cuore, le commuoveva e questo era davvero impagabile per le mignotte.
Neppure quelle che gli facevano quelle seghe volevano essere pagate anche perché, a sentir loro, il Morbillo le amava davvero. Figurati quelle! Abituate com’erano con i bifolchi… Lui invece era tutto diverso e le riempiva di regali. Gioie a forma di fiori e di cuori e, poi, immagini, portaritratti, cuori della beata vergine che riempivano di commozione felicità quelle anime semplici.
- No! Lui non lo faceva proprio vedere, ma una mignotta lo sa quando un lavoro è fatto come dio comanda e quando è gradito. Invece il Morbillo un po’ era sincero e un po’ fingeva come fingiamo noi mignotte. Se non fingi di godere e se non lo dici al maschio che chiava come un dio, mica lo fai bene il tuo mestiere. Quello, per uscire contento, deve anche essere orgoglioso della sua potenza. E in questo paese far godere una puttana è un dovere per un buon chiavatore. Ma, dico io, ma come possono pensarlo di far godere una mignotta? Lo sanno solo loro. Una mignotta ne piglia di cotti e di crudi, di lunghi e di corti, di grossi e di piccoli. E può solo ringraziare che non la strazino. Questo e basta. Altro che godere!
- Lo so ben io che dovevo starci immersa nel bidè per un’ora con la mia caverna che bruciava e piangeva prima che si placasse. Eppure voleva me quel maiale e una professionista non può proprio dirlo “Tu sì, tu no!” Si piglia tutti quelli che le toccano e tanti saluti. Io ci mettevo quintali di crema. Crema della farmacia e quella fatta dalla cuoca col latte. Uno schifo! E poi devi pure fare i complimenti dopo che ti ha spaccato: “Il tuo uccello è la fine del mondo” ma, dico io, il buon dio non poteva farli nascere tutti con un cazzo decente e giusto, invece che grosso come il manico di un badile.

 

Il sergente al bordello

- A quei maiali era scappata prima la zia, poi la nipote, poi il Morbillo e quando avevano avuto notizia che sarebbe arrivata la madre avevano il prurito alle mani chè al sergente e al suo superiore dopo la storia del Morbillo avevano fatto trangugiare il fiele del fegato. Prima se l’erano sentite per l’incredibile storia del Morbillo scappato proprio sotto il loro naso e dopo qualche giorno, ne aveva sentite altre perché la padrona , non solo la superiora del bordello s’era davvero nauseata per quel macellaio. Troppo, Troppo! Troppo nonostante la paura. Sai, capitò quel che capitò e poi lei che aveva dovuto passare i giorni a curare quella devastazione! La disperazione sua e delle ragazze.
- Piangere alla mia età, dopo averne viste di tutti i colori in questo paese violento, sanguinario, disgraziato… E dire che questo è un bordello medio, ben tenuto e pulito. Ma un sergente così, una anima così perversa… Quando sono andata all’ospedale ho visto il disgusto anche negli occhi dei medici… e la paura delle due ragazze …Capisce avevano paura a parlare con me, a dirmi qualcosa, a farsi vedere…. Chissà cosa pensavano che avessimo fatto per una lezione del genere. “Bande speciali” dicevano fra loro sottovoce… “Polizia? No! Polizia no! Impossibile. Questi lavori loro non li fanno, li fanno fare agli altri, ai paramilitari”, giornalista. La feccia peggiore.-
- Volevano farle parlare… e proprio quelle più ingenue che s’erano vantate di aver dormito e parlato col Morbillo. E quel sergente, quel porco, le aveva incoraggiate accondiscendente a un parlare leggero e confidenziale. E come era il Morbillo? E come suonava il Morbillo?! E la storia delle zanzare e quella delle seghe. Solo seghe? Si, solo seghe. Avevano ridacchiato le due ingenue. Perché ridacchiavano? Il sergente non capiva perché ridacchiavano E loro a ridacchiare di nuovo “Per fortuna, signor sergente perché il Morbillo aveva un coso sproporzionato!”, “Aveva un coso sproporzionato il Morbillo? E forse era proprio per quel motivo che quell’anima buona non voleva far male”, “Far male?”, “Così per dire sergente, qua una se ne deve pigliare pure di più grossi, purtroppo, veri errori della natura, scappano anche le mogli se riescono… Ma quanto era quello del Morbillo canterino? Così? Più grande? Più lungo? Allora così! No? Neppure? Più piccolino? Allora così? Si, proprio così. Avevano riso tutti assieme e stabilito con cura la dimensione e la lunghezza. E avevano di nuovo riso, con quel sergente così alla mano e simpatico.
Poi aveva chiamato una guardia. “Procurati un manico così!” aveva detto e aveva fatto segno con le mani: “Così vero?” s’era voltato verso le due con le quattro dita messe a cerchio. Le guardava e sorrideva il maiale. Aveva risposto “ Signorsi!” la guardia mentre le due meschinelle adesso avevano capito di colpo, vedendo quel gesto e quel ghigno. Erano impallidite. Bianche come lenzuola. E l’altro ad allargarlo sempre più quel ghigno e a spegnerlo di colpo quando era arrivato il manico di un attrezzo e aveva dato gli ordini al suo aiutante, sadico come lui, di farle godere come dio comanda quelle brave figlie di Maria. Mamma mia! Mi vengono ancora i sudori freddi a pensarci. E il terrore di quelle poverette. Violentate lì, presente il tenente in piedi e presente io, perché mi sorvegliava il tenente e, anche se non l’aveva detto, non ci voleva mica qualcuno che lo dicesse che dovevo stare immobile come una statua e guardare tutto dall’inizio alla fine. Tenere gli occhi aperti, non muovere lingua e vedere tutto, proprio tutto perché mi rimanesse impresso ben chiaro e per sempre cosa toccava a chi aiutava i banditi.

- Due giorni. Arrivarono dopo due giorni ma pieni di rabbia e pronti a scannarti…Già non fu niente facile quella volta, ma si sa che tutto dipende dal gendarme che li comanda e quella volta… Certe volte i poliziotti nei bordelli li calmi facendoli scopare ma solo se il capo lo permette, perché se non capita diventano come lui. Se li dovettero prendere lo stesso i loro aggeggi, ma con cattiveria…. Con crudeltà… Voleva devastare, quel sergente! I corpi e le anime. Un sadico, un sanguinario, un pervertito! A un certo punto sembrava che volesse ammazzarci tutte.
Il fatto è che erano imbestialiti, anzi era imbestialito il sergente perché il Morbillo gli era scivolato fra le mani, mentre loro vivevano tranquilli come pasque perché ci avevano dentro la spia. Chissà chi era? Una ragazza? Una delle ragazze o una delle serve? Qualcuna la trovano sempre da ricattare.
- Ma loro sapevano che voi…
- No! Per fortuna non lo sapevano allora né lo seppero mai anche perché lo facemmo sapere a tutti di metterci in sonno e di lasciarci in pace, anche se non ce n’era proprio bisogno perché ci pensarono quelli come Pitagora a diffondere che la casa era tabù.
- E a lei fece qualcosa?-, -A me? Non basta quello che fece?
- L’ultimo giorno ebbi davvero il terrore che mi volesse squartare: “Dicono puttana che anche tu qualche volta la dai la tua bernarda” mi dice ghignando Poi mi guarda a lungo, lo schifoso, mi apre davanti facendo una smorfia, mentre io ero lì ferma davanti a lui con la camicia e il reggiseno strappati e penzolanti. Spaventata giornalista?! Terrorizzata! Sicura che fosse la mia ora “Almeno che sia un colpo” pregavola Madonna“Fa che sia un colpo!” Ma gli tenni testa e rimasi salda, in piedi, immobile. “Donna superba e altera” mi dice lui “ma pur sempre lurida puttana. A chi la vendi la merce? A quanto puttana?… La più cara, mi dicono” Poi si ferma aspettando qualcosa da me. Forse vuole che faccia io un passo e m’inginocchi a succhiarglielo… per poi tagliarmi la testa. Questo pensai e, come lo pensai, non so come, ripresi coraggio. Così continuai a guardalo. “Non dico proprio niente” mi dicevo “se vuole un pompino mi dovrà prendere per i capelli e farmi inginocchiare a forza. Così avevo deciso e invece lo affronto “Sì! E’ vero. L’hanno informata bene sergente: la più cara” Allora lui si alza e mi prende davvero per i capelli e comincia a farmi abbassare fino a che sono in ginocchio, poi si ferma. “Si vede che ci sai fare, tenutaria” mi dice con disprezzo, “visto che la tua merce vale ben poco. Mi fai schifo” Poi mi lascia e se ne va con tutti i suoi.

- E non te lo sognare neppure adesso, giornalista, di cercarlo quel sergente perché non sai cos’è il terrore e lui è sempre lui. Non ti farebbe uscire vivo. Lui invece è sempre lo stesso sadico…Perché c’è sempre bisogno di gente come lui in questo maledetto paese. Qualcosa è cambiato ma non per noi… non la povertà e la violenza.
Certo non è come allora quando la gente spariva e ritrovavi i corpi a pezzi in qualche discarica. Non si pigliavano neppure la briga di nasconderli chè anzi lo facevano apposta perché lo vedessero tutti come si può finire per un respiro di troppo. Certe volte trovavano solo la testa. Eppure si viveva, sai, e nella casa ci si divertiva. Si cantava tutte le sere, si beveva, si chiacchierava…Non sentivamo neppure più le bombe… ma noi esseri umani siamo fatti così…ci si abitua alla morte per non morire.

-…Lui il sergente fu ripreso e degradato ma non certo per quello che aveva fatto a noi…e in ogni caso fu una burla, santo dio… Io andai dal colonnello perché con quello che intascavano, il patto non scritto era che dovevano proteggerci. Ci andai ma tremando come una foglia ma fu la rabbia a darmi il coraggio. “Ma come, dissi al tenente, io ho fornito le ragazze migliori e siete stati contenti, “E chi contenti?” … E allora dimmelo “chi contenti? Gli dei?”
Ebbi la sicurezza in quel momento da come mi guardava gelido che avevo fatto una follia. Odio e disprezzo. Io, una puttana, da lui!? Da un colonnello? A parlare e vantare chissà cosa. Che schifo e che mondo degradato. E me lo disse pure. Io che avevo dato? Io che avevo dato? Le ragazze ? I soldi? Che schifo, il mondo sottosopra. Gente come me non dava proprio niente. Niente! Niente di niente! Feccia. L’arma disprezzava dall’alto della sua maestà e della sua etica.

- Quando tornò era distrutta, giornalista, E tu sai che vuol dire sentirsi così? Vuol dire quello che disse lei : “Prepariamoci al peggio” Chiudere? Scappare? E che possono fare delle puttane, dei relitti, delle immondezze? Perché questo eravamo diventate di colpo. Delle immondezze da spazzare nella discarica. Prima eravamo la gente della Casa Bianca. Ma da quel momento, solo immondizia da cui liberare il paese.

 

L’arrivo della madre

Non erano passati due mesi quando arrivò quella notizia che in una caserma era stata violentata mia madre. Capisci giornalista, io la detestavo quella donna, ma uno stupro no! Fu come se calasse una tenda nera sul cuore. E non erano neppure venuti subito a dircelo. No! Il messaggero era andato al comando sotto quella tenda da circo coperta da sabbie mimetiche, presentandosi al grande, supremo capo, al contadino, al capo mitico come se fosse una faccenda sua. Sai che gliene poteva fregare a quello di una donna stuprata in una caserma quando quelli ne stupravano tutti i giorni.
Aveva fatto davvero poca strada dall’aeroporto, perché quelli erano già tutti lì in borghese ad aspettarla. “E’ entrata in dogana, a quanto mi hanno detto, e i finanzieri frugate le valigie hanno finto di trovarci qualcosa. Così l’hanno bloccata e separata dagli altri”

“Fanno sempre così, figlia di Chela, mi ricordo d’avergli detto: fermano i sospetti, li separano dagli altri in modo tale che nessuno veda o sappia qualcosa. Al massimo dopo un giorno, un mese o un anno arrivano dai paesi d’origine le perentorie richieste di chiarimento dei diplomatici. Ma sai quanto se ne fregano quelli: chè poi sono tutte da ridere queste “Perentorie richieste di chiarimento” che mandano dall’Europa. Come se dicessero “Adesso, poche storie, fuori il delitto, altrimenti…”, Altrimenti cosa? Altrimenti niente e basta! Sono pure patetici i vostri diplomatici.
Comunque di qua rispondono sempre cortesemente. “E’ stata fermata all’aeroporto? Strano, a noi non risulta” E tutto finisce lì, anche se un’altra richiesta ancor più perentoria arriva perché fa parte della demenzialità della diplomazia. E allora rispondono: “Strano!.. Può darsi… Faremo ricerche! …Avete testimoni da indicarci?” E le fanno davvero queste ricerche perché una risposta arriva sempre “A quanto risulta dalla nostra indagine ecc. ecc., il tale vostro concittadino è stato fermato per un’ispezione e successivamente, rilasciato. E dopo? Chi lo sa? Questi turisti vanno a infilarsi nei pasticci più strani e con la feccia peggiore per provare chissà quali emozioni. Il che è come dire “Ma insomma mica siamo le loro balie!” E li ricercano davvero i testimoni ma solo perché non se lo sognino proprio di fare i testimoni.
“Comunque una volta dentro alla stanzetta l’hanno presa e portata in una caserma di quelle che non hanno neppure indirizzo e lì…”, “E lì?”, “E lì l’hanno sistemata per le feste perché ne avevano di fiele da scaricare. E poi quelli non erano poliziotti normali …anzi lo erano prima, ma poi sarà arrivato qualche ordine dalla polizia segreta…. Insomma avevano tenuto d’occhio il Morbillo e quello li aveva fregati; la cugina non era stata neppure individuata e, quando seppero che era la nipote della Chela, era già coi ribelli.

Se la sono passati tutti a turno. Non una parola se non Dov’è sua figlia? Dov’è il Morbillo? Non lo so, non lo so; E allora che c’era venuta a fare con tutti quei chilometri in aereo? A far la turista? Vuol far credere, la signora, che è arrivata qui senza un indirizzo?… Ci prende per scemi?… E una volta arrivata qui, cosa credeva di fare? latravano all’inizio quando era ancora ‘la signora’ Ma poi entrò una recluta che la buttò sul tavolo, le strappò le mutande, la denudò e cominciarono a chiamarla puttana: “Dimmi puttana dov’è quella puttana di tua figlia?… Succhiami il cazzo puttana” Ed erano in tre, lei in ginocchio con la pistola puntata sulla testa, uno col cazzo sudicio, gli altri due che la tenevano per i capelli e lei che doveva succhiare.

- Fu la prima volta che vidi piangere quella pazza. E non solo disperazione. Urlava contro i militari, terrorizzata e voleva scappare.. Scappare! ma da dove? “Assassini, selvaggi!” gridava “Via da questo paese maledetto! Via! Via!” perse il controllo e si mise a tremare, a schiumare come una …”, “Un’epilettica?!” lo aiutai. “Si, un’epilettica. Credo che solo in quel momento abbia toccato con mano la sua situazione. Noi uomini siamo strani. Dove viveva prima quella donna? In quale fantasia? In quale illusione? Era stata cieca e sorda ma come aveva potuto?
- E la zia? -, – L’Ardea era una statua di sofferenza, mala Chelaera preparata a tutto. Forse aveva compassione della nipote o forse neppure, visto quanto la disprezzava. Erano fatte di un’altra pasta.

Fu il Morbillo a prendere l’Ardea e portarla via, non so cosa si dissero sotto la tenda, ma se conosco il Morbillo c’era solo una maniera per lui per farle capire che le era vicino. Il Morbillo? No! lui non aveva avuto reazioni. Una statua come la madre. Ma lui accovacciato era grande e informe. Una montagna scura!…Chi ci capiva niente di quell’essere….poteva essere assente, vuoto ma anche una montagna di dolore.

La figlia e la madre

La figlia si riprese presto e si mise a inveire contro l’imbecillità della madre. “Ma cosa è venuta a fare, quella cretina?” E senza volerlo, ripeteva le stesse parole dei carnefici, ma almeno lei lo sapeva che quella poveretta era arrivata lì come una stupida.
“E adesso dov’è mia madre?” Nessuno lo sapeva “Ma lo sapremo presto” le dicevano – Quelli vogliono che voi lo sappiate, cosa credi!.. Vi vogliono giù a far la pazzia! … Tentare di liberarla mentre loro vi aspettano. ….Vedrai, nipote di Chela, vedrai che qualcuno presto salirà a riferire che ha saputo ecc. ecc. Sai noi abbiamo le nostre spie laggiù e loro hanno le loro quassù. E quando una viene individuata prima di saldare i conti la si spreme proprio per questi servizi.

- Ti posso aiutare. Quella spia vive ancora e la conosco.
- L’hai offerta una limonata al signor giornalista? Glieli hai messi i cubetti di ghiaccio? Ma sì, stai calmo, lui sta bevendo, bevi anche tu – Il cieco bevve; lei mi chiese se erano davvero pericolose. “Pericolose? E che ne sapevamo noi della truppa. Vede, i rivoltosi entravano nel Cifas per odio, perché gli avevano ammazzato il padre, perché volevano star da quella parte e anche quelli delle bande fasciste lo facevano per odio, per difendersi. Ma noi militari che venivamo presi nell’esercito mica ci andavamo per qualche motivo. Così ci indottrinavano e ci insegnavano a odiare. Santo dio, basta che ricordi perché mi torni la paura e il disgusto. Te le dicevano e poi te le facevano fare quelle cose mostruose come schiaffeggiare, colpire le teste col calcio dei fucili, sgozzare col machete e fucilare. Quella di alzare le gonne e violentare le donne per spregio era proprio nulla confronto al resto… per questo non ricordo bene quegli episodi. L’Amaio le ha detto che io ero al bordello e poi a ricevere la madre all’aeroporto? Se lo dice lui sarà vero…. No! Adesso posso dirlo che non erano pericolose, perché le cose sono andate come sono andate. Ma allora quelli credevano il contrario e avevano mille ragioni perché c’era di mezzola Chela, che era davvero una leggenda e un’altra possibile Chela – Il cieco si passò il fazzoletto sul volto.
- La notte è come il giorno per lui e patisce il caldo – dice la moglie carezzandogli la testa. – Un sadico quel sergente ma ce n’erano tanti come lui nel gruppo e neppure mio marito sapeva quello che aveva combinato quel bastardo. E poi sono militari no? – Era impallidita la moglie… – Dicono che i carabinieri abbiano massacrato qui in città e nei villaggi…villaggi interi  massacrati …e non c’è proprio da dubitare, se a comandare c’era gente come lui. Vede quanto ci soffre mio marito. Insudiciare l’esercito in quel modo e i soldati come lui…
- Per quelli che non ubbidivano non aveva nessuna pietà anzi ….li lasciava ai ribelli – Cominciò a raccontare il cieco, ma poi intervenne il figlio – Basta! Basta papà, ti caccio via io, giornalista, se non muovi le chiappe – Il cieco protestò e la moglie se ne andò in un’altra stanza. – Suo figlio ha paura per voi o è solo perché è un militare?-, -E’ che stanno cercando di riprendere l’onore del corpo e vorrebbero seppellirle quelle vergogne – dice la madre – E che possono farci ancora gli uni e gli altri? dice il cieco. – ma tanti macellai sono rimasti anche dopo. Non mi chiede perché?- ansimò il cieco mentre la moglie scuoteva la testa. – Calmati, santo cielo.-, -I rivoltosi non erano mica da meno … prima passavano gli uni e poi gli altri …E chi era soldato da allora vive come vive, con dentro la testa tutto quello che ha visto degli uni e degli altri.
- No! No! – Interviene il figlio militare; poi si avvicina al giornalista. – Lasci che parli, lo so che non sta parlando di quegli episodi che le interessano, ma ci arriverà. Lui parte sempre da lontano perché vuol far capire come si trovavano loro, i soldati, l’esercito e quanto furono disonorati da chi li comandava – mi sussurrò all’orecchio.

Non sapeva come chiederlo il giornalista anche perché c’era il figlio militare e così lo chiese alla moglie dopo il tè, mentre i due, padre e figlio, erano sul balcone a prendere l’aria della sera e a parlar fitto. Così la prese alla lontana. Era contento il padre che il figlio facesse quel mestiere? Oh, stava però dicendo lei, Ma lei è venuto per chiedere di quella povera donna…mi dispiace …sa lui forse non ricorda neppure …-, -Oh! L’ho capito, l’ho capito che in tutto quel dramma, i singoli episodi scompaiono …-, – Lei mi ha chiede del padre se è contento che il figlio è soldato!?.. Sì lo è. Suo padre era militare e suo nonno pure: ce l’hanno nel sangue, mi creda, quel sentimento di servire la patria con onestà, con rettitudine…pure lui, mio marito, si sente ancora militare con quello che gli hanno fatto…-, – Ma chi glielo ha fatto?…-, -Sa cosa chiede lui al figlio? Che l’esercito si riscatti… Non glielo hanno detto? Divenne una spia del Cifas con quell’esercito di maiali e di assassini. Loro lo scoprirono ma non lo arrestarono subito. Serve di più una spia conosciuta, certe volte e infatti servì subito. Fu lui a far sapere di quella madre e fu lui a comunicare al Cifas dov’era. Loro volevano questo e lo lasciarono fare poi quel bastardo lo arrestò.
Non tornò a casa quella sera e non riuscimmo a sapere nulla, quando arrivò non aveva più gli occhi. Lui mi disse di non piangere perché era stato un uomo d’onore: – Gliel’ho urlato in faccia a quel pazzo che era solo un animale. Gliel’ho detto che glielo leggevi in quegli occhi da assassino – Si è messo a ridere, quel bastardo, e me li ha fatti cavare, ma non mi pento Maria – Così mi ha detto.

 

L’abbandono del campo

- Viziata, superba e borghese – dicevano – Anarchica e basta. Li avrebbero cacciati in ogni modo se non peggio. – Neppurela Chelala sopporta – dicevano – Se ne deve andare – Ma qualcuno faceva pure con la mano il segno del machete.
Anche nel consiglio si parlò di farli fuori ma poi decisero che anche loro odiavano e combattevano i governativi. Fu il prete a difenderli “Uccidere in guerra è atroce ma così è una mostruosità” Li espulsero – Grosso errore, non ammazzarli – borbottarono in molti. – Comandanti senza palle. Espulsione? E’ solo libertà di andarci a tradire domani stesso o fra un mese o fra un anno?-
- Così si decise e loro non dissero parola. Ne loro néla Chela. IlMorbillo parlò con la cugina, poi si isolò a suonare quello zufolo che s’era fatto.
Ma poi di notte si mosse e andò dalla madre. Non gridarono ma non s’abbracciarono soltanto, secondo la sentinella, che non usò il machete solo perché non era sicura. Ma se è successo che schifo! Voi europei siete malati, degenerati, non rispettate né dio né gli uomini.

Ridacchiò: dici che parlava disgustato degli europei. Ma tu sei europeo no? E che razza di europeo sei? Mi guardava fisso negli occhi irridendo. Ma gliel’hai detto che anche tu lo pensavi: che schifo! Che vomito! E il machete? T’è venuta anche a te la voglia di usare il machete? Magari no! Perché ne hai già dovuta ingoiare di merda della famiglia. Simpatica la famiglia! Estrosa, addirittura divertente. Ma solo quando mostra il culo al giudice… Poi arrivano le stranezze che saltano il confine, il muro, il peccato cattolico o peggio ancora e allora? E’ ancora simpatica la famiglia? Tu fai segno che no! Che il machete no! Assolutamente.
E già, santo cielo, sei un giornalista mica uno spazzacamino o un pizzaiolo. Sei colto, hai letto Voltaire o, se non l’hai letto – e credo proprio di no – almeno qualche Bignami. Santo cielo sei un giornalista e i giornalisti li hanno letti con coscienza i Bignami perchè altrimenti, come riuscirebbero a diventare giornalisti?
- Perché questa filippica?
- Me l’hai detto tu qual è la funzione del giornalista fra l’ignoranza del basso e l’inconcepibile dell’alto. Natura e cultura e in mezzo il giornalista letterato che traghetta la sapienza e un po’ di buon senso quando ci vuole. Come quando quel Galilei s’era messo in testa di divulgare al mondo che la luna aveva i bitorzoli. E allora mica uno, dotato di un po’ di buon senso, può raccontarle quelle scemenze. Muori dalla voglia di fare cosa fecero? Ti eccita? Ebbene! E se anche fosse? Oppure il Morbillo, visto l’animale che era, sentì lo sfregio come naturale? Oppure piacque anche a lei? Oppure dentro di sé, nonostante quel che diceva, soffriva per avergli ammazzato il padre come un cane? Oppure non successe proprio nulla e le sentinelle videro quel che volevano. Una cosa è certa: che in un campo di guerriglieri, dove c’era un altare con tanto di tabernacolo e messa tutte le settimane, una cosa simile, anche il solo dubbio era intollerabile. Soddisfatto? Pensi chela Chelaabbia goduto? Irrideva l’Ardea, ma faceva anche pena.
Il giorno dopo le guardie riferirono ai capi che non volevano crederci perchè era troppo, decisamente troppo per loro! Un abominio, un vero abominio lì al campo dove c’era l’Altare. Una stregoneria, una contaminazione. Un atto dei ricchi contro i poveri. “Ma pure ai governativi farebbero schifo!” Fece notare il capoguardia “Li sgozzerebbero come dovremmo fare noi. Per fortuna il capo non voleva crederci perchè conosceva i suoi polli che di notte vedevano fantasmi quando bevevano e anche quando non bevevano e poi qualcuno consumava i funghetti! E poi era pure lui stato di sentinella e sapeva come potevano andare le cose.. “Sono tutti diavoli, ci disprezzano e ridono di noi”, “Ela Chela?” Già c’era il problema della Chela e degli altri.
E come no!La Chela! Un mito, un’intoccabile Questo rafforzava il dubbio, tanto che il grande capo mando l’Amaio per indagare e sentirela Chela. Propriolui che conla Chelaaveva passato vent’anni di guerre, sogni, sofferenze e dolori. Ma non ci fu problema perchéla Chelanegò e il gruppo divenne nervoso.

La discesa

Si scendeva ormai da tre ore in quattro quando la guida scoprì l’esercito salire “Stanno venendo quassù!”
In quel momento la notizia era già sicuramente arrivata al campo, dove l’allerta era perenne e arrivava fino in città.
- No! Non avemmo problemi. L’unico per loro ero io che continuavo a imprecare contro i rivoluzionari, tanto che le due guide che venivano con noi, non certo perché il Cifas ci volesse dare una scorta, a un certo punto non mi ressero più e cominciarono a chiamarmi cagna. “Stai venendo fuori per quello che sei!” latravano “Solo una cagna ricca” Dovette intervenire il Morbillo a muso duro…Così noi prendemmo una strada e uno di loro un’altra. Prima voleva scendere per i fatti suoi ma poi decise di tornare lassù per ricongiungersi ai suoi. Diceva di aver fatto la peggior cosa della sua vita e si sentiva un traditore. L’altro, il Pecuo, non lo seguì e l’Ardea non ne fu sorpresa “Uno dei due deve pur rimanere per spiarci” sussurrai al Morbillo “O per ammazzarci… Diventeremmo troppo pericolosi se ci catturassero.
Ce ne stemmo fermi per un’ora supini a guardare col binocolo. Il Pecuo, continuava a dire “Brutta decisione quella di tornare” e continuava a seguire  l’esercito che avanzava e il suo compagno che li precedeva. Sperava che ce la facesse ma tremava per lui “Se cerca di tornare e ricongiungersi non ce la fa…deve attraversare tutto il canalone dove sarà allo scoperto… potrebbe aggirarlo…ma quando arriverebbe lassù?”, “Ce la farà?” chiese il Morbillo “Lo spero” Presto lo perdemmo di vista e continuammo a rimanere fermi mentre sopra e sotto tutto si stava movendo. L’esercito continuava a salire di corsa per la pietraia e la sua avanguardia non era a più di due ore dal campo
Il Pecuo che conosceva quelle montagne come le sue tasche, ci fece accucciare fino a che non fu sicuro dei movimenti. Poi ci muovemmo di lato verso il grosso dell’esercito che era ancora lontano. Scendemmo allontanandoci dall’avanguardia quasi volessimo entrare nelle loro fauci, poi ricominciammo a salire dalla parte opposta. Insomma quando venne la sera eravamo in una valletta invisibili anche agli elicotteri con gli infrarossi. Montammo la tenda, sotto una rupe, la coprimmo di frasche e dormimmo a turno.
Ripartimmo il mattino presto mentre dalla parte opposta della valle stavano sparando. Arrivarono anche gli elicotteri e un aereo ci passò proprio sopra, ma andavano tutti verso la montagna a sparare e sganciare bombe mentre le truppe stavano salendo da tre parti. Il Pecuo puntò il cannocchiale verso i due passi. “Si vede fumo salire anche dall’altra parte” disse scotendo la testa scoraggiato “E’ un attacco in forze?”, “Lo è, lo è, ma a quest’ora i più si saranno sganciati e quelli stanno sparando al nulla. “Ma di lassù rispondono, Pecuo. Non sparano al nulla di sicuro” Il Pecuo alzò le spalle. “Oh, è normale e previsto, lo sapete bene anche voi che una parte rimane sempre dietro a proteggere il grosso per poi sganciarsi.” Poi non se ne parlò più perché non c’era altro da dire.
Camminammo fra i pini bassi e radi, affondando gli scarponi in una specie di sabbia rossa. “Polvere” disse il Morbillo quando ci fermammo per farla uscire dalle scarpe. Il Pecuo ci indico un punto sulla cresta, dove si affacciava un cane selvatico. “Ci segue da almeno due ore e non è solo” Ci fermammo a guardare e presto se ne affacciarono altri tre mentre altri camminavano sulla cresta. “Li ha spinti la paura e si radunano assieme”, “Pericolosi?”, “Forse… Quanti saranno fra un po’? Venti? Trenta? Affamati, nervosi e noi non possiamo sparare”, “Che facciamo allora?”, “Andiamo verso gli spari e non ci seguiranno.
Andavamo avanti fino a che il Pecuo si fermò: “Adesso bisogna decidere perchè cominciano i campi e la gente. Non si può più procedere a caso” In realtà il Morbillo seguiva me che cominciavo a star male. Sai dove volevo essere in quel momento? A casa, nel bel paese, nella nostra grande casa. Quella notte avevo avuto una crisi di terrore a pensare a tutta quella distanza. Capisci? Una vertigine improvvisa, nausea, una disperazione di essere perduta per sempre.
- C’era pure la delusione, la caduta?
- Delusione? …caduta? – Ripeteva sospirando quasi parlasse a se stessa e ripetesse quelle parole per trovare un filo. S’inalberò e diventò la solita Ardea…- Ti piacerebbe, giornalista che ammettessi delusione e caduta. Che confessassi un bel fallimento. La pirlona che deve fare due o tremila chilometri di fame e terrore per poi capire che è stata una enorme cazzata. No! Non fu così neppure in quei momenti. E neppure fu un viaggio alla ricerca di me stessa. A voi piace dirlo che uno gira per il mondo cercando chissà cosa, l’araba fenice o il Santo Graal e alla fine, scopre che il Santo Graal è una cacca, che la fenice non esiste ma che l’essere brancolante ha ritrovato se stesso. Un viaggio spirituale insomma, una variante di quelli che partono per l’India o per i monasteri del Tibet.
“Si decise che andasse avanti il Pecuo. Il Morbillo suggerì di  chiedere ospitalità al bordello dove si era fatto tanti amici e il Pecuo fu d’accordo. “E’ quello che pensavo” assentì “Ma in questo paese tutto cambia da un giorno all’altro. Maledetti macellai, a loro nessun posto resiste, proprio nessuno” Il Morbillo s’oscurò “Dici che può essere successo qualcosa…. Sono arrivate notizie?”, “No! non sono arrivate… Almeno ch’io sappia” rispose lui “Calmati Morbillo! Le tue mignotte sono salve e al sicuro. Chiudono un bordello, quei fetenti, ma quelle le trasferiscono in un altro. A meno che ci sia implicata la tenutaria. Perché allora sono cazzi acidi” La cosa non rassicurò affatto il Morbillo, che si mise a guardare la valle. “Ma tu, figlia di Chela, e lui dovete fermarvi sotto un tetto. Non potete mica stare quassù…. Senti Morbillo c’è una casa vecchia di mattoni abbandonata a tre o quattro chilometri. Lì sarete tranquilli perché i contadini dicono che è abitata dai fantasmi. Ci sono ancora gli scheletri dentro. Un giorno era scoppiata una bomba davanti alla prefettura giù in città e chissà come i governativi furono informati che alla miniera c’erano sovversivi e che quella dinamite poteva arrivare di là. Non che ci credessero quei bastardi ma mandarono subito una camionetta. Nella casa c’erano gli uffici della miniera e i guardiani armati per proteggere la cassa. Arrivarono quattro soldati su una camionetta, saltarono giù con le armi spianate, entrarono negli uffici, uccisero tutti e se ne andarono. La vecchia, che me l’ha raccontato, trema ancora; lei costruiva ceste e li vide entrare e uscire come fantasmi, ma nessuno voleva crederci a quella follia.
La troverete ancora la vecchia e ve lo racconterà di quel giorno. Allora aveva vent’anni e quasi impazzì. Forse impazzì davvero; in ogni caso oggi tutti pensano che quei militari non fossero governativi e neppure uomini.
Allora c’era un paese, un’osteria, un alberghetto e uno spaccio e raccontano che un’altra camionetta s’era fermata all’imbocco. A far che? I militari non agivano in questo modo insensato e neppure le bande; quelli arrivano, sparano, ammazzano, torturano e fanno spettacolo, ma non scappano di sicuro in quel modo. No, non sembrava proprio l’esercito; sembrava piuttosto una vendetta… gente mercenaria o peggio ancora”, “Come, peggio ancora?”, “Diavoli, spettri… per la gente di qui, quando qualcosa non quadra, saltano sempre fuori gli spiriti…. Oltretutto sia le bande che i militari negarono tutto e anche questo non è un comportamento da loro.
La vecchia adesso ha ottant’anni…”, “Ma allora non era in questa rivoluzione!”, “No! Non era in questa. Quelli che adesso mandano su i soldati a macellare i ribelli, allora erano i ribelli che promettevano mare e monti al popolo. Sempre così in questo maledetto paese.”
“Già e non ve lo chiedete mai perché va sempre a finire così, voi che fate la rivoluzione coi preti e trattate le donne come i cani di casa”

La vecchia alla sera parlava coi teschi e i loro spiriti “Capite perché non mi sono sposata e non mi son fatta una famiglia. Capite perché nessuno mi ha voluta. Loro mi hanno tenuta qui perché dovevano parlarmi nei sogni e ancor oggi piangono e m’implorano di non lasciarli soli … Mi dicono che, se li lascio, arrivano e li mettono sotto terra dove c’è sempre buio. “Noi siamo stati peccatori e siamo morti all’improvviso. Capisci ragazza nessuno ha avuto tempo di pensare a dio e di pentirsi… Anche se non erano grandi peccati, dicono, dobbiamo scontarli su questa terra”, “Chi arrivano?”, “I demoni neri!… Quando sorge il sole si mettono in moto e ricominciano a lavorare negli uffici della miniera come hanno sempre fatto. Ma quel giorno c’erano gli impiegati, tre minatori per le paghe, la cuoca e le guardie. Le guardie rimanevano sempre lì quando c’erano i soldi delle paghe, ma adesso che non c’è più nulla da proteggere, tutte le mattine partono per la miniera.
“Ma chi li ha uccisi? I governativi?
“No! No! Non erano governativi. Lo capimmo subito tutti che qualcosa non andava in quel disastro. C’era stata un’esplosione laggiù a quella banca, è vero, ma i governativi, quando arrivavano, circondavano rastrellavano e poi interrogavano. Ti torcevano le dita, ti massacravano di botte, ti mettevano nudo, ti bruciavano con le sigarette fino a che parlavi che tu sapessi qualcosa o no. Alla fine ti uccidevano e ti buttavano. Ma lo facevano davanti a tutti dopo un discorso del sergente o di chi comandava. Così fecero con mio zio; ma almeno lui era davvero un ribelle: lo impiccarono e lo bruciarono per far vedere a tutti come finivano i ribelli. E massacrarono mezzo paese perché noi, allora si abitava sulla montagna, dove c’erano i ribelli e loro dicevano che li aiutavamo…. Così cominciarono a sgozzarli uno alla volta come si fa con i maiali. Passavano il coltello sotto la testa e il sangue sprizzava come una fontana… uno dopo l’altro… e tutti noi a guardare mentre interrogavano e massacravano per poi metterli da parte:.. a “meditare” dicevano. Quella volta, dopo tre giorni, nella notte, arrivarono i ribelli. Sgozzarono le guardie e passarono casa per casa dove dormivano i militari, sgozzandoli tutti. Salvarono solo il sergente e due giubbe per processarli.
Ma non li processarono subito. Prima portarono di nuovo tutti noi sulla piazza e all’alba cominciarono a interrogare il sergente e i due soldati su chi aveva fatto la spia. I due soldati non sapevano nulla e il tenente, sperando che da sotto arrivasse l’esercito a salvarlo, tenne tutte le torture, solo quando, mezzo morto, capì che nessuno l’avrebbe salvato, chiese un prete “Solo se parli” gli fu risposto e lui parlò. Così noi tutti venimmo a sapere dei traditori e i ribelli. Ammazzarono il tenente, i soldati, i traditori e le loro famiglie. Due donne giovani a cui non era rimasto nessuno se le portarono” Alzò le spalle “Succedeva sempre così”
Questo succedeva allora e questo succede adesso, ma qui alla miniera fu tutto un’altra cosa tanto che pure il padrone, che era un bastardo, rimase disgustato e disse che non ci vedeva chiaro. “Impossibile!” diceva mentre camminava torcendosi le mani. “Impossibile! Senza senso! Un omicidio! Degli impiegati! … i miei impiegati!” Non voleva crederci e alla fine si fece portare in città “Mi sentiranno” disse a tutti noi. “Non sono mica l’ultimo pezzente. Mica può arrivare qui un sergentino e sputare su me e sulla miniera” diceva asciugandosi il sudore.

Tornò due giorni dopo e volle parlare a tutti. Disse che sarebbero arrivate le guardie e che i governativi non c’entravano proprio con quel massacro. “E’ saltato su dalla sedia, il generale, e ha fatto saltare colonnelli, tenenti e sergenti e li ha fatti mettere sotto il torchio. Chi era uscito quel giorno? Con che consegna? E quali i rapporti? Ma non erano stati loro. No! Non c’entravano i governativi. Che anzi saltò fuori che una visita alla miniera per indagare era già stata programmata ma ancora non l’avevano fatta, perché avevano altre piste più roventi.
Non la finiva mai di raccontare la vecchia mentre intrecciava i cestini. Poi partiva col machete a tagliare i rami e tornava trascinandosi a fatica la fascina. Il Morbillo, vista tutta quella fatica, il giorno dopo l’accompagnò a tagliare. Ne fece due fascine enormi con la vecchia che saltellava felice e da quella volta ci andò da solo, mentre l’Ardea si mise anche lei a intrecciare come faceva la vecchia per sconfiggere quella depressione che le anneriva l’anima e quel paesaggio di aridità disperata.
Pure l’Ardea li sognava adesso quei contabili e quelle guardie. “Mi sembra di vederli anche di giorno … ombre che si muovono nella casa, che entrano e escono dalle porte. Sto diventando pazza anch’io” diceva al Morbillo quando erano soli. Ma rideva ancora l’Ardea di quei fantasmi e lavorava ai cesti mentre aspettavano, lei e il Morbillo, che tornasse il Pecuo con buone notizie per andarsene da quel posto senza senso. “Parlavano della rivoluzione e della madre dell’Ardea” Il Pecuo arriverà anche con notizie” diceva speranzosa e aveva ragione perché in quel paese tutti avevano le loro crudeltà e le loro spie.
Questo era lo stato dell’Ardea in quell’attesa, mentre la vecchia adesso s’era messa a ricordare i giochi di loro bambini sulle montagne quando era ancora lassù senza sapere nulla dei governativi e dei ribelli. Venivano altre vecchie da lei e tutte volevano conoscere l’Ardea e l’indio suo marito che venivano da lontano per andare a chiedere una grazia al santuario.

“Sai indio vennero poi davvero i governativi per indagare sugli eventi della miniera ma scoppiò qualcosa lassù che seppellì minatori e governativi. Tutti i minatori scapparono sulle montagne e i pochi governativi si trincerarono col padrone e quattro donne indie in attesa dei rinforzi. Arrivò addirittura un generale quassù ma non trovò nessuno né qui ne nel paese. Allora fecero saltare la miniera e impiccare il padrone. Le donne Indie le portarono via chissà dove e non se ne seppe più nulla”
Perché non aveva mai raccontato quel finale la vecchia? “Perché una delle donne era sua madre mentre il padre morì nell’esplosione o scappò via….Comunque non è più tornato… né lui ne gli altri e lei non la racconta mai tutta anche se da giovane pregava per loro e diceva che erano vivi”

 

Un mattino presto, ricomparve il Pecuo su una vecchia automobile e si mise a urlare il nome dell’Ardea. S’affacciarono la vecchia e dopo un istante anche l’Ardea e il Morbillo. Il Pecuo salutò la vecchia e le fece segno che sarebbe passato dopo “Sto tornando lassù con altri due che mi aspettano più avanti e non posso fermarmi che per pochi minuti” disse il Pecuo. “Niente da fare per il bordello, cara Ardea, Lo sorvegliano giorno e notte i governativi…forse proprio perché aspettano voi. Ho parlato con Pitagora e mi ha detto che sono arrivati quando il Morbillo è sparito e hanno messo a soqquadro la casa. Adesso tutti hanno paura, ma Pitagora mi ha assicurato che in qualche posto vi sistemeranno di sicuro; appena l’avranno trovato, verrà lui stesso a prendervi. “Mia madre?” chiese l’Ardea “Verrà Pitagora e vi dirà tutto su tua madre, ma adesso devo andare compagni”
“Abbracciamoci!” disse afferrando prima l’Ardea e poi il Morbillo. Si baciarono e il Morbillo lo baciò sulla bocca. “Ci vedremo ancora?” chiese al Pecuo “Chissà? Salutatemi la vecchia” disse, accennando alla figura immobile “e ditele che devo correre. Fidatevi di lei” Il Pecuo si allontanò mentre due cani spuntavano dalla strada della miniera. La vecchia non li vide subito e il Morbillo corse verso di lei con un bastone. Poi la vecchia capì e prese anche lei una verga. Il Morbillo si voltò verso la cugina immobile facendole segno di venire. Ma l’Ardea pareva imbambolata. “Andiamo noi da lei” disse Morbillo alla vecchia che lo seguì scotendo la testa. “Sembrano soli ma girano a branchi…” diceva guardandosi attorno. I cani osservarono i movimenti dei tre e s’allontanarono. “Cominciano a far paura, non se ne sono mai visti così tanti e affamati…. chissà cosa farò quando ve ne sarete andati”, “Per adesso non ce ne andiamo” disse cupamente l’Ardea. “Brutte notizie dal Pecuo? Perché è corso via?”, “Si! Brutte notizie; doveva correre e forse non è che sapesse molto, fatto sta che ha detto di salutarti e che avresti capito. La vecchia rimane pensierosa mentre l’Ardea si sedette con le mani sulla faccia e pianse.

Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – V puntata

Il Cifas

Tirai un sospiro di sollievo quando me ne andai da quel bordello e lo tirarono pure loro, visto come andavano le cose. Lì dentro era il massimo della degradazione e la tenutaria cercava solo di barcamenarsi. Sopra tutti c’erala Chipadi mio zio, padrona della casa e del bordello che non girava nei piani alti ma doveva nuotare nel torbido territorio fra l’empireo dei generali e i salotti delle dame; silenziosa, servizievole e puttana ma potente pure lei alla fin fine, perché i soldi son soldi e la Chipa li aveva di sicuro moltiplicati a non finire in quella palude dove sgusciava come un’anguilla.
Comunque nel bordello la realtà non entrava. La tenutaria proibiva qualsiasi argomento che non fosse il bordello, i clienti, i vestiti, i santuari, le novele, le stoffe e le madonne. Erano tutte devote quelle puttane e nelle loro stanzette – quelle poveracce dormivano dove ricevevano i clienti – avevano tutte un altarino con madonna e candele, ma di politica e rivoluzione neppure un accenno, ché anzi il solo parlarne era multe e, se finivi appena fuori le righe, un bel calcio e via. Del resto di spie ce n’erano di sicuro sia tra i clienti che tra le mignotte. Non ci voleva molto in quel paese per trasformarti in spia; non dovevano neppure pagare, bastavano le minacce e le minacce erano una cosa seria.
Vivevano nel terrore quelle poverette? No. Perché? Chi lo sa come si difende la natura umana? … ma adesso basta! Non voglio andar dietro a queste cose… Non che lì dentro non si sentisse quello che succedeva fuori perché c’erano spari tutte le notti e le bande scorazzavano tranquillamente davanti alla casa, ma quanto a parlarne, niente giornalista, nisba, niet, nada.

Partimmo su una corriera per il Santuario della Vergine. M’avevano equipaggiata di immagini, santini, libretto da messa e m’ero studiata la vita della poveretta che aveva parlato alla vergine. Viaggiavo col mio nome, da sola, ma sulla corriera c’erano pure due del Cifas. “Non ti cambieremo nome nè ti travestiremo. Sarebbe una cazzata dopo che ti hanno fermato alla frontiera … E poi si sente lontano un miglio che sei straniera da come parli la lingua. Sei straniera e basta” disse la tenutaria “Sei arrivata, sei devota ed essendo arrivata sana e salva hai subito voluto andare al santuario per ringraziarela Santa Vergine.Non impressionarti perché è una cosa normale…In questo bordello ci vanno ogni anno tutte la ragazze”
In effetti ci fermarono dopo quattro ore di viaggio, ma andò tutto bene. cercavano armi, non le trovarono e sequestrarono pane, formaggio, salame e soldi …ma del resto quelli non hanno certo lo stipendio come in Italia e se vogliono mangiare devono arrangiarsi. E loro s’arrangiano fin troppo con quella divisa sacra. Comunque tutti tirarono un bel sospiro e non protestarono certo per quei formaggi.
Al santuario trovammo altri due del Cifas – pensa erano davvero andati in pellegrinaggio per un voto, ma quello lo seppi molto dopo quando già ero al campo – e appena buio partimmo a piedi verso la montagna. Marciammo per tre giorni con quei quattro armati di mitra che parlavano poco, camminavano truci, senza fermarsi e imbracciavano il mitra a ogni sospiro. Imparai a muovermi per i sentieri e uno mi istruì pure su ragni, scorpioni, serpenti e vespe col risultato che alla sera a momenti ero terrorizzata più dai serpenti e dagli scorpioni che dai governativi, ma, spaventata o no, mi addormentavo subito tanto ero sfinita, tanto i piedi erano a pezzi.
Al quarto giorno, approdati a una casupola del Cifas su una collina che dominava un villaggio, ci fermammo a riposare, a mangiare e a dormire fino al mattino quando, arrivarono altri due guerriglieri, che parlarono fitto con altri. Poi uno, il Pequo, mi disse che ci saremmo fermati: “Avrai il battesimo del fuoco, italiana, nel paese sta arrivando l’esercito, ma arriveranno anche i nostri e, quando saranno qui, circonderemo quei bastardi e li ammazzeremo tutti”
Ma non successe così. Due ore dopo arrivarono i governativi. Non so neppure quanti erano perché di là sopra si vedeva poco, ma di sicuro c’erano un camion carico di soldati e tre camionette. Spararono subito quei bastardi. Mentre si avvicinavano due contadini li videro e cominciarono a correre verso i campi, ma una camionetta li seguì e li uccise senza neppure pensarci sopra; poi entrarono nel paese e quei maiali spararono. A mezzogiorno c’erano già pianti, sangue e morti e cominciò il peggio.
Il graduato sapeva bene cosa cercare e, infatti, in un amen una ventina di persone furono portati sulla piazza e radunati al centro sotto il sole. Poi disposero tutti gli altri su un lato e piazzarono una mitragliatrice dietro un balcone. “Devono vederlo tutti cosa capita ai rivoltosi e a chi li aiuta” mi sibilò un cifas. I soldati, coi mitra, si schierarono ai bordi della piazza.
“Hanno colpito giusto. Qualche bastardo ha fatto la spia” stava bestemmiando uno dei Cifas “… Cristo, ma non arrivano i nostri?” L’altro Cifas guardava verso il passo con un binocolo e scuoteva la testa.
“Sai europea?” mi disse uno dei primi quattro “Non hanno neppure bisogno di spiate precise. Basta una voce o anche meno; basta che il paese sia vicino alle zone del Cifas perché arrivino e facciano un macello”
“E adesso?”, “Adesso uccideranno tutti quelli che hanno rastrellato al centro anche le mogli e i figli. I figli degli ammazzati sono dei ribelli sicuri…”
Intanto laggiù il sergente stava parlando col megafano, diceva qualche parola ai contadini, parlava coi suoi, e tornava a urlare ai prigionieri. Non si capiva nulla, ma bastava vedere quella piazza silenziosa e quel sole che batteva sulle teste immobili per capire che cappa di terrore doveva esserci. Il comandante continuò per un’ora quella commedia, poi tutto tacque all’improvviso, mentre lui entrava in una casa con due soldati. Continuò così per due ore in assoluto silenzio mentre il sergente passava da una casa all’altra e parlava al telefono.
“Sono attrezzati adesso: telefoni portatili… Ma cosa aspettano?” sibilavano i Cifas “Perché non li ammazzano come fanno sempre…”, “Forse sanno che i nostri stanno arrivando”, “Li tengono lì sotto il sole e li torturano…”
Due caddero a terra. “Due vecchi- disse il cifas. una guardia si mosse e cominciarono a colpirli col calcio del fucile fino a che si tirarono in piedi, ma presto cominciarono a caderne altri e allora furono botte. “Li stanno riempiendo di botte quei bastardi” mi sussurrò nervosamente il Pequo. Sai come andava giornalista? Che quelli cadevano, i soldati li prendevano a calci e a quelli che non si rialzavano subito arrivava un colpo col calcio del fucile dove capitava, come se fossero bestie e poi toccava ai vicini rialzarli e tenerli in piedi. A un certo punto uno di quelli in mezzo alla piazza si lasciò cadere a terra e un soldato gli puntò il fucile in testa. Quello a terra gridò qualcosa e tentò di saltargli addosso. Forse il soldato si spaventò e sparò.
Si vide la testa esplodere e il sergente accorrere urlando contro il soldato. “La passerà brutta quel soldatino a sprecare una pallottola in quel modo” Ma intanto il sergente s’era voltato verso i dimostranti latrando come un matto; poi si avvicinò a un giovane e gli tagliò la gola col machete. Di nuovo latrò contro il soldato e chiamò gli altri. Quelli si avvicinarono da dietro e a gruppi di quattro li presero per i capelli e li sgozzarono tutti.
Non successe altro quel giorno. I governativi semplicemente salirono sui loro mezzi e se ne andarono in una nuvola di polvere. I Cifas stavano discutendo fra loro se scendere o no in paese. “Bisogna avvisare i nostri… catturare quel bastardo di sergente” dicevano “Sapere chi ha fatto la spia”
Poi arrivarono quelli del Cifas. Ci fu una discussione a cui partecipò anche il Pecuo. Quando tornò mi disse che loro sarebbero scesi. “E che farete?”, “Sappiamo chi sono le spie e taglieremo qualche testa”, “Ma lo sapete davvero?” Il Pecuo non rispose subito: “Se non lo sappiamo noi lo sapranno i contadini ma poi che importa? Adesso i contadini hanno visto il terrore dei governativi e non possiamo andarcene senza mostrare il nostro…Devono sapere cosa capita a chi collabora con quei porci … Adesso alzati perchè noi si parte subito”, “Noi?” chiedo “Alzati europea, io e te togliamo le tende e poi è meglio che tu non veda” replicò lui. Mi guarda con durezza, e sapendo quanto era gentile, capisco che il comando è definitivo e prendo il mio zaino.

Di lì in avanti fu solo disperazione. Cominciò la febbre, i piedi si piagarono, il sole che martellava e il Pecuo che saliva e saliva sulle pietraie; salite, discese, salite su quelle pietraie alluvionali, con le ginocchia che si piegavano e la testa come un fuoco di dolore pulsante Poi la febbre salì ancora e con quel sole non ce la feci più. Quando caddi, il Pecuo si fermò, bestemmiando. Non capivo ancora bene quella specie di spagnolo che parlavano lui e gli altri, ma capivo i toni e sentivo ira e compassione nelle sue parole. Forse ci furono addirittura degli spari, ma io dovevo essere in delirio.
Mi bagnava la fronte “Hai la febbre alta, ragazzina” diceva il Pecuo che poi trovò aiuto o lo cercò o non so che diavolo capitò, fatto sta che fui caricata su una barella con la testa coperta di stracci bagnati.
Il fatto era che ero partita di corsa, senza vaccini e per i germi fu una pacchia scorazzare e pascolare nelle mie praterie. Andò molto meglio al Morbillo che fece tutte quelle iniezioni, anche se non ne aveva nessuna voglia e forse neppure necessità col suo sangue indio. Anche il suo viaggio verso la montagna fu più facile perché, vivendo più di un mese al bordello potè adattarsi e poi mica fece quella marcia infernale. Partito con i tagliatori, fece quasi tutto il viaggio in camioncino.
- E così arrivasti al campo con la febbre….
- Sì, ci arrivai ma non era il campo. Voglio dire che non era il campo della Chela ma solo un villaggio abbandonato dove tenevano qualche ferito, qualche guerrigliero di guardia e due giornalisti che aspettavano per intervistare guerriglieri e capi.
In ogni caso ci tenevano chiusi in quei ruderi per tutto il giorno. Nella mia c’erano i due giornalisti e altri ammalati di febbre come me; in quella di fianco c’erano dei feriti. Al campo della Chela ci approdai dopo.
- Ma come fu il primo incontro conla Chela?
- La Chela! Ma che importa il primo incontro! Che poi è tutta da ridere. Ti ho già raccontato che mi ricoverarono in quello strano villaggio. Beh un bel giorno, arrivarono un bel po’ di feriti. C’era gente a pezzi e tanto sangue da vomitare, così, anche se ero appena sfebbrata mi traslocarono e mi portarono su. Mi portarono per modo di dire, perché dovetti salire con le mie gambe. Così, quando arrivai, davo di nuovo i numeri e non so proprio se quel giorno c’era o non c’erala Chela. Quellimi piazzarono sotto una tenda e mi lasciarono lì. Qualcosa lo percepii, ad esempio che in quel campo c’era una radio mobile, che c’erano guerriglieri e anche i due giornalisti. Uno era argentino, piccolo, scuro e l’altro canadese con un sorriso da ottanta denti. Avevano sloggiato tutti per far posto ai feriti e così anche i giornalisti erano riusciti ad avvicinarsi alle alte sfere, anche se il campo dove c’erano della Chela e del suo gruppo, non era quello delle alte sfere e tanto meno lo eranola Chelae i suoi.
- E ti curarono…
- Per modo di dire. Avevo un’infezione credo o forse una ferita infetta al piede o chissà cosa, comunque fu sotto quella tenda che la grande Chela venne a chiedermi che cazzo era venuta a fare lassù.
- Quella stronza viveva in una capanna dove arrivava di tutto: ragni, formiche, scorpioni, serpi, vespe e c’era un caldo che ti friggeva le cervella e a lei doveva averle fritte davvero:la Chela, la famosa Chela era ormai stanca, sfinita, rimbambita…
- E poi?
- Poi c’erano gli altri, gli indios che invece vivevano in capanne fatte come dio comanda, sperimentate da secoli, non dico fresche, ma sopportabili di giorno e calde di notte. Anche se parlare di fresco e di caldo in quella regione è mica come parlarne qui. Là ti liquefacevi durante il giorno, con quelle zanzare che ti seguivano come una nuvola, scendevano a turno a farsi uno spuntino e ti lasciavano dei ponci che ti facevano grattare di giorno e di notte. Il bello è che non eravamo in alta montagna forse sette ottocento metri, anche se lì nessuno lo sapeva. “Siamo in una sella di una montagna che non c’è” ripetevano “Siamo in una sella di una montagna che non c’è” ed era come se recitassero un comandamento.
- Ma non era pericoloso così in basso coi militari?
- Sembra di no, per arrivarci si doveva salire e scendere, salire e scendere, pietraie, mezze paludi, desolazione e solo sentieri. Era il posto più sicuro del mondo!
- C’era una specie di stregone che aveva una crema puzzolente. “Metti questa, metti la crema dello stregone contro le zanzare” dicevano “funziona da secoli” Io lo feci e qualcosa migliorò anche se certe zanzare e certi mosconi se ne facevano un baffo della crema e dello stregone. Insomma la crema funzionava molto meglio sugli indios! Tanto bene che non se la mettevano neppure e funzionava lo stesso.

Veniva a trovarmi il giornalista canadese. Mi soccorse ma per modo di dire. Voleva far vedere che si interessava a me e che aveva a cuore il mio benessere. Sembrava sincero, insomma. Parlavamo, se mi ricordo bene, addirittura di evoluzione, di biologia, di rivoluzione ma non troppo: “Ti agiti troppo e ti sale la febbre” diceva gentile e amorevole e mi portò pure le sue pastiglie: “Pastiglie militari tuttofare” mi disse “ne pigli tre, una al giorno e ti stroncano la febbre” Un vero angelo in quei momenti ma si vedeva lontano un miglio che il bastardo voleva chiavarmi, e infatti ci tentò subito, non appena mi passò la febbre quando, ancora debole, partì e quasi ci riuscì a infilarmelo dentro, nonostante mi dibattessi. Prima lo feci con gentilezza perché, santo dio, pensavo che bastasse dirglielo chiaro che no! Che non volevo né il suo né nessun altro aggeggio; e tieni conto che c’era pure un po’ di gratitudine. Ma, quando vidi che non mollava e che anzi, dopo avermi strappato le mutande, aveva tirato fuori l’uccello, allora scalciai e urlai, santo dio, col risultato che lui non batté proprio ciglio e non si vergognò neppure quando arrivarono due indios col fucile in mano. Aveva ancora le brache abbassate e non si curò neppure di alzarle. Per non parlare dei due indios che se la sghignazzavano felici.

Poi arrivò la Chela che almeno quella volta gelò tutti e si comportò da Chela. Entrò col fucile e si guardò attorno fissando prima me, poi le due guardie e infine il canadese. Forse sapevano com’era la Chela in quelle cose, fatto sta che s’immobilizzarono tutti; anche quello stronzo di giornalista. “Voleva violentarti questo bastardo?” mi chiese e io mica esitai a dire “Sì, e deve ringraziare che sono debole…”, “Ma io no!” m’interruppe lei con durezza e colpì il canadese proprio fra i coglioni con un colpo che poteva pure ucciderlo. Fu un attimo. Il giornalista crollo senza fiato, i due cifas cercarono di imbracciare i loro fucili, ma si trovarono la canna del mitra della Chela davanti alla bocca. Poi i due Cifas si portarono via il canadese che boccheggiava. “La prossima volta ti sparerò in testa” gli sibilò dietrola Chela, mentre l’altro usciva sorretto dai due Cifas.

 

Il campo

- …Parlai molto con i guerriglieri ma ti giurò che certe volte non credevo alle mie orecchie e mi chiedevo: ma è una rivoluzione o una pazzia? Sono pazza io o qui siamo tornati nelle caverne.
- E quello era il campo della Chela…
- Sì! C’era lei col suo gruppo e questa fu un’altra delusione perchéla Chelanon era proprio come me l’ero sognata…
- E com’era?
- Com’era?…Stanca? Cinica? Disillusa? Si, questo si può dire; parlava poco e aveva perso la passione e poi non voleva proprio saperne di criticare il Cifas. Ma allora non la capii in quel modo e non senza ragione perché era chiaro che le dava fastidio farsi vedere in quello stato da me che, oltretutto, ero l’ultima arrivata. Mi detestava perché quell’ultima arrivata che era sua nipote si metteva a pontificare e a criticare. Mi diede della Pirla con disprezzo, ma quello che dicevo io avrebbe dovuto urlarlo lei? Sì, usò proprio quel termine italiano della bassa per irridermi.
- Credimi ero antipatica sia a lei che al suo gruppo; lei, poi, mi disprezzava e mi trattava come una cretina …O forse ancor peggio… Ché poi mica era il suo nome quello! Non lo sai giornalista?! Si chiamava Aida e fu laggiù sulle Ande che prese il nome di Chela…
- Chela! Capisci? Chela! Lei diceva che era il suo nome da combattimento, e quando io la chiamai zia lei mi corresse insultandomi. “Chela!” Mi disse con ira, “Chela”. Ma la cogli, giornalista? Cogli la derivazione?! Quando sentii quel “Chela” mi venne da ridere anche se quel giorno con quella zia tanto veneranda, piena di cicatrici, compagna col Chè in Bolivia, riuscii a fermare la lingua. Hai capito? S’era inventata un femminile di “Chè”
Continuavo a ripetermelo e a sogghignare…’Chela’, “Chela” mi ripetevo e se la prima volta non le avevo riso in faccia perché ero in venerazione davanti all’idolo, non passarono due giorni che quell’idolo cominciò a cadere e potei chiederglielo con tutto il mio sarcasmo di quel “Chela” femminile di “Chè”: la grande Chela appariva come un relitto inutile depositato in un angolo perché non intralciasse.
- Cosa faceva?
- Per cosa la tenevano vuoi dire? La tenevano come un mito, un totem, lei e il suo gruppo. Ogni tanto venivano a prelevarla per farle incidere dei discorsi che poi trasmettevano dalle loro postazioni. Quei discorsi erano ascoltati in tutto il paese “Ha parlatola Chela” dicevano nelle città! “Ieri sera ha parlatola Chela” e tutto quel che diceva era oro; oro per il Cifas ma disperazione per lei che doveva dire quel che volevano loro mentre lei,la Chelasu quella rivoluzione tribolare – lo capii dopo, molto dopo – la pensava come me. Lo venni a sapere molto dopo che per quei testi era un litigio continuo anche se alla fine faceva quello che voleva il Cifas. Ma poteva far altro? Forse se fosse stata ancora la vecchia combattente; ma ormai vecchia e disillusa com’era, relegata su quella sella di un monte che non c’era…
C’impiegai un mese per capire chi comandava e cosa pensava chi comandava Era il Cifas, l’oracolo, il Mao del Cifas. Era lui che si faceva chiamare Cifas, come se Mao si fosse fatto chiamare Cina… come a dire “Io sono la rivoluzione”, “Io incarno la rivoluzione” Non fa venire in mente l’incarnazione dei preti? Ci mancava solo più che dicesse “Io sono colui che sono” per completare il quadro.
E poi i contadini! “Pazzie, pazzie!” mi dicevo; quelli volevano chiudersi nella loro regione, cacciare le multinazionali, gli States, la scienza e chi più ne ha più ne metta. Questo non ti ricorda Lol Pot e Rousseau? L’uomo in natura è puro: è la civiltà a corromperlo Per Lol Pot chi sapeva leggere, chi conosceva una lingua persino chi portava gli occhiali era ormai un corrotto dalla civiltà. Ebbene somma Roussau col Vangelo e avrai il Cifas. Lo stato felice e incorrotto di natura è il paradiso terrestre, la mela e il demonio sono la conoscenza. Se esistesse un inferno sono sicura che anche San Tommaso, Agostino ecc.ecc. ci sarebbero. Quale maggior peccato di superbia che pretendere di indagare la natura di Dio?
Volevano pure togliere il voto alle donne e richiuderle in casa. E poi le tradizioni, le superstizioni, i preti…. “Ma che tradizioni, santo dio!” mi dicevo “Ma che follie! Vogliono finire come in Afganistan? Ma possibile che gli oppressi debbano sempre redimersi nella follia?”
“Qui, dicevo alla Chela, non è che rifiutano solo la scienza; qui rifiutano la conoscenza. Vogliono tornare nelle caverne?”, “Sì?” mi motteggiava “Non me ne sono accorta, per fortuna che sei arrivata tu” Vedi giornalista quanto mi irrideva? Ma santo cielo, è un attimo: un passo indietro e tutti si torna a lottare con la peste, i pidocchi, la fame, a lavorare come bestie coi figli che crepano.
- E il quartier generale?
- A quanto ne so era in un vecchio tendone da circo, nascosto e camuffato da roccia e cespugli a non più di sei o sette chilometri da noi, visto che l’Amaio, c’impiegava non più di mezza giornata tra andare e venire, anche se lui negava tutto, negava il tendone, negava il comando, negava addirittura di essere uno di loro. Ma non poteva certo agire diversamente, viste le spie che il governo infiltrava nel Cifas e quelle che il Cifas infiltrava nel governo. Ma chi se non lui, che era del posto, che veniva dalla guerra in Bolivia, che aveva del buon sale in zucca, chi meglio di lui, doveva essere sotto la tenda?

 

L’Amaio

- Una volta la rivoluzione era redenzione, capisci?- dicevo alla Chela e al suo gruppo…Erano sei sette persone, ma quello vero era formato dalla Chela da un slavo e da due cubani: il ‘silenzioso’ e il ‘cubano’, quanto allo slavo, lo chiamavano Iugo o Slavo. Erano con lei da vent’anni, avevano fatto tutte le rivoluzioni possibili, ne avevano visto di tutti i colori e avevano piaghe da tutte le parti. Ma, comela Chela, erano disillusi, sfiniti, sconfitti Del resto erano passati da una rivolta all’altra ma avevano sempre perso.
- Insomma, dicevo, i comunisti ne hanno fatto di tutti i colori in Russia, in Cina, in Cambogia. Sono riusciti ad azzerare cento anni di civiltà, hanno sputato sulla libertà… polizia segreta, polizia politica, processi, internamenti, fucilazioni; un macello, un immenso macello, ma almeno c’era la redenzione dalle religioni e da dio, l’orgoglio dell’uomo e della donna, la parità. Ma qui?… Le donne in casa?… … Potranno lavarsi o non glielo lasceranno fare? E poi cosa sono tutti questi preti? ‘Teologia della liberazione ‘Ma cosa vogliono liberare con la teologia?
- Dicevano pure che bisognava rispettare le tradizioni. Ma certo, perché no? Coltiviamole e innaffiamole pure con del bel concime … Perchè non conservare anche l’infibulazione?
- E con gli altri non parlavi? -, – Con chi? Con lo iugoslavo e coi cubani? -, -No, coi contadini e coi Cifas…-, – Sì, qualche volta ma in definitiva era una guerra mica un confessionale.

Poi arrivò il Morbillo e, anche se sapevo che per tanti versi era poco più che un animale, a me parve che fosse arrivata un folata di aria pura. Il suo incontro con la Chela invece non poteva essere peggiore. Si guardarono rigidi. Lei come un soldato e lui…Beh, lui era il solito Morbillo … Comunque lei volle subito metterla in chiaro e, dopo aver preparato in silenzio una specie di infuso che si beveva lassù, dopo averlo servito in silenzio, dopo che il Morbillo ne ebbe trangugiato due tazze, gli chiese: – Sei venuto per me? -
Lui fece segno di no…ed era vero. Tra l’altro non sapeva neppure che avrebbe trovato la madre. – Meglio – disse lei – e non aspettarti nulla da me: tu sei figlio mio, ma pure dell’indio che mi ha violentata – Il Morbillo fece un segno con la mano come volesse dire “Basta così” e così fu. Tutti bevvero in silenzio e poi mi presi il Morbillo, perché – capisci giornalista – lui non sapeva ancora nulla di suo padre e io, che l’avevo appena saputo dall’Amaio, non volevo che venisse a saperlo da lei.
- Chi era l’Amaio?
- Era un indio, un amico della Chela e del gruppo che però non viveva con loro. Ogni tanto lasciava lo stato maggiore, la corte o come diavolo si chiamava e veniva a prendere il te dalla Chela. Con me fu sempre più gentile e paziente degli altri….
Aveva combattuto anche lui per tutta l’America e in Perù aveva conosciuto il gruppo e combattuto con loro, s’erano separati e poi ritrovati nel Cifas. – Io sono un indio e conosco queste terre e questa gente – mi disse – per questo mi hanno dato altri compiti – Il gruppo aveva una grande stima dell’Amaio.
- Era l’unico a non snobbarmi, a discutere con me e a controbattere con serenità, calma e soprattutto rispetto. Quel rispetto che non avevano né la Chela né gli altri.
- Mi chiamava “nipote di Chela” e aveva un così grande affetto per lei che mi venne il sospetto fosse lui il padre del Morbillo, ma la verità venne fuori mentre lui beveva il tè dalla Chela ela Chelaera con lo iugoslavo a pestare certe foglie che fumavano col tabacco.
- Lo sai bene chela Chela non è una donna? – mi disse – Lo sai come nacque il Morbillo? – Io feci segno di no – Eravamo in Perù, cascammo in un’imboscata dell’esercito e dovemmo disperderci.La Chela rimase con un indio violento che la protesse ma alla seconda notte la violentò. Quella notte la Chela gli tagliò la gola, mentre dormiva,.
- Perché non abortì?
La Chela è una che parla poco. Forse non si fidava di queste maneggione delle Ande o forse chissà. Così partorì e lo spedì in Europa.

 

Il Caimano

- Lui, il Morbillo, lo venne a sapere?
- Oh si; e ci pensò sopra parecchio a quel suo padre indio che giaceva chissà dove. Ma aveva una testa tutta particolare tanto che quando immaginava quelle ossa bianche, immobili sotto il sole, diventava inquieto.”Sogno quelle ossa bianche sotto il sole” mi diceva alla notte “e non so neppure dove sono per andare a coprirle” Poi era andato dalla Chela per sapere dov’erano.
La sequenza fu questa: andò dalla madre a chiedere se la storia era vera ela Chelagli rispose a muso duro che l’aveva ucciso come un cane “Mi ha steso come un’animale, quell’indio che era tuo padre; mi prese per i capelli come se afferrasse uno scalpo. L’ho sentito mentre mi tagliava la carne. Poi si è sdraiato e si è messo a russare come se niente fosse. L’ho guardato fino all’alba quel bastardo e al mattino gli ho tagliato la gola” Il Morbillo la guardava duro, in quel momento, ma poi se ne andò senza dir nulla.
Con lei non toccò più quell’argomento ma cominciò a chiedere di suo padre a chiunque arrivava. Dopo una settimana conobbe un indio che era stato conla Chelae con lui.
“Ah, sei il figlio della Chela e del Caimano” aveva esclamato l’indio e si vedeva che era felice d’incontrarlo “Vuoi sapere di tuo padre, vero?” Il Morbillo annuì “Era un uomo strano … duro” cominciò l’indio, ma piaceva a tutti e tutti lo rispettavano… veniva dalla giungla e non so come ci fosse capitato nella rivoluzione, ma ci credeva e ci insegnò a tirare con l’arco e le cerbottane… preparava anche i veleni facendo cuocere una mistura di foglie e radici che andava a raccogliere nella foresta. “Porta qualcuno di noi, indio” Gli chiedevamo ma lui non rispondeva neppure. Quando era il momento scioglieva le polveri, mescolava, cuoceva e ci faceva immergere le punte prima di combattere… da lui imparammo a uccidere in silenzio… e i fascisti impararono a temerci…. Era un uomo forte!… Poi capitò quella storia conla Chela… Ma, e te lo dico anche sela Chelaè tua madre, non doveva farlo … Certo lui l’aveva fatta grossa… l’aveva violentata come facevano i governativi con le contadine, ma bastava per ammazzarlo come un cane o doveva lasciare che decidessimo noi? Noi, i tiratori con l’arco, volevamo ucciderla ma accettammo che decidesse il consiglio e quando capimmo che non l’avrebbero accusata di nulla, ce ne andammo in un’altra brigata.
“Era un indio speciale, un figlio di caimano” gli disse ancora baciandolo prima di andarsene e il Morbillo fu molto colpito da quel “figlio di caimano” che aveva già sentito al bordello. Così andò dalla madre a chiedere di quella sua strana pelle che non sudava.
Ricordo che era emozionato e balbettava. “Figlio di caimano” le chiese trasognato “Sono davvero un figlio di Caimano?”La Chelalo derise: “Figlio di caimano? Sei figlio mio e di un maiale. E glielo detto anche a tuo padre mentre il sangue gli gorgogliava in gola. Gliel’ho urlato: crepa! Crepa come un fascista” Mi guardava disperato il Morbillo mentre me la raccontava: “Ardea” mi disse “la Chela ha continuato a ripetermelo cosa urlava a mio padre mentre lui moriva “Sei come loro, sei come i fascisti!”

La tenutaria mi aveva scoraggiato ma era stata proprio lei a dirmi che l’Amaio era al governo. “ Chiedi alla Chipa!” m’aveva detto ela Chipas’era data da fare e tramite un giornalista e poi il suo direttore, ebbi l’appuntamento nel suo ufficio.
Fu gentile ma volle sapere cosa volevo scrivere. Quando capì non fece nessun problema “Per quello che so, nessun problema e tu promettimi di salutarmi quella ragazza e il Morbillo”
“Lei,la Chela, lo iugoslavo i due cubani tutti con tutte quelle rivoluzioni alle spalle formavano gruppo a sé. Si riunivano nel caldo del pomeriggio sotto un enorme fico a bere il tè o alla sera vicino alla tenda della Chela a parlare del passato. Non erano tenuti in gran conto.La Chelaaveva una coscia sforacchiata e una cicatrice sulla schiena che la faceva ululare nei giorni di vento e gli altri non erano messi meglio. Solo Iugo, che pure aveva cicatrici da tutte le parte, sembrava a posto. Era fatto di ossa, di nervi, di muscoli e benché si dicesse che avesse un grande cuore, se ce l’aveva, lo teneva nascosto. I due cubani erano stati assieme vent’anni e vent’anni sono un’eternità. Fratelli chiedi, giornalista? Molto di più, molto di più.
Prima che arrivasse la nipote però si erano adeguati a quel tram tram e lo vivevano come un crepuscolo. L’Ardea fu come un cerino acceso, perché con lei arrivò la vita, anche se quella vita sembrava solo voler solo litigare con loro. E il bello era che gli altri, in un certo senso, li accettava “Quelli sono come li ha fatti la loro ignoranza” diceva; ma non Chela e il suo gruppo. “Sopravvissuti” mi disse una volta “vecchietti in letargo, almeno fossero venerandi e venerati; e invece li hanno messi in un angolo e li tengono lì.”
Soffriva a vederli conciati in quel modo… li voleva vivi e forse sospettava che, in fondo a loro piacesse quel nido caldo in cui li aveva piazzati il Cifas. Così li vidi sempre duri fra loro: l’Ardea che li provocava e loro che la snobbavano e la trattavano come una ragazzina stupida e superba. Parlavano ma non finivano mai un discorso senza detestarsi. E poi bisogna dirlo: quell’Ardea era una provocatrice.
- E gli altri?
Non le davano peso e poi c’era la guerra e lei e il Morbillo si comportarono sempre bene.

Azioni

- La Chelacombatteva?
- Li trattavano come bicchieri di vetro; nessuna missione pericolosa e sempre nelle retrovie. Per loro mostrare la Chela era come spalmarsi addosso il miele per attirare le mosche.
Ma lo sapeva pure l’Amaio che erano dei relitti…La Chelaera arrivata vent’anni prima e aveva quarantadue anni ma gli altri erano tutti oltre i cinquanta; dei sopravvissuti, insomma, e per di più, secondo loro, anarchici e inaffidabili. In genere funzionava così: i guerriglieri attaccavano e loro rimanevano in alto, pronti a intervenire se le cose pigliavano una brutta piega. In questo caso i guerriglieri si ritiravano e loro dall’alto li proteggevano.Il Morbillo sparava bene ed ebbe subito un doppio battesimo. La prima fu una cosa da poco; si doveva assaltare una fabbrica alla periferia di un paesone. Il gruppo della Chela si limitò a osservare l’assalto e solo alla fine cominciò a sparare. Non che ce ne fosse bisogno poi. “Spariamo di quassù per far casino” aveva detto lo slavo al Morbillo “devi sparare in ogni direzione e in fretta: confusione e casino, figlio di Chela, così loro non capiscono più nulla e i nostri possono ritirarsi senza sorprese. Ma il Morbillo quella volta non sparò a caso chè anzi riuscì proprio a individuare un cecchino e lo colpì. “Spara bene tuo figlio” disse poi lo slavo alla Chela mentre s’inerpicavano sulla montagna e lo disse pure al Morbillo:”Dove hai imparato?”. Ma il Morbillo alzò le spalle e passò avanti. Il Morbillo era fatto così; lui le cose le sapeva fare o non le imparava, ma vallo a spiegare a uno come lo slavo che esisteva gente che svelava virtù e abissi di demenza.
Quella sera ci ritirammo sulla montagna con un solo ferito, che trasportammo in barella. Camminammo tutto il pomeriggio e alla sera approdammo a un campo dove ci aspettava l’Amaio: “Dobbiamo aspettare un altro gruppo con tre feriti” disse l’Amaio e così ci fermammo.

Anche se era stanca quella sera l’Ardea non rinunziò a polemizzare su quella rivoluzione fatta coi preti. Di solito nessuno la stava a sentire ma quella sera un guerrigliero, dopo la sua sparata, le parlò: “Ho sentito i tuoi discorsi, nipote di Chela, e voglio solo raccontarti una cosa.
“Quando ero piccolo i contadini lavoravano per i latifondisti che li pagavano dando un po’ di sementi e un po’ di terra da coltivare; si faceva la fame, mio padre si ammazzava di fatica nella fattoria e poi doveva tornare a casa a piedi, per lavorare quella poca terra. Mia madre ci faticava di giorno e lui di sera. Come bestie. E guai a chi protestava. Un anno ci diedero sementi marce e mio padre ne chiese altre. Va dal fattore e gli dice “Dammi nuove sementi altrimenti i miei figli creperanno di fame”, “Dategli le sementi” dice il fattore e gli diedero le sementi e un sacco di botte. Se le prese e se ne tornò perché mica si poteva fare altro. E loro sempre a piangere … se i raccolti erano buoni e abbondanti dicevano che troppo mais voleva dire prezzi bassi e se il raccolto era scarso sai che dicevano? Che era scarso e basta e a noi dicevano: “Figliate come conigli e poi venite a chiedere meno lavoro, più terre e più sementi. Ma mica la terra è infinita; mica le ho scopate io le vostre mogli. “Hai capito figlia di Chela?…E intanto loro avevano ville e vestiti, macchine nuove mentre noi si moriva di fame. Ma dico io non siamo tutti figli di dio? Quei bastardi a quei tempi ingannavano pure Dio e tutto perché noi si lavorava la domenica e non si andava alla messa mentre loro non la smettevano mai di dire ai preti quanto fossimo barbari e ladri. Capisci figlia di Chela ingannavano i preti, ma oggi dio e i suoi preti sono con noi.
“Forse che Dio scompare se esistono uomini senza cuore?” Intervenne un altro polemico “Forse che Dio scompare se esistono uomini falsi? Non dobbiamo combattere Dio ma il diavolo”
L’Ardea quella volta non replicò.
A meta notte arrivò l’altro gruppo. Due erano sulle barelle e due si trascinavano. Feriti, sfiniti dalla fatica e a pezzi. Si decise di partire subito. Io, che dovevo reggere una barella e portare sulle spalle due zaini, camminavo e basta; mettevo i piedi dove li metteva l’indio che mi precedeva e andavo avanti. C’era buio e freddo e non so come ma camminai per sei ore fino al mattino con quei piedi che si riempivano di vesciche. Arrivai stravolta mentre i vecchietti ela Chelanon sembravano neppure stanchi. Alla sera arrivò pure il Morbillo con i due Cifas mandati a ricuperare il bottino, le armi e i muli. Anche loro arrivarono freschi e tranquilli; eppure erano più carichi dei muli e avevano camminato per dieci ore di fila. Il Morbillo, poi, coperto dagli zaini, dai sacchi e dai fucili, sembrava un mulo tanto era chino e congestionato; eppure come si scaricò fu come se avesse fatto una passeggiata.
“Ci ha tenuto allegri, il figlio della Chela” disse uno dei due “ci ha raccontato storie di animali e le fa davvero sembrar vere tanto imita bene le voci, i versi, i suoni degli uccelli e delle volpi. E’ davvero formidabile. Poi si è messo zufolare… “ma dove lo prendi tutto quel fiato? Ho dovuto dirgli. Morbillo stai zitto che anche le montagne e le notti hanno orecchie” e lui mi ha ubbidito. E’ un bravo guerriero… è uno di noi.
-Il vero combattimento fu il secondo. I governativi , nascosti a più di dieci chilometri, ci stavano aspettando e così quando i ribelli attaccarono nel giro di un’ora si ritrovarono addosso l’esercito. “Un disastro” abbaiavanola Chelae lo iugoslavo sparando. “I nostri hanno perso la testa! Venite via, ritirativi da questa parte” continuava a implorarela Chela. Poii ribelli riuscirono a coordinarsi: sparavano e si ritiravano, sparavano e si ritiravano mentre noi, in qualche modo li coprivamo.
Lo slavo chiamò il Morbillo “Adesso devi capirmi; noi non dobbiamo lasciarli nelle mani di quei macellai; ai morenti tagliano la testa e i coglioni per spregio, ma chi se ne frega? Sono morti: Amen. …. Ma i feriti li curano, quei bastardi, li guariscono e poi li torturano per farli parlare. Gli tirano fuori tutto con le pinze e poi li fanno a pezzi. Io ci sono stato e anchela Chela. Manoi riuscimmo a scappare… Hai capito Morbillo, questo è il tuo compito?”
- Il Morbillo non lo capiva – mi fissava come a dirmi: – Cosa dice? -, – Forza Morbillo. – Gli ripeteva lo slavo e anche la Chela che ascoltava in silenzio dovette parlare – Devi sparare ai feriti, capisci? -La Chela parlò chiaro insomma e il Morbillo capì.
Fu un brutto battesimo per il Morbillo? Difficile dirlo per uno come lui che comunque non esitò. Come vide cadere i primi feriti, si sistemò, prese la mira e sparò alla testa. Non sbagliava un colpo. Continuò a mirare e sparare, ogni colpo una testa e una morte definitiva.
I governativi dopo aver piazzato dei tiratori sui tetti, cominciarono a salire la collina e fecero arrivare una camionetta col bazooka. I Cifas salivano in fretta e ordinati, fermandosi a turno a sparare ma quando il grosso bazooka cominciò a sparare fu una catastrofe.
“Bisogna eliminare il bazooka” Gridava lo iugoslavo ai due cubani, ma i cubani non lo ascoltavano e continuarono a sparare ai cecchini.. “Sparate sulla camionetta, dio santo” tornò a urlare lo slavo “E’ troppo lontana” gli urlò il cubano. Poi il bazooka puntò sul nostro gruppo.
- Lo slavo voleva ordinare la ritirata, ma i cubani non cedettero: “Aspettiamo i nostri che salgono”, “Ma non si salverà nessuno!” urlò rabbioso lo slavo
- E la Chela?
- Non mi ricordo se intervenne ma tutti davano ragione allo slavo e quando arrivò il primo colpo di cannone morirono in quattro. “Arriva” gridò qualcuno e noi appiattiti contro le rocce sentimmo il pezzo arrivare e schiantarsi dietro di noi. Non sì udì neppure un lamento ma quando la polvere si dissipò due erano senza testa e due vivi ma dilaniati. Lo slavo li finì. “Via!” ordinò e nessuno si oppose.
Ci buttammo in un bosco poi entrammo nel canalone di un torrente in secca. “Su, su, di corsa” incitava lo slavo “di corsa senza sparare e senza fermarsi” Si fermava lui ogni tanto e puntava il binocolo. “Non ci inseguono” diceva “Non ci inseguono”.
- E infatti non ci inseguirono. Quei militari erano delle lenze e neppure se lo sognavano di rischiare la pellaccia dopo un successo di quel tipo. Visto che avevano una collina e un paese pieno di corpi di rivoltosi, chi glielo faceva fare di seguire i banditi sul loro terreno? No, non se lo sognarono proprio.
Camminammo quattro giorni per tornare e fu davvero un funerale quando ci videro. L’Amaio venne nel pomeriggio e raccontò alla Chèla che i governativi avevano caricato i rivoltosi su due camion ammassati l’uno sull’altro e si erano fermati nelle piazze di ogni villaggio. Lì, in quel caldo d’inferno, tiravano giù i cadaveri che puzzavano da vomitare e costringevano tutti a uscire per vederli. Non aveva notizie di altre mattanze, l’Amaio. “Ma ci sono state di sicuro c’è sempre qualche poveretto che perde la testa”

 

Il Morbillo al campo

- Per il Morbillo fu tutto più facile. Ebbe il tempo di preparare tutto, approdò al bordello e di lì salì al campo. Perché ci venne? Potrei dare cento risposte, ma in realtà non l’ho quasi conosciuto, giornalista.
- Certo, a quanto so, a lui della rivoluzione non fregava niente. Non ci credeva, non la capiva. Combattere? O certo! Fece il suo dovere, ma solo perché era lì.
- Sai giornalista una volta ho parlato del Morbillo con la tenutaria del bordello e lei mi ha detto che, se il Morbillo avesse voluto fondare una setta, avrebbe avuto un sacco di seguaci. Una volta Pitagora… l’hai conosciuto? … Sì, lo so che è un po’ fuori di testa…ma allora non lo era e fu lui a raccontarmi quello che aveva combinato al bordello. E ne era entusiasta. Ebbene, che volevo dire?… Ah, che sono d’accordo con la tenutaria: era un essere che riusciva a ammaliare la gente.
- Lassù si mise a suonare e a far discorsi sugli astri e la loro musica. Eppure sai come li incantava quei contadini. Che poi erano guerriglieri, mica contadinotti! Spiegava l’armonia dei cieli, indicava Venere, le stelle e le costellazioni e raccontava degli antichi Dei della Grecia. E poi era un groviglio di numeri quel Morbillo! Di numeri, di armonie, di melodie cantate, suonate e raccontate che lasciavano a bocca aperta i campesinos che, meravigliati, cominciarono a sondare quella testa speciale che eruttava cascate di numeri e musica.
- Dicevano due numeri a caso, chiedevano la moltiplicazione e il Morbillo pronto e veloce sparava. Non ci credevano i campesinos e dicevano “Controlla!” E allora qualcuno pigiava sui tasti, per concludere con una risata incredula, che il Morbillo aveva ragione.
- Si fece subito una gran fama: per i numeri, per i concerti col flauto, per le favole e le sfere celesti. Impressionò tanto che cominciarono a pensarlo come un ribelle speciale, un uomo speciale, un santone. Cercò pure di fare un’orchestra coi flauti e le armoniche a bocca e ci riuscì così bene che la storia di quel ribelle cominciò a girare per i campi perché, quello era un campo di passaggio e c’erano gente che andava, veniva e sentiva lui col suo zufolo incantare e commuovere.
- In battaglia si comportò sempre bene ma scoppiarono grane proprio per quel che faceva con lei. La sai già la storia; il Morbillo era quasi un animale e non si vergognava neppure di essere visto mentre si masturbava.

 

I comportamenti del Morbillo

- Sì, ci cacciarono via. Il Morbillo è quello che è e lassù certe sue azioni facevano rabbrividire. Ma è proprio questo il problema. Era proprio per quella loro cultura che io litigavo e mi facevo odiare.
- Santo cielo, la questione era quella ma contestavano anche me; ché poi era la stessa questione ossia la loro ignoranza, la schiavitù delle donne, la religione. Ed è proprio questo che mi dicevano, che le ‘loro’ donne era una ‘loro’ questione. Ma non capivano che così si martellavano sui coglioni? Ma, santo cielo! Dov’era finita la necessità di redimersi, istruirsi e sapere? Marx si sentiva un figlio della ragione non certo dell’età della pietra. Che ci facevano lassù comunisti, preti e stregoni? E dov’era la vera Chela? Solo l’Amaio ammetteva qualcosa.
- Sai, figlia di Chela, mi disse una volta, quello che dici sulle donne è vero e pure che il capo non è come me ola Chelache abbiamo combattuto in Perù, in Bolivia, nel Chifas, ma abbiamo anche discusso, parlato e studiato. Non tutti sono come lui ma anche se si vince, questa rivoluzione sarà come le altre e non porterà da nessuna parte.

- Si, giornalista, mi ricordo d’averlo detto, ma lo feci per calmarla. Lei non se le teneva e provocavala Chelasperando si svegliasse a furia di morderla. No! proprio non si capirono e non si parlarono. La nipote riusciva a irritare tutti perché ce l’aveva con quella Chela così stridente col mito.
- Anche i cubani ormai andavano in bestia con quella nipote così sgradevole. E allora le sbattevano in faccia il passato eroico di lei, sempre in armi contro i governativi e mai piegata né dalle ferite né dalla disperazione. “Questa èla Chela!” dicevano alla nipote. “Azione, non parole” ma non per questo la nipote mollava. Perché, diceva lei, era proprio quello il punto! Che, dopo tutto quel passato di eroismi, lei adesso fosse così sottomessa a quei preti rivoluzionari che progettavano di mettere le donne a far figli e tortille.
- Qua fanno una rivoluzione, le disse una volta lo slavo, vincono, vanno al potere col partito rivoluzionario e subito parte un’altra rivoluzione che farà la stessa fine. Questo è solo un episodio dove si combatte e niente di più. Tu non lo capisci, ma la Chela sì. E questo non lo dicevano solo loro perché quello di fare una rivoluzione dopo l’altra sembra essere il nostro destino.
- Solo una volta, quando una sera arrivai con un messaggio dei capi,la Chela prese le difese della nipote e del figlio. Arrivai e parlai con molta cautela anche se la Chela lo capì subito che il problema stava in quel che facevano i cugini dentro la tenda, senza neppure nasconderlo.
E poi c’era la questione del Morbillo e della sua banda di musici. Saltò fuori che si masturbava a tempo di musica. Era tarato? No! Era diverso, solo diverso!
- Questo ti ha detto l’Amaio? Mi fa piacere perché là in mezzo era quello che aveva più testa. Sì, ‘diverso’ è il termine giusto, come diversa era la maniera con cui sentiva, componeva e riuniva le cose del mondo, così era pure per la musica e il sesso.
- Ma lo spettacolo del Morbillo che si ritirava con l’orchestra a celebrare il mito della masturbazione artistica, provocò uno scompiglio non minore della storia con la nipote della Chela, che non essendo una coppia e pur essendo cugini, dormivano assieme e lo facevano senza neppure nasconderlo.
- Parlò con estrema cautela l’Amaio ma insomma arrivò al succo della questione, succo che non piaceva per niente al capo che li voleva cacciare nonostantela Chela. Cercò, l’Amaio,  di addolcir la pillola con la sensibilità che poteva “Sai Chela qui la rivoluzione e le idee non sono libere come le vostre che vengono dall’Europa. Qui tutto avviene sotto l’insegna di Dio che ha preso in tutela tutti i poveri del mondo…. Qui c’è la teologia della liberazione e i loro preti sono guerriglieri come noi… qui non è l’ateo Marx che combatte un Dio alleato dei potenti, ma tutto il contrario: è Dio che combatte per noi ma che esige che lo si rispetti nel sesso e nell’amore”La Chelala prese a male e si rivoltò: non perché era sua madre ma perché doveva fare uscire dal gozzo quello che s’era tenuta dentro per troppo tempo. “Tu lo sai che non è per quello!” disse all’Amaio in malo modo, “ma qui qualcuno deve pur dirlo a quei di rivoluzionari del cazzo che mica si fa una rivoluzione per diventare schiavi dei preti. Combattiamo per la libertà e loro si preparano a controllarti persino dentro il tuo letto?” Fu dura e sibilò che voleva vedere il capo, il grande capo, l’invisibile capo, il troglodita capo per dirglielo in faccia quello che aveva dentro da tempo.

- Doveva dirglielo che il padre del Morbillo era un rivoluzionario, un timorato di Dio con tanto di amuleti che credeva pure nella Beata Vergine ma mica l’aveva invoca la vergine Santa quando l’aveva stesa di forza. “E non fate tutti così?” aveva sibilato “Trovate una donna sola, la stendete, le tirate su le gonne e la chiavate come se fosse una bestia. Avete le vostre donne a casa, le vostre schiave e con loro non fate lo stesso? Mica lo chiedete il permesso! … Ordinate di aprire le gambe, sera dopo sera, e ci cacciate dentro tutte le vostre rabbie, le vostre voglie, le vostre disperazioni,… ma non ve lo chiedete come sta la poveretta che, voglia o non voglia, se lo deve prendere comunque. E che c’è di diverso tra voi e i governativi. Anche loro, se beccano una donna, la stuprano: prima uno poi l’altro poi il terzo e poi magari la uccidono!?§
“Chela! Chela! Calmati!” La bloccò gentilmente l’Amaio “No devo dire tutto…. Devo dirlo a lui … a quel bovaro che fa il moralista. Credi con non lo sappia cosa ha fatto lui, proprio lui, a Teguia? Le ha ammazzate dopo avergli infilato il suo uccello. Rivoluzionario! Rivoluzionario? Ma il suo uccello cos’è?”, “Calmati Chela! Stanno arrivando tutti” La scosse ….La Chela si girò e ammutolì mentre l’Amaio versava il tè e i due cubani arrivavano dal giro di sentinella. Stavano arrivando di corsa e chiesero che stava accadendo.
“Nulla, nulla” Rispose lui sorridendo ma loro continuarono a guardare cupi la Chela aspettando “Nulla” disse lei “Si discuteva di rivoluzione” I due cubani si sedettero sospettosi all’ombra, maledicendo il caldo e il sudore, la Chela prese un bicchiere sporco e lo risciacquò nell’acqua del tè che rimise a bollire. Poi bevvero il tè. Bevvero pure l’Amaio ela Chela, sudata e rossa di rabbia. “Un pomeriggio grigio e pieno d’afa” Sospirò l’Amaio asciugandosi il sudore.
Poi la Chela prese il Machete e andò a sfogarsi sui cespugli di rovi. Più tardi l’Amaio la raggiunse mentre tagliava frasche e grondava sudore “Parlerò io col capo ma tu parla a tuo figlio…. Siamo culture diverse e muoiono anche loro contro i governativi. Qui non si può fare la rivoluzione contro i governativi e contro Dio… Sei tu fuori posto…Parlerai?” lei assentì alzando le spalle e continuando coi rovi.§
Così s’era comportatala Chela ma poi l’aveva preso da parte: “Ma perché sei venuto Morbillo? Non per la rivoluzione, non per me di sicuro. Sei venuto per seguire quella perversa dell’Ardea. Credi che non si sappia? No, di sicuro!… Neppure lo nascondete. Cosa sei venuto a fare? Io non ti devo nulla e tu neppure. Andatevene”.

Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – IV puntata

Il Cifas

Tirai un sospiro di sollievo quando me ne andai da quel bordello e lo tirarono pure loro, visto come andavano le cose. Lì dentro era il massimo della degradazione e la tenutaria cercava solo di barcamenarsi. Sopra tutti c’era la Chipa di mio zio, padrona della casa e del bordello che non girava nei piani alti ma doveva nuotare nel torbido territorio fra l’empireo dei generali e i salotti delle dame; silenziosa, servizievole e puttana ma potente pure lei alla fin fine, perché i soldi son soldi e la Chipa li aveva di sicuro moltiplicati a non finire in quella palude dove sgusciava come un’anguilla.
Comunque nel bordello la realtà non entrava. La tenutaria proibiva qualsiasi argomento che non fosse il bordello, i clienti, i vestiti, i santuari, le novele, le stoffe e le madonne. Erano tutte devote quelle puttane e nelle loro stanzette – quelle poveracce dormivano dove ricevevano i clienti – avevano tutte un altarino con madonna e candele, ma di politica e rivoluzione neppure un accenno, ché anzi il solo parlarne era multe e, se finivi appena fuori le righe, un bel calcio e via. Del resto di spie ce n’erano di sicuro sia tra i clienti che tra le mignotte. Non ci voleva molto in quel paese per trasformarti in spia; non dovevano neppure pagare, bastavano le minacce e le minacce erano una cosa seria.
Vivevano nel terrore quelle poverette? No. Perché? Chi lo sa come si difende la natura umana? … ma adesso basta! Non voglio andar dietro a queste cose… Non che lì dentro non si sentisse quello che succedeva fuori perché c’erano spari tutte le notti e le bande scorazzavano tranquillamente davanti alla casa, ma quanto a parlarne, niente giornalista, nisba, niet, nada.
Partimmo su una corriera per il Santuario della Vergine. M’avevano equipaggiata di immagini, santini, libretto da messa e m’ero studiata la vita della poveretta che aveva parlato alla vergine. Viaggiavo col mio nome, da sola, ma sulla corriera c’erano pure due del Cifas. “Non ti cambieremo nome nè ti travestiremo. Sarebbe una cazzata dopo che ti hanno fermato alla frontiera … E poi si sente lontano un miglio che sei straniera da come parli la lingua. Sei straniera e basta” disse la tenutaria “Sei arrivata, sei devota ed essendo arrivata sana e salva hai subito voluto andare al santuario per ringraziarela Santa Vergine.Non impressionarti perché è una cosa normale…In questo bordello ci vanno ogni anno tutte la ragazze”
In effetti ci fermarono dopo quattro ore di viaggio, ma andò tutto bene. cercavano armi, non le trovarono e sequestrarono pane, formaggio, salame e soldi …ma del resto quelli non hanno certo lo stipendio come in Italia e se vogliono mangiare devono arrangiarsi. E loro s’arrangiano fin troppo con quella divisa sacra. Comunque tutti tirarono un bel sospiro e non protestarono certo per quei formaggi.
Al santuario trovammo altri due del Cifas – pensa erano davvero andati in pellegrinaggio per un voto, ma quello lo seppi molto dopo quando già ero al campo – e appena buio partimmo a piedi verso la montagna. Marciammo per tre giorni con quei quattro armati di mitra che parlavano poco, camminavano truci, senza fermarsi e imbracciavano il mitra a ogni sospiro. Imparai a muovermi per i sentieri e uno mi istruì pure su ragni, scorpioni, serpenti e vespe col risultato che alla sera a momenti ero terrorizzata più dai serpenti e dagli scorpioni che dai governativi, ma, spaventata o no, mi addormentavo subito tanto ero sfinita, tanto i piedi erano a pezzi.
Al quarto giorno, approdati a una casupola del Cifas su una collina che dominava un villaggio, ci fermammo a riposare, a mangiare e a dormire fino al mattino quando, arrivarono altri due guerriglieri, che parlarono fitto con altri. Poi uno, il Pequo, mi disse che ci saremmo fermati: “Avrai il battesimo del fuoco, italiana, nel paese sta arrivando l’esercito, ma arriveranno anche i nostri e, quando saranno qui, circonderemo quei bastardi e li ammazzeremo tutti”
Ma non successe così. Due ore dopo arrivarono i governativi. Non so neppure quanti erano perché di là sopra si vedeva poco, ma di sicuro c’erano un camion carico di soldati e tre camionette. Spararono subito quei bastardi. Mentre si avvicinavano due contadini li videro e cominciarono a correre verso i campi, ma una camionetta li seguì e li uccise senza neppure pensarci sopra; poi entrarono nel paese e quei maiali spararono. A mezzogiorno c’erano già pianti, sangue e morti e cominciò il peggio.
Il graduato sapeva bene cosa cercare e, infatti, in un amen una ventina di persone furono portati sulla piazza e radunati al centro sotto il sole. Poi disposero tutti gli altri su un lato e piazzarono una mitragliatrice dietro un balcone. “Devono vederlo tutti cosa capita ai rivoltosi e a chi li aiuta” mi sibilò un cifas. I soldati, coi mitra, si schierarono ai bordi della piazza.
“Hanno colpito giusto. Qualche bastardo ha fatto la spia” stava bestemmiando uno dei Cifas “… Cristo, ma non arrivano i nostri?” L’altro Cifas guardava verso il passo con un binocolo e scuoteva la testa.
“Sai europea?” mi disse uno dei primi quattro “Non hanno neppure bisogno di spiate precise. Basta una voce o anche meno; basta che il paese sia vicino alle zone del Cifas perché arrivino e facciano un macello”
“E adesso?”, “Adesso uccideranno tutti quelli che hanno rastrellato al centro anche le mogli e i figli. I figli degli ammazzati sono dei ribelli sicuri…”
Intanto laggiù il sergente stava parlando col megafano, diceva qualche parola ai contadini, parlava coi suoi, e tornava a urlare ai prigionieri. Non si capiva nulla, ma bastava vedere quella piazza silenziosa e quel sole che batteva sulle teste immobili per capire che cappa di terrore doveva esserci. Il comandante continuò per un’ora quella commedia, poi tutto tacque all’improvviso, mentre lui entrava in una casa con due soldati. Continuò così per due ore in assoluto silenzio mentre il sergente passava da una casa all’altra e parlava al telefono.
“Sono attrezzati adesso: telefoni portatili… Ma cosa aspettano?” sibilavano i Cifas “Perché non li ammazzano come fanno sempre…”, “Forse sanno che i nostri stanno arrivando”, “Li tengono lì sotto il sole e li torturano…”
Due caddero a terra. “Due vecchi- disse il cifas. una guardia si mosse e cominciarono a colpirli col calcio del fucile fino a che si tirarono in piedi, ma presto cominciarono a caderne altri e allora furono botte. “Li stanno riempiendo di botte quei bastardi” mi sussurrò nervosamente il Pequo. Sai come andava giornalista? Che quelli cadevano, i soldati li prendevano a calci e a quelli che non si rialzavano subito arrivava un colpo col calcio del fucile dove capitava, come se fossero bestie e poi toccava ai vicini rialzarli e tenerli in piedi. A un certo punto uno di quelli in mezzo alla piazza si lasciò cadere a terra e un soldato gli puntò il fucile in testa. Quello a terra gridò qualcosa e tentò di saltargli addosso. Forse il soldato si spaventò e sparò.
Si vide la testa esplodere e il sergente accorrere urlando contro il soldato. “La passerà brutta quel soldatino a sprecare una pallottola in quel modo” Ma intanto il sergente s’era voltato verso i dimostranti latrando come un matto; poi si avvicinò a un giovane e gli tagliò la gola col machete. Di nuovo latrò contro il soldato e chiamò gli altri. Quelli si avvicinarono da dietro e a gruppi di quattro li presero per i capelli e li sgozzarono tutti.
Non successe altro quel giorno. I governativi semplicemente salirono sui loro mezzi e se ne andarono in una nuvola di polvere. I Cifas stavano discutendo fra loro se scendere o no in paese. “Bisogna avvisare i nostri… catturare quel bastardo di sergente” dicevano “Sapere chi ha fatto la spia”
Poi arrivarono quelli del Cifas. Ci fu una discussione a cui partecipò anche il Pecuo. Quando tornò mi disse che loro sarebbero scesi. “E che farete?”, “Sappiamo chi sono le spie e taglieremo qualche testa”, “Ma lo sapete davvero?” Il Pecuo non rispose subito: “Se non lo sappiamo noi lo sapranno i contadini ma poi che importa? Adesso i contadini hanno visto il terrore dei governativi e non possiamo andarcene senza mostrare il nostro…Devono sapere cosa capita a chi collabora con quei porci … Adesso alzati perchè noi si parte subito”, “Noi?” chiedo “Alzati europea, io e te togliamo le tende e poi è meglio che tu non veda” replicò lui. Mi guarda con durezza, e sapendo quanto era gentile, capisco che il comando è definitivo e prendo il mio zaino.
Di lì in avanti fu solo disperazione. Cominciò la febbre, i piedi si piagarono, il sole che martellava e il Pecuo che saliva e saliva sulle pietraie; salite, discese, salite su quelle pietraie alluvionali, con le ginocchia che si piegavano e la testa come un fuoco di dolore pulsante Poi la febbre salì ancora e con quel sole non ce la feci più. Quando caddi, il Pecuo si fermò, bestemmiando. Non capivo ancora bene quella specie di spagnolo che parlavano lui e gli altri, ma capivo i toni e sentivo ira e compassione nelle sue parole. Forse ci furono addirittura degli spari, ma io dovevo essere in delirio.
Mi bagnava la fronte “Hai la febbre alta, ragazzina” diceva il Pecuo che poi trovò aiuto o lo cercò o non so che diavolo capitò, fatto sta che fui caricata su una barella con la testa coperta di stracci bagnati.
Il fatto era che ero partita di corsa, senza vaccini e per i germi fu una pacchia scorazzare e pascolare nelle mie praterie. Andò molto meglio al Morbillo che fece tutte quelle iniezioni, anche se non ne aveva nessuna voglia e forse neppure necessità col suo sangue indio. Anche il suo viaggio verso la montagna fu più facile perché, vivendo più di un mese al bordello potè adattarsi e poi mica fece quella marcia infernale. Partito con i tagliatori, fece quasi tutto il viaggio in camioncino.
- E così arrivasti al campo con la febbre….
- Sì, ci arrivai ma non era il campo. Voglio dire che non era il campo della Chela ma solo un villaggio abbandonato dove tenevano qualche ferito, qualche guerrigliero di guardia e due giornalisti che aspettavano per intervistare guerriglieri e capi.
In ogni caso ci tenevano chiusi in quei ruderi per tutto il giorno. Nella mia c’erano i due giornalisti e altri ammalati di febbre come me; in quella di fianco c’erano dei feriti. Al campo della Chela ci approdai dopo.
- Ma come fu il primo incontro conla Chela?
-La Chela! Ma che importa il primo incontro! Che poi è tutta da ridere. Ti ho già raccontato che mi ricoverarono in quello strano villaggio. Beh un bel giorno, arrivarono un bel po’ di feriti. C’era gente a pezzi e tanto sangue da vomitare, così, anche se ero appena sfebbrata mi traslocarono e mi portarono su. Mi portarono per modo di dire, perché dovetti salire con le mie gambe. Così, quando arrivai, davo di nuovo i numeri e non so proprio se quel giorno c’era o non c’erala Chela. Quellimi piazzarono sotto una tenda e mi lasciarono lì. Qualcosa lo percepii, ad esempio che in quel campo c’era una radio mobile, che c’erano guerriglieri e anche i due giornalisti. Uno era argentino, piccolo, scuro e l’altro canadese con un sorriso da ottanta denti. Avevano sloggiato tutti per far posto ai feriti e così anche i giornalisti erano riusciti ad avvicinarsi alle alte sfere, anche se il campo dove c’erano della Chela e del suo gruppo, non era quello delle alte sfere e tanto meno lo eranola Chelae i suoi.
- E ti curarono…
- Per modo di dire. Avevo un’infezione credo o forse una ferita infetta al piede o chissà cosa, comunque fu sotto quella tenda che la grande Chela venne a chiedermi che cazzo era venuta a fare lassù.
- Quella stronza viveva in una capanna dove arrivava di tutto: ragni, formiche, scorpioni, serpi, vespe e c’era un caldo che ti friggeva le cervella e a lei doveva averle fritte davvero:la Chela, la famosa Chela era ormai stanca, sfinita, rimbambita…
- E poi?
- Poi c’erano gli altri, gli indios che invece vivevano in capanne fatte come dio comanda, sperimentate da secoli, non dico fresche, ma sopportabili di giorno e calde di notte. Anche se parlare di fresco e di caldo in quella regione è mica come parlarne qui. Là ti liquefacevi durante il giorno, con quelle zanzare che ti seguivano come una nuvola, scendevano a turno a farsi uno spuntino e ti lasciavano dei ponci che ti facevano grattare di giorno e di notte. Il bello è che non eravamo in alta montagna forse sette ottocento metri, anche se lì nessuno lo sapeva. “Siamo in una sella di una montagna che non c’è” ripetevano “Siamo in una sella di una montagna che non c’è” ed era come se recitassero un comandamento.
- Ma non era pericoloso così in basso coi militari?
- Sembra di no, per arrivarci si doveva salire e scendere, salire e scendere, pietraie, mezze paludi, desolazione e solo sentieri. Era il posto più sicuro del mondo!
- C’era una specie di stregone che aveva una crema puzzolente. “Metti questa, metti la crema dello stregone contro le zanzare” dicevano “funziona da secoli” Io lo feci e qualcosa migliorò anche se certe zanzare e certi mosconi se ne facevano un baffo della crema e dello stregone. Insomma la crema funzionava molto meglio sugli indios! Tanto bene che non se la mettevano neppure e funzionava lo stesso.

Veniva a trovarmi il giornalista canadese. Mi soccorse ma per modo di dire. Voleva far vedere che si interessava a me e che aveva a cuore il mio benessere. Sembrava sincero, insomma. Parlavamo, se mi ricordo bene, addirittura di evoluzione, di biologia, di rivoluzione ma non troppo: “Ti agiti troppo e ti sale la febbre” diceva gentile e amorevole e mi portò pure le sue pastiglie: “Pastiglie militari tuttofare” mi disse “ne pigli tre, una al giorno e ti stroncano la febbre” Un vero angelo in quei momenti ma si vedeva lontano un miglio che il bastardo voleva chiavarmi, e infatti ci tentò subito, non appena mi passò la febbre quando, ancora debole, partì e quasi ci riuscì a infilarmelo dentro, nonostante mi dibattessi. Prima lo feci con gentilezza perché, santo dio, pensavo che bastasse dirglielo chiaro che no! Che non volevo né il suo né nessun altro aggeggio; e tieni conto che c’era pure un po’ di gratitudine. Ma, quando vidi che non mollava e che anzi, dopo avermi strappato le mutande, aveva tirato fuori l’uccello, allora scalciai e urlai, santo dio, col risultato che lui non batté proprio ciglio e non si vergognò neppure quando arrivarono due indios col fucile in mano. Aveva ancora le brache abbassate e non si curò neppure di alzarle. Per non parlare dei due indios che se la sghignazzavano felici.
Poi arrivòla Chelache almeno quella volta gelò tutti e si comportò da Chela. Entrò col fucile e si guardò attorno fissando prima me, poi le due guardie e infine il canadese. Forse sapevano com’erala Chelain quelle cose, fatto sta che s’immobilizzarono tutti; anche quello stronzo di giornalista. “Voleva violentarti questo bastardo?” mi chiese e io mica esitai a dire “Sì, e deve ringraziare che sono debole…”, “Ma io no!” m’interruppe lei con durezza e colpì il canadese proprio fra i coglioni con un colpo che poteva pure ucciderlo. Fu un attimo. Il giornalista crollo senza fiato, i due cifas cercarono di imbracciare i loro fucili, ma si trovarono la canna del mitra della Chela davanti alla bocca. Poi i due Cifas si portarono via il canadese che boccheggiava. “La prossima volta ti sparerò in testa” gli sibilò dietrola Chela, mentre l’altro usciva sorretto dai due Cifas.

 

Il campo

- …Parlai molto con i guerriglieri ma ti giurò che certe volte non credevo alle mie orecchie e mi chiedevo: ma è una rivoluzione o una pazzia? Sono pazza io o qui siamo tornati nelle caverne.
- E quello era il campo della Chela…
- Sì! C’era lei col suo gruppo e questa fu un’altra delusione perchéla Chelanon era proprio come me l’ero sognata…
- E com’era?
- Com’era?…Stanca? Cinica? Disillusa? Si, questo si può dire; parlava poco e aveva perso la passione e poi non voleva proprio saperne di criticare il Cifas. Ma allora non la capii in quel modo e non senza ragione perché era chiaro che le dava fastidio farsi vedere in quello stato da me che, oltretutto, ero l’ultima arrivata. Mi detestava perché quell’ultima arrivata che era sua nipote si metteva a pontificare e a criticare. Mi diede della Pirla con disprezzo, ma quello che dicevo io avrebbe dovuto urlarlo lei? Sì, usò proprio quel termine italiano della bassa per irridermi.
- Credimi ero antipatica sia a lei che al suo gruppo; lei, poi, mi disprezzava e mi trattava come una cretina …O forse ancor peggio… Ché poi mica era il suo nome quello! Non lo sai giornalista?! Si chiamava Aida e fu laggiù sulle Ande che prese il nome di Chela…
- Chela! Capisci? Chela! Lei diceva che era il suo nome da combattimento, e quando io la chiamai zia lei mi corresse insultandomi. “Chela!” Mi disse con ira, “Chela”. Ma la cogli, giornalista? Cogli la derivazione?! Quando sentii quel “Chela” mi venne da ridere anche se quel giorno con quella zia tanto veneranda, piena di cicatrici, compagna col Chè in Bolivia, riuscii a fermare la lingua. Hai capito? S’era inventata un femminile di “Chè”
Continuavo a ripetermelo e a sogghignare…’Chela’, “Chela” mi ripetevo e se la prima volta non le avevo riso in faccia perché ero in venerazione davanti all’idolo, non passarono due giorni che quell’idolo cominciò a cadere e potei chiederglielo con tutto il mio sarcasmo di quel “Chela” femminile di “Chè”: la grande Chela appariva come un relitto inutile depositato in un angolo perché non intralciasse.
- Cosa faceva?
- Per cosa la tenevano vuoi dire? La tenevano come un mito, un totem, lei e il suo gruppo. Ogni tanto venivano a prelevarla per farle incidere dei discorsi che poi trasmettevano dalle loro postazioni. Quei discorsi erano ascoltati in tutto il paese “Ha parlatola Chela” dicevano nelle città! “Ieri sera ha parlatola Chela” e tutto quel che diceva era oro; oro per il Cifas ma disperazione per lei che doveva dire quel che volevano loro mentre lei,la Chelasu quella rivoluzione tribolare – lo capii dopo, molto dopo – la pensava come me. Lo venni a sapere molto dopo che per quei testi era un litigio continuo anche se alla fine faceva quello che voleva il Cifas. Ma poteva far altro? Forse se fosse stata ancora la vecchia combattente; ma ormai vecchia e disillusa com’era, relegata su quella sella di un monte che non c’era…
C’impiegai un mese per capire chi comandava e cosa pensava chi comandava Era il Cifas, l’oracolo, il Mao del Cifas. Era lui che si faceva chiamare Cifas, come se Mao si fosse fatto chiamare Cina… come a dire “Io sono la rivoluzione”, “Io incarno la rivoluzione” Non fa venire in mente l’incarnazione dei preti? Ci mancava solo più che dicesse “Io sono colui che sono” per completare il quadro.
E poi i contadini! “Pazzie, pazzie!” mi dicevo; quelli volevano chiudersi nella loro regione, cacciare le multinazionali, gli States, la scienza e chi più ne ha più ne metta. Questo non ti ricorda Lol Pot e Rousseau? L’uomo in natura è puro: è la civiltà a corromperlo Per Lol Pot chi sapeva leggere, chi conosceva una lingua persino chi portava gli occhiali era ormai un corrotto dalla civiltà. Ebbene somma Roussau col Vangelo e avrai il Cifas. Lo stato felice e incorrotto di natura è il paradiso terrestre, la mela e il demonio sono la conoscenza. Se esistesse un inferno sono sicura che anche San Tommaso, Agostino ecc.ecc. ci sarebbero. Quale maggior peccato di superbia che pretendere di indagare la natura di Dio?
Volevano pure togliere il voto alle donne e richiuderle in casa. E poi le tradizioni, le superstizioni, i preti…. “Ma che tradizioni, santo dio!” mi dicevo “Ma che follie! Vogliono finire come in Afganistan? Ma possibile che gli oppressi debbano sempre redimersi nella follia?”
“Qui, dicevo alla Chela, non è che rifiutano solo la scienza; qui rifiutano la conoscenza. Vogliono tornare nelle caverne?”, “Sì?” mi motteggiava “Non me ne sono accorta, per fortuna che sei arrivata tu” Vedi giornalista quanto mi irrideva? Ma santo cielo, è un attimo: un passo indietro e tutti si torna a lottare con la peste, i pidocchi, la fame, a lavorare come bestie coi figli che crepano.
- E il quartier generale?
- A quanto ne so era in un vecchio tendone da circo, nascosto e camuffato da roccia e cespugli a non più di sei o sette chilometri da noi, visto che l’Amaio, c’impiegava non più di mezza giornata tra andare e venire, anche se lui negava tutto, negava il tendone, negava il comando, negava addirittura di essere uno di loro. Ma non poteva certo agire diversamente, viste le spie che il governo infiltrava nel Cifas e quelle che il Cifas infiltrava nel governo. Ma chi se non lui, che era del posto, che veniva dalla guerra in Bolivia, che aveva del buon sale in zucca, chi meglio di lui, doveva essere sotto la tenda?

 

L’Amaio

- Una volta la rivoluzione era redenzione, capisci?- dicevo alla Chela e al suo gruppo…Erano sei sette persone, ma quello vero era formato dalla Chela da un slavo e da due cubani: il ‘silenzioso’ e il ‘cubano’, quanto allo slavo, lo chiamavano Iugo o Slavo. Erano con lei da vent’anni, avevano fatto tutte le rivoluzioni possibili, ne avevano visto di tutti i colori e avevano piaghe da tutte le parti. Ma, comela Chela, erano disillusi, sfiniti, sconfitti Del resto erano passati da una rivolta all’altra ma avevano sempre perso.
- Insomma, dicevo, i comunisti ne hanno fatto di tutti i colori in Russia, in Cina, in Cambogia. Sono riusciti ad azzerare cento anni di civiltà, hanno sputato sulla libertà… polizia segreta, polizia politica, processi, internamenti, fucilazioni; un macello, un immenso macello, ma almeno c’era la redenzione dalle religioni e da dio, l’orgoglio dell’uomo e della donna, la parità. Ma qui?… Le donne in casa?… … Potranno lavarsi o non glielo lasceranno fare? E poi cosa sono tutti questi preti? ‘Teologia della liberazione ‘Ma cosa vogliono liberare con la teologia?
- Dicevano pure che bisognava rispettare le tradizioni. Ma certo, perché no? Coltiviamole e innaffiamole pure con del bel concime … Perchè non conservare anche l’infibulazione?
- E con gli altri non parlavi? -, – Con chi? Con lo iugoslavo e coi cubani? -, -No, coi contadini e coi Cifas…-, – Sì, qualche volta ma in definitiva era una guerra mica un confessionale.

Poi arrivò il Morbillo e, anche se sapevo che per tanti versi era poco più che un animale, a me parve che fosse arrivata un folata di aria pura. Il suo incontro conla Chelainvece non poteva essere peggiore. Si guardarono rigidi. Lei come un soldato e lui…Beh, lui era il solito Morbillo … Comunque lei volle subito metterla in chiaro e, dopo aver preparato in silenzio una specie di infuso che si beveva lassù, dopo averlo servito in silenzio, dopo che il Morbillo ne ebbe trangugiato due tazze, gli chiese: – Sei venuto per me? -
Lui fece segno di no…ed era vero. Tra l’altro non sapeva neppure che avrebbe trovato la madre. – Meglio – disse lei – e non aspettarti nulla da me: tu sei figlio mio, ma pure dell’indio che mi ha violentata – Il Morbillo fece un segno con la mano come volesse dire “Basta così” e così fu. Tutti bevvero in silenzio e poi mi presi il Morbillo, perché – capisci giornalista – lui non sapeva ancora nulla di suo padre e io, che l’avevo appena saputo dall’Amaio, non volevo che venisse a saperlo da lei.
- Chi era l’Amaio?
- Era un indio, un amico della Chela e del gruppo che però non viveva con loro. Ogni tanto lasciava lo stato maggiore, la corte o come diavolo si chiamava e veniva a prendere il te dalla Chela. Con me fu sempre più gentile e paziente degli altri….
Aveva combattuto anche lui per tutta l’America e in Perù aveva conosciuto il gruppo e combattuto con loro, s’erano separati e poi ritrovati nel Cifas. – Io sono un indio e conosco queste terre e questa gente – mi disse – per questo mi hanno dato altri compiti – Il gruppo aveva una grande stima dell’Amaio.
- Era l’unico a non snobbarmi, a discutere con me e a controbattere con serenità, calma e soprattutto rispetto. Quel rispetto che non avevano néla Chelané gli altri.
- Mi chiamava “nipote di Chela” e aveva un così grande affetto per lei che mi venne il sospetto fosse lui il padre del Morbillo, ma la verità venne fuori mentre lui beveva il tè dalla Chela ela Chelaera con lo iugoslavo a pestare certe foglie che fumavano col tabacco.
- Lo sai bene chela Chelanon è una donna? – mi disse – Lo sai come nacque il Morbillo? – Io feci segno di no – Eravamo in Perù, cascammo in un’imboscata dell’esercito e dovemmo disperderci.La Chelarimase con un indio violento che la protesse ma alla seconda notte la violentò. Quella nottela Chelagli tagliò la gola, mentre dormiva,.
- Perché non abortì?
La Chela è una che parla poco. Forse non si fidava di queste maneggione delle Ande o forse chissà. Così partorì e lo spedì in Europa.

 

Il Caimano

- Lui, il Morbillo, lo venne a sapere?
- Oh si; e ci pensò sopra parecchio a quel suo padre indio che giaceva chissà dove. Ma aveva una testa tutta particolare tanto che quando immaginava quelle ossa bianche, immobili sotto il sole, diventava inquieto.”Sogno quelle ossa bianche sotto il sole” mi diceva alla notte “e non so neppure dove sono per andare a coprirle” Poi era andato dalla Chela per sapere dov’erano.
La sequenza fu questa: andò dalla madre a chiedere se la storia era vera ela Chelagli rispose a muso duro che l’aveva ucciso come un cane “Mi ha steso come un’animale, quell’indio che era tuo padre; mi prese per i capelli come se afferrasse uno scalpo. L’ho sentito mentre mi tagliava la carne. Poi si è sdraiato e si è messo a russare come se niente fosse. L’ho guardato fino all’alba quel bastardo e al mattino gli ho tagliato la gola” Il Morbillo la guardava duro, in quel momento, ma poi se ne andò senza dir nulla.
Con lei non toccò più quell’argomento ma cominciò a chiedere di suo padre a chiunque arrivava. Dopo una settimana conobbe un indio che era stato con la Chela e con lui.
“Ah, sei il figlio della Chela e del Caimano” aveva esclamato l’indio e si vedeva che era felice d’incontrarlo “Vuoi sapere di tuo padre, vero?” Il Morbillo annuì “Era un uomo strano … duro” cominciò l’indio, ma piaceva a tutti e tutti lo rispettavano… veniva dalla giungla e non so come ci fosse capitato nella rivoluzione, ma ci credeva e ci insegnò a tirare con l’arco e le cerbottane… preparava anche i veleni facendo cuocere una mistura di foglie e radici che andava a raccogliere nella foresta. “Porta qualcuno di noi, indio” Gli chiedevamo ma lui non rispondeva neppure. Quando era il momento scioglieva le polveri, mescolava, cuoceva e ci faceva immergere le punte prima di combattere… da lui imparammo a uccidere in silenzio… e i fascisti impararono a temerci…. Era un uomo forte!… Poi capitò quella storia con la Chela… Ma, e te lo dico anche se la Chela è tua madre, non doveva farlo … Certo lui l’aveva fatta grossa… l’aveva violentata come facevano i governativi con le contadine, ma bastava per ammazzarlo come un cane o doveva lasciare che decidessimo noi? Noi, i tiratori con l’arco, volevamo ucciderla ma accettammo che decidesse il consiglio e quando capimmo che non l’avrebbero accusata di nulla, ce ne andammo in un’altra brigata.
“Era un indio speciale, un figlio di caimano” gli disse ancora baciandolo prima di andarsene e il Morbillo fu molto colpito da quel “figlio di caimano” che aveva già sentito al bordello. Così andò dalla madre a chiedere di quella sua strana pelle che non sudava.
Ricordo che era emozionato e balbettava. “Figlio di caimano” le chiese trasognato “Sono davvero un figlio di Caimano?”La Chela lo derise: “Figlio di caimano? Sei figlio mio e di un maiale. E glielo detto anche a tuo padre mentre il sangue gli gorgogliava in gola. Gliel’ho urlato: crepa! Crepa come un fascista” Mi guardava disperato il Morbillo mentre me la raccontava: “Ardea” mi disse “la Chela ha continuato a ripetermelo cosa urlava a mio padre mentre lui moriva “Sei come loro, sei come i fascisti!”

La tenutaria mi aveva scoraggiato ma era stata proprio lei a dirmi che l’Amaio era al governo. “ Chiedi alla Chipa!” m’aveva detto ela Chipas’era data da fare e tramite un giornalista e poi il suo direttore, ebbi l’appuntamento nel suo ufficio.
Fu gentile ma volle sapere cosa volevo scrivere. Quando capì non fece nessun problema “Per quello che so, nessun problema e tu promettimi di salutarmi quella ragazza e il Morbillo”
“Lei,la Chela, lo iugoslavo i due cubani tutti con tutte quelle rivoluzioni alle spalle formavano gruppo a sé. Si riunivano nel caldo del pomeriggio sotto un enorme fico a bere il tè o alla sera vicino alla tenda della Chela a parlare del passato. Non erano tenuti in gran conto.La Chelaaveva una coscia sforacchiata e una cicatrice sulla schiena che la faceva ululare nei giorni di vento e gli altri non erano messi meglio. Solo Iugo, che pure aveva cicatrici da tutte le parte, sembrava a posto. Era fatto di ossa, di nervi, di muscoli e benché si dicesse che avesse un grande cuore, se ce l’aveva, lo teneva nascosto. I due cubani erano stati assieme vent’anni e vent’anni sono un’eternità. Fratelli chiedi, giornalista? Molto di più, molto di più.
Prima che arrivasse la nipote però si erano adeguati a quel tram tram e lo vivevano come un crepuscolo. L’Ardea fu come un cerino acceso, perché con lei arrivò la vita, anche se quella vita sembrava solo voler solo litigare con loro. E il bello era che gli altri, in un certo senso, li accettava “Quelli sono come li ha fatti la loro ignoranza” diceva; ma non Chela e il suo gruppo. “Sopravvissuti” mi disse una volta “vecchietti in letargo, almeno fossero venerandi e venerati; e invece li hanno messi in un angolo e li tengono lì.”
Soffriva a vederli conciati in quel modo… li voleva vivi e forse sospettava che, in fondo a loro piacesse quel nido caldo in cui li aveva piazzati il Cifas. Così li vidi sempre duri fra loro: l’Ardea che li provocava e loro che la snobbavano e la trattavano come una ragazzina stupida e superba. Parlavano ma non finivano mai un discorso senza detestarsi. E poi bisogna dirlo: quell’Ardea era una provocatrice.
- E gli altri?
Non le davano peso e poi c’era la guerra e lei e il Morbillo si comportarono sempre bene.

Azioni

-La Chela combatteva?
- Li trattavano come bicchieri di vetro; nessuna missione pericolosa e sempre nelle retrovie. Per loro mostrare la Chela era come spalmarsi addosso il miele per attirare le mosche.
Ma lo sapeva pure l’Amaio che erano dei relitti…La Chelaera arrivata vent’anni prima e aveva quarantadue anni ma gli altri erano tutti oltre i cinquanta; dei sopravvissuti, insomma, e per di più, secondo loro, anarchici e inaffidabili. In genere funzionava così: i guerriglieri attaccavano e loro rimanevano in alto, pronti a intervenire se le cose pigliavano una brutta piega. In questo caso i guerriglieri si ritiravano e loro dall’alto li proteggevano.
Il Morbillo sparava bene ed ebbe subito un doppio battesimo. La prima fu una cosa da poco; si doveva assaltare una fabbrica alla periferia di un paesone. Il gruppo della Chela si limitò a osservare l’assalto e solo alla fine cominciò a sparare. Non che ce ne fosse bisogno poi. “Spariamo di quassù per far casino” aveva detto lo slavo al Morbillo “devi sparare in ogni direzione e in fretta: confusione e casino, figlio di Chela, così loro non capiscono più nulla e i nostri possono ritirarsi senza sorprese. Ma il Morbillo quella volta non sparò a caso chè anzi riuscì proprio a individuare un cecchino e lo colpì. “Spara bene tuo figlio” disse poi lo slavo alla Chela mentre s’inerpicavano sulla montagna e lo disse pure al Morbillo:”Dove hai imparato?”. Ma il Morbillo alzò le spalle e passò avanti. Il Morbillo era fatto così; lui le cose le sapeva fare o non le imparava, ma vallo a spiegare a uno come lo slavo che esisteva gente che svelava virtù e abissi di demenza.
Quella sera ci ritirammo sulla montagna con un solo ferito, che trasportammo in barella. Camminammo tutto il pomeriggio e alla sera approdammo a un campo dove ci aspettava l’Amaio: “Dobbiamo aspettare un altro gruppo con tre feriti” disse l’Amaio e così ci fermammo.

Anche se era stanca quella sera l’Ardea non rinunziò a polemizzare su quella rivoluzione fatta coi preti. Di solito nessuno la stava a sentire ma quella sera un guerrigliero, dopo la sua sparata, le parlò: “Ho sentito i tuoi discorsi, nipote di Chela, e voglio solo raccontarti una cosa.
“Quando ero piccolo i contadini lavoravano per i latifondisti che li pagavano dando un po’ di sementi e un po’ di terra da coltivare; si faceva la fame, mio padre si ammazzava di fatica nella fattoria e poi doveva tornare a casa a piedi, per lavorare quella poca terra. Mia madre ci faticava di giorno e lui di sera. Come bestie. E guai a chi protestava. Un anno ci diedero sementi marce e mio padre ne chiese altre. Va dal fattore e gli dice “Dammi nuove sementi altrimenti i miei figli creperanno di fame”, “Dategli le sementi” dice il fattore e gli diedero le sementi e un sacco di botte. Se le prese e se ne tornò perché mica si poteva fare altro. E loro sempre a piangere … se i raccolti erano buoni e abbondanti dicevano che troppo mais voleva dire prezzi bassi e se il raccolto era scarso sai che dicevano? Che era scarso e basta e a noi dicevano: “Figliate come conigli e poi venite a chiedere meno lavoro, più terre e più sementi. Ma mica la terra è infinita; mica le ho scopate io le vostre mogli. “Hai capito figlia di Chela?…E intanto loro avevano ville e vestiti, macchine nuove mentre noi si moriva di fame. Ma dico io non siamo tutti figli di dio? Quei bastardi a quei tempi ingannavano pure Dio e tutto perché noi si lavorava la domenica e non si andava alla messa mentre loro non la smettevano mai di dire ai preti quanto fossimo barbari e ladri. Capisci figlia di Chela ingannavano i preti, ma oggi dio e i suoi preti sono con noi.
“Forse che Dio scompare se esistono uomini senza cuore?” Intervenne un altro polemico “Forse che Dio scompare se esistono uomini falsi? Non dobbiamo combattere Dio ma il diavolo”
L’Ardea quella volta non replicò.
A meta notte arrivò l’altro gruppo. Due erano sulle barelle e due si trascinavano. Feriti, sfiniti dalla fatica e a pezzi. Si decise di partire subito. Io, che dovevo reggere una barella e portare sulle spalle due zaini, camminavo e basta; mettevo i piedi dove li metteva l’indio che mi precedeva e andavo avanti. C’era buio e freddo e non so come ma camminai per sei ore fino al mattino con quei piedi che si riempivano di vesciche. Arrivai stravolta mentre i vecchietti ela Chelanon sembravano neppure stanchi. Alla sera arrivò pure il Morbillo con i due Cifas mandati a ricuperare il bottino, le armi e i muli. Anche loro arrivarono freschi e tranquilli; eppure erano più carichi dei muli e avevano camminato per dieci ore di fila. Il Morbillo, poi, coperto dagli zaini, dai sacchi e dai fucili, sembrava un mulo tanto era chino e congestionato; eppure come si scaricò fu come se avesse fatto una passeggiata.
“Ci ha tenuto allegri, il figlio della Chela” disse uno dei due “ci ha raccontato storie di animali e le fa davvero sembrar vere tanto imita bene le voci, i versi, i suoni degli uccelli e delle volpi. E’ davvero formidabile. Poi si è messo zufolare… “ma dove lo prendi tutto quel fiato? Ho dovuto dirgli. Morbillo stai zitto che anche le montagne e le notti hanno orecchie” e lui mi ha ubbidito. E’ un bravo guerriero… è uno di noi.
-Il vero combattimento fu il secondo. I governativi , nascosti a più di dieci chilometri, ci stavano aspettando e così quando i ribelli attaccarono nel giro di un’ora si ritrovarono addosso l’esercito. “Un disastro” abbaiavanola Chelae lo iugoslavo sparando. “I nostri hanno perso la testa! Venite via, ritirativi da questa parte” continuava a implorarela Chela. Poii ribelli riuscirono a coordinarsi: sparavano e si ritiravano, sparavano e si ritiravano mentre noi, in qualche modo li coprivamo.
Lo slavo chiamò il Morbillo “Adesso devi capirmi; noi non dobbiamo lasciarli nelle mani di quei macellai; ai morenti tagliano la testa e i coglioni per spregio, ma chi se ne frega? Sono morti: Amen. …. Ma i feriti li curano, quei bastardi, li guariscono e poi li torturano per farli parlare. Gli tirano fuori tutto con le pinze e poi li fanno a pezzi. Io ci sono stato e anchela Chela. Manoi riuscimmo a scappare… Hai capito Morbillo, questo è il tuo compito?”
- Il Morbillo non lo capiva – mi fissava come a dirmi: – Cosa dice? -, – Forza Morbillo. – Gli ripeteva lo slavo e anche la Chela che ascoltava in silenzio dovette parlare – Devi sparare ai feriti, capisci? -La Chela parlò chiaro insomma e il Morbillo capì.
Fu un brutto battesimo per il Morbillo? Difficile dirlo per uno come lui che comunque non esitò. Come vide cadere i primi feriti, si sistemò, prese la mira e sparò alla testa. Non sbagliava un colpo. Continuò a mirare e sparare, ogni colpo una testa e una morte definitiva.
I governativi dopo aver piazzato dei tiratori sui tetti, cominciarono a salire la collina e fecero arrivare una camionetta col bazooka. I Cifas salivano in fretta e ordinati, fermandosi a turno a sparare ma quando il grosso bazooka cominciò a sparare fu una catastrofe.
“Bisogna eliminare il bazooka” Gridava lo iugoslavo ai due cubani, ma i cubani non lo ascoltavano e continuarono a sparare ai cecchini.. “Sparate sulla camionetta, dio santo” tornò a urlare lo slavo “E’ troppo lontana” gli urlò il cubano. Poi il bazooka puntò sul nostro gruppo.
- Lo slavo voleva ordinare la ritirata, ma i cubani non cedettero: “Aspettiamo i nostri che salgono”, “Ma non si salverà nessuno!” urlò rabbioso lo slavo
- E la Chela?
- Non mi ricordo se intervenne ma tutti davano ragione allo slavo e quando arrivò il primo colpo di cannone morirono in quattro. “Arriva” gridò qualcuno e noi appiattiti contro le rocce sentimmo il pezzo arrivare e schiantarsi dietro di noi. Non sì udì neppure un lamento ma quando la polvere si dissipò due erano senza testa e due vivi ma dilaniati. Lo slavo li finì. “Via!” ordinò e nessuno si oppose.
Ci buttammo in un bosco poi entrammo nel canalone di un torrente in secca. “Su, su, di corsa” incitava lo slavo “di corsa senza sparare e senza fermarsi” Si fermava lui ogni tanto e puntava il binocolo. “Non ci inseguono” diceva “Non ci inseguono”.
- E infatti non ci inseguirono. Quei militari erano delle lenze e neppure se lo sognavano di rischiare la pellaccia dopo un successo di quel tipo. Visto che avevano una collina e un paese pieno di corpi di rivoltosi, chi glielo faceva fare di seguire i banditi sul loro terreno? No, non se lo sognarono proprio.
Camminammo quattro giorni per tornare e fu davvero un funerale quando ci videro. L’Amaio venne nel pomeriggio e raccontò alla Chela che i governativi avevano caricato i rivoltosi su due camion ammassati l’uno sull’altro e si erano fermati nelle piazze di ogni villaggio. Lì, in quel caldo d’inferno, tiravano giù i cadaveri che puzzavano da vomitare e costringevano tutti a uscire per vederli. Non aveva notizie di altre mattanze, l’Amaio. “Ma ci sono state di sicuro c’è sempre qualche poveretto che perde la testa”

 

Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – III puntata

Il Morbillo e la cugina

- Era un tipo strano, giornalista, ma non era affatto l’essere tremendo dell’orfanotrofio. Si sentiva un dottore in medicina e ci fece giocare al dottore fin dai primi giorni, ma non pensare a quello che stai già pensando. In realtà lui aveva la mania di aprire i corpi e di operarli; si metteva il camicie e quando beccava un animale, lo torturava.
Così leggeva libroni illustrati, anzi li leggevamo assieme perché lui era lento.
Comunque con quei quattro ragazzetti che gironzolavano vicino a casa – e tra quei quattro c’era pure la figlia della serva – ebbe successo proprio come dottore. Si bevevano le sue parole anche perché lui li incantava coi numeri e con la musica.
Ci radunava e si metteva il camicie poi ci visitava e, l’avesti visto, sembrava un vero dottore… figurati aveva pescato in soffitta una cassa con vecchie cose del farmacista. Me lo ricordo come se fosse ieri il momento in cui scoprimmo la cassa lo stetoscopio di legno, un termometro e tutti quegli ammennicoli dei farmacisti d’un tempo che facevano pure da medici. Il Morbillo aveva gli occhi fuori dalle orbite quando trovò quel tesoro. Questo era il Morbillo quando era ancora del tutto vergine riguardo al sesso, prima che quella puttanella della figlia della serva lo sverginasse. Quando noi tre si andava su nella soffitta o nei boschi, quella povera scema, già spiritata prendeva in mano l’aggeggio del Morbillo e si faceva toccare. Insomma fu lei che cominciò a far seghe e pompini al Morbillo, che poi ingenuo com’era a quei tempi non faceva che ridere.
Ché poi quel calore era in linea con la famiglia. Era la figlia della serva che a sua volta era figlia della serva e così via fino alla prima, minorata orfanella, che era stata assunta dal farmacista ebreo, perché non costava nulla: un po’ di vestiti tanto per non mandarla nuda, il cibo giusto per non farle crepare e via. Poi quella ebbe una figlia rigorosamente N.N. e questa un’altra, pure lei N.N, e così via fino ai nostri tempi…. Tutte concepite a quindici anni o giù di lì… una bella scopata, magari la prima ed ecco uscire la prossima serva..
Il Morbillo maturò all’improvviso. Fu questione di una settimana e finalmente quella piccola bestia in calore, ebbe servito su un piatto lui e il suo aggeggio mostruoso. Faceva impressione con quella torre di carne, ma quella maiala se lo mangiava con gli occhi e se lo portava in soffitta. Quella cagna in calore per due giorni gli fece seghe e pompini, poi il terzo se lo scopò.
Da quel giorno il Morbillo, svezzato, cominciò a vedere sesso da tutte le parti e, quando alla sera ci mettevamo in fondo a quella selva che era il prato di casa, mentre lui suonava il flauto, io gli facevo una sega… No! quello accadde dopo…. Giù in fondo al prato ci andammo fin dalle prime sere, ma nei primi tempi ce ne stavamo coricati sull’erba a guardare il cielo e a parlare. Lui raccontava dell’orfanotrofio, di musica, di numeri e di medicina e io del cielo. Gli raccontavo che nell’antichità gli uomini credevano che il materiale dei cieli fosse perfetto, eterno, incorruttibile mentre qui sulla terra tutto si corrompeva e imputridiva…. Io me la ridevo ma lui si spaventava a morte “Anche tu stai già marcendo” gli dicevo e lui tremava e si guardava i piedi “Bisognerebbe fare un gran falò, un incendio colossale che oltrepassi pure gli oceani e bruci tutta questa terra viscida, umida e piena di carni malate” gli dicevo.
Così si finiva sempre a parlare di quelle malattie marce che lo ossessionavano. Lui le aveva studiate su quei libroni e le conosceva tutte dal morbo di Burger, alla cancrena, al diabete e, sudando per il terrore, guardava il cielo, le stelle e guaiva. “Tutto marcisce” diceva “E poi ti tagliano a pezzi e ti buttano alle galline” Finiva sempre con le galline, perché al di fuori dei numeri era stupido e matto. Lo sapeva che i morti li seppellivano nei cimiteri, ma chissà cosa girava in quella testa da indio. Cominciò a odiare le galline che razzolavano vicino al fiume a scovare i vermi. “Devono bollire per almeno tre ore” diceva, poi, se riusciva a acchiapparle le torturava “Ve lo meritate! Ve lo meritate tutte, per quando marcirò e beccherete il mio corpo!”
Il Morbillo non concepiva cose astratte come i concetti. Manovrava i numeri come un giocoliere, ma con l’algebra andava in pallone. Chissà che incubi s’era costruite su quei poveri polli.
Comunque come fu iniziato al sesso si incendiò e dimentico le cancrene. Cominciò a fare buchi sul pavimento della soffitta col trapano a mano, per spiare le zie e menarsi. Ci andavo anch’io la sopra non perché curiosa di vedere cosa facessero quelle cretine, ma per vedere se mio padre e i miei zii scopavano. Beh, guardammo ma non facevano niente. Il Morbillo lui continuò a spiare le zie nel bagno e a menarselo di santa ragione. Le guardava dai buchi e si faceva una sega dopo l’altra; poi chiese a me di fargliele e io mica mi rifiutai!
Anche perché mi faceva ridere quella sua faccia congestionata che pigliava le forme più strane. Gli feci la prima in soffitta mentre guardava la moglie dell’ingegnere che si lavava, la seconda in fondo al giardino mentre pensava a chissà cosa: poi mi appassionai e ne feci un’arte. Lui parlava di sinfonia, e in effetti era proprio come suonare un’orchestra con tema e controtema, accelerate e frenate. Ormai quel suo aggeggio lo sentivo vibrare come se mi parlasse. Lo sentivo salire fino in cielo e riuscivo a tenerlo in bilico mentre lui godeva e ansimava come un cavallo. Lo avrei potuto tenere in sospeso un giorno intero, ma era lui a cedere. Rantolava “Ora, ora”, se lo afferrava e con due colpi violenti, esplodeva.

Una volta fece cadere una pila di scatoloni e mia madre si voltò a guardare il soffitto. Ci stette un bel po’ a fissare, tanto che noi non si respirava neppure. “Ci ha scoperti, quella stronza” pensavo io. Ma poi entrò mio padre e sai cosa gli disse? Che la soffitta era piena di topi e piantò pure una delle sue piste isteriche, tanto che alla fine lui la mandò a quel paese. “Domani con la luce, vado su, metto le trappole, metto le medicine, mi mangio i topi, quello che vuoi purché la pianti con questa lagna” E naturalmente non fece nulla, anche perché lo si sapeva tutti che nella casa c’erano topi, scarafaggi e camole. Tutti, meno mia madre.
Lo sai giornalista? Quel pavimento della soffitta era tutto un casino. Quando il farmacista scappò in Svizzera, lassù la copertura era appena iniziata. C’erano i camminamenti fatti con gli archi in mattoni ma tutto il resto era legno. Quando tornammo il nonno fece fare qualcosa ma poi se ne dimenticò. Figurati poi i miei zii e mio padre quanto gliene fregava della soffitta! Non farebbero entrare nella casa i muratori neppure se cadesse il soffitto e finiranno per trasferirsi da una camera all’altra.
Così lassù è tutto pieno di topi e di camole. Li senti specialmente di notte: le camole col loro ‘Crump’, ‘Crump’ e i topi che scorazzano. Poi muovi una scatola e vedi i mucchietti di segatura e intanto quelle ‘Crump’, ‘Crump’ continuano a scavare nei soffitti, nei pavimenti e nelle travi … Decadenza, giornalista, decadenza! La casa e la famiglia! Camole, topi e pigrizia.
Sei scandalizzato giornalista?… Sì, che sei scandalizzato… E dio santo! Liberale sì! Visuale ampia sì! Ma ci vuole un limite! Non è vero piccolo borghesuccio! Siete tutti addottorati voi giornalisti, evoluti, emancipati, santo dio! Ma le seghe con le cugine, con le zie quello no! Supera i vostri limiti… Cose da deviati, da maiali, da degenerati. Siete tutti ipocriti e cretini:… vaticano, preti e mamma! Scoperesti la mamma? …Lasciamo perdere.
- Fu in quel periodo che Ardea occupò la scuola e si mise a far la rivoluzionaria, cosa che fece ammattire i professori, ma non certo gli zii “Sta emergendo il carattere della famiglia” Commentò placidamente il finanziere “Forse addirittura comela Chela”; ma certo non li spaventò. Cambiarono solo le parole “Vai a scuola?” chiedevano prima e “Vai a rompere i marroni?” chiedevano dopo senza neppure alzare il naso dal giornale.
Ma chi non la prese a cuor leggero fu la madre. “Quella sta diventando come la zia” diceva disperata alle colleghe. “Ma vivi tranquilla” la rincuoravano quelle “Sono giovani e, se non le fanno alla loro età, quando le devono fare?” In casa poi neppure la sentivano e, se insisteva con la storia della Chela, saltavano su come tigri: “E allora?” la beffeggiavano “Se diventerà comela Chela, andrà sulle Ande a combattere, meglio di te che vai a pregare in parrocchia!”
Ma lei già la vedeva sparare col mitra e sai che dramma per quella povera donna che amava la figlia in maniera ossessiva? E lo si vide bene quanto l’amava quando la seguì sulle Ande! Fu una catastrofe povera donna…
- Ma che le accadde?
- Quando partì per le Ande, venne da me un suo collega. Non sapeva neppure lui come cominciare il discorso e così balbettò, balbettò fine a che si fece coraggio e così saltò fuori che era l’amante di lei. Capito la santerella? Lui era pazzo di lei e insisteva per sapere e fare qualcosa “per non impazzire!” diceva. Si mise quasi a piangere quel poveretto e continuava a chiedermi scusa “Mi scusi, mi scusi dottore” diceva, “ma io non vivo più…sono venuto da lei perché sembra che le sia l’unico amico di quella famiglia, l’unico che gira in quella casa di pazzi… Almeno questo mi racconta lei!… Ma almeno può dirmi qualcosa….una notizia qualsiasi” Poi si scatenò sulla famiglia che l’aveva distrutta! “Distrutta, sì, distrutta, dottore!…. Lei ormai si è quasi convinta di essere una minorata di testa…. Capisce com’è ridotta?… quel marito ignobile e quel pazzo di professore che sputa acido su tutti. “Mi disprezzano” dice “il professore dice che sono il nulla e mio marito se la ridacchia!… E se mi vien da piangere mi guarda come se fossi una puzzola”
- E il marito, sapeva di questa storia?
- Penso che sapesse tutto, ma non gliene importava un fico. Del resto tutti là dentro lo sapevano. Lo sa che il Morbillo la seguiva e se lo trovarono in casa di lui proprio mentre scopavano. A lei venne un colpo e pure a lui ci manco poco.
-E lui, il Morbillo?-, -Oh, lui! Lo sa bene che era beffardo come una scimmia. Lei si sentiva spiata “ma mica in maniera normale”, mi disse quel professore “Quello mi spia per masturbarsi e se potesse mi salterebbe addosso” Non mi crede dottore?-, -No! No, ho risposto io, ho sentito qualcosa sul Morbillo… Ha capito signor…? Mi scusi non ricordo il nome?-, – Giubergia, certo, Giubergia.…
- E così la madre dell’Ardea aveva un amante…- dico io
- Oh se per questo anche le altre e forse mica uno solo…non erano proprio le tipe da avere amanti; anzi…sarebbero state le classiche mogli che vedono solo i mariti, ma, trattate com’erano trattate, … capisce? Per sentirsi vive e non impazzire… Io voglio bene a quei fratelli sa? Voglio bene davvero e sono pure vicino a loro come idee, ma devo ammetterlo che sono quello che sono e le mogli non riescono neppure a difendersi. Eppure nessuna si separò e sono rimaste lì a farsi umiliare.
Comunque la madre continuò a premere “Lo so, lo so che tutti ridono di me nella casa e fuori” diceva “Ma io la salverò” Così diceva ma intanto piangeva di continuo “Non devo solo piangere” disse a quel Giubergia, “e aspettare che me la portino a pezzi o attaccata a un traliccio come Feltrinelli!”
Non ebbe più pace. Andava alla scuola a chiedere notizie, consigli e a litigare. Andò anche da uno psicologo. E non le dico poi le discussioni con la figlia. Tentò pure di fare l’autoritaria, ma fu una cosa comica, perchè la ragazza la disprezzava e non lo nascondeva neppure. Diventò addirittura sadica “Hai fatto questo?”, “Certo che l’ho fatto!”, “Hai fatto questo!”, “Sì, e sì ho pure fatto quello e quell’altro!” Volarono pure schiaffi da tutte due le parti, con la madre che poi correva dal marito, senza sapere neppure il perchè: se prendersela con lui, se invocare i diritti di madre schiaffeggiata o se implorarlo che per favore parlasse con la ragazza, la fermasse fin che s’era in tempo.
- E lui?
- E lui che vuole che facesse? La mandava a quel paese lei, le sue lagne, la sua borghesità radical chic, la sua testa bacata…
- Perché non va alla scuola, giornalista? Vada e parli con i suoi colleghi, l’hanno vissuta tutta la storia dell’Ardea e della madre.

 La contestazione di Ardea.

-Vuoi un caffè giornalista? Sei tornato per chiederci qualcosa? Sai ti abbiamo visto girovagare dal dottore e parlare con quell’Ardea?- mi chiede il barista con un sorriso. Arriva pure la moglie, visto che il locale è vuoto – Sai giornalista quanto s’è parlato di questa faccenda? E come se tu avessi risuscitato i fantasmi. Parlano i pazzi?-, -Poche parole e tanti insulti contro il mondo- dico – E che ci si poteva aspettare – dice lui – Dio mio, inveire contro il mondo! Loro poi…- sibila la barista -ma lo sa che sono tutti in pensione? Si pappano la pensione e che hanno fatto? Qualche anno di lavoro sfaticato… e poi via con la pensioncina a poltrire là dentro, mentre noi si sgobba e si mantiene loro e quelli di Roma…. La sequenza è questa: prima partela Chela, poi c’è il processo al finanziere, poi sparisce l’ingegnere e comincia la ribellione della casa: è l’Ardea (col Morbillo al seguito) a infiammare tutti: occupano la scuola, vengono processati e infine arriva l’esercito a ispezionare la casa e finiscono tutti sotto processo…. Poi mentre li processano scoppia la bomba al traliccio, l’Ardea sparisce e ricompare laggiù sulle Ande… poi sparisce pure il Morbillo e infine parte la madre dell’Ardea per riportarli a casa… Capisce giornalista loro giocano e noi a mantenerli e a pagare pure le bombe…-, – Non ascolti mia moglie quelli avranno pure la pensione, ma il padre li ha lasciati ricchi sfondati…- Il marito borbotta qualcosa sul finanziere e la moglie sospira.

La Truffa

- Ma la storia della truffa quella te la racconto io caro ragazzo, perché loro, i famigliari non te ne parleranno mai e al bar cosa vuoi che ne sappiano… pettegolezzi!
- In realtà Silvano sembrava l’unico normale dei fratelli. Era l’unico da giovane a farsela con tutti, fu l’unico a diventare dottore in economia e fu l’unico a lavorare nella banchetta del padre. Non solo lavorava ma lo faceva pure bene; parlava di soldi, di cambiali, di titoli come io parlo dei miei vini. Insomma incantava i clienti e lavorava così bene che i veri clienti volevano solo lui. Così capitava che loro andavano alla banca, entravano nel suo ufficio e lui montava in cattedra: – Questo titolo è così, questo è cosà, stia attento…- Proprio come se fossero soldi suoi – dicevano quelli – Ha preso dal padre: serio, competente, un vero signore! Nulla a che vedere con quei suoi fratelli anarchici e pazzi.- dicevano – Uomo integerrimo come lui, ma più simpatico e alla mano….Ma da dove sono saltati fuori gli altri? – ci chiedevamo. – Dalla madre, no, di sicuro perché era una vera donna di casa, dal padre nemmeno e allora? – Eppure una vena di pazzia doveva esserci se prima è saltata fuori quella matta che è andata sulle Ande a far la rivoluzione e poi questi anarchici pazzi e pelandroni.-
Quando il padre vendette la banca, lui si mise in proprio a fare il finanziere ma mica contro la banca chè anzi, furbo com’era, se li coccolava: “Visto che vi ho lasciato il campo libero” diceva “Visto: mi prendo un po’ di clienti, ma, tutto passa da voi che beccate il per cento. Tutta salute e poi sai che figurone con la dirigenza suprema assisa là dove batte il sole: Tanti soldoni ma senza rischioni.”
Insomma uno che quadrava il cerchio, che banchettava col cielo e attirava clienti, tanto che i babbei della banca contavano i dollari, curavano i fegati e profetizzavano miracoli: “Arriverà chissà dove! La città? La capitale? …Gli States?…La luna? Nulla proprio nulla è troppo grande per quella testa miracolosa, onesta come quella del padre, ma con un bernoccolo in più. E che bernoccolo, santo dio!” Poi un giorno il finanziere sommo portò i libri in tribunale: niet, nulla, tutto finito. “M’avete dato i vostri dollari e allora? Sono spariti! Puff, Non ci sono più”
- Li dovevi vedere, i trombati – dice soddisfatto il dottore che s’è preso un tramezzino, mastica e fa cic-ciac – Ne vuole uno giornalista? …I loro dollari tanto faticati? Svaniti! Si figuri la rabbia…Con quei tribunali poi! – ridono i due – Lo trattavano con le molle, il reprobo: sorrisi qui, sorrisi là: “Ma ce lo dica dottore: dove li ha nascosti i dollaretti?”, “E’ tutto lì, cari giudici” rispondeva il dottore “tutto su quei libroni. Sono partiti di qui, sono arrivati di là, sono ripartiti di là e si sono convertiti in azioni della miniera qui, del palazzo là, della reggia laggiù”, “E poi?”, “E poi la miniera non c’era, il palazzo non c’era e la reggia neppure. Io sono il truffato cari i miei giudici!” Scavarono i giudici scavarono, scrissero, mandarono, indagarono e si persero in quelle miniere e così dove s’erano smarriti i dollari si smarrirono loro, tanto che per non evaporare come quei dollari, assolsero il dottore con la formula: -Mettiamoci una pietra sopra, l’imputato è senza dolo, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, andate e siate felici – ridono tutti e due e rido anch’io. – Poi lo beccarono i truffati una sera e lo randellarono alle gambe, anche se il soccorso della cavalleria arrivò in un amen, quasi fosse appostata a due passi, tanto che i creditori, con quel fratello che strillava, ululava, invocava medici e infermità mai viste, si insospettirono che le busse le avesse programmate lui e non era mica campato in aria.
- Comunque sia i creditori dovettero far retromarcia e accettare proprio il detto sul chi ha dato e chi avuto, anche se loro avevano dato e l’altro pappato. E il laido ci guadagnò pure la pensione; camminava col bastone e chiedeva un’invalidità e, manco a dirlo, alla fine ottenne la pensioncina.
- Un altro caffè signor giornalista?- chiede la signora.
- La fecero grossa lei e il Morbillo quando occuparono la scuola e incendiarono i registri. Partì subito una denuncia coi fiocchi e così arrivò l’ordine di sgombrare la scuola. A quel punto si chetarono tutti, ma non lei e il Morbillo che si barricarono e non le dico cosa non buttarono contro la polizia, dopo aver allagato tutta la scuola. Poi un vigile si pigliò pure una bella bastonata e quella fu la goccia che fece traboccare il vaso, vaso che nella fattispecie era il giudice che li fece mettere dentro e li processò per direttissima, ma non conosceva il Morbillo, quel giudice.
- Quel diavolo imparava qualsiasi strumento come si impara un gioco di carte. Lo interrogarono e lui rispose con la fisarmonica a bocca ta ta ta, ta ta ta, tatatata! Il presidente lo fece bloccare, ma lui si difese coi calci e coi morsi e continuò coi fischi. Così dopo averlo messo dentro e dopo averlo sopportato per tutta la notte perché quello continuava a urlare che voleva la fisarmonica, lo menarono pure, il che era del tutto giustificato perché il Morbillo riusciva a imbestialire pure i martiri e i santi.
E quell’Ardea poi!… Quando il giudice le chiese indicando il Morbillo se lo conosceva, ma dico io che domande: vivevano nella stessa casa! Comunque lei rispose “E come no, caro giudice! Proprio l’altra sera gli ho fatto una sega sotto le stelle”
Insomma l’ebbe dura quel giudice…. E con chi poi? … Con due minorenni. Incriminò i padri, i quali se ne fecero un baffo e mandarono a dire per iscritto che loro erano esauriti di nervi. Dicono che il giudice si sia incazzato come una bestia a quella risposta e che li volesse mandare a prendere con un cellulare. E glielo mandò davvero un atto ufficiale a loro e pure al dottore che aveva certificato quell’esaurimento di nervi così offensivo per la corte. Al che mica si spaventò il professore che fece fotocopiare la sua cartella medica e ci mise pure un pezzo di giornale fotocopiato di quelli che riportano annunci personali. Sa quelli del tipo “Signora avvenente, popputa e capace esegue massaggi a domicilio ecc., ecc.” Fece un bel pacco, gli appiccico sopra un foglio a quadretti con l’indirizzo “All’eccellentissimo giudice tal dei tali residente da qualche parte nel tribunale” Ci mise pure una lettera che pare fosse di questo tipo: “Lei mi ha fatto questa domanda? Io le rispondo così: se io non sono responsabile delle mie azioni, come vuole che sia responsabile delle azioni dei nipoti che mi ritrovo? Ritengo la risposta appropriata, puntuale, esauriente e le do un consiglio dall’alto della mia follia. Il consiglio è questo: lei s’è preso la briga di aver a che fare con i soggetti in oggetto? E allora li sopporti senza rompermi i marroni”
Insomma lo mandarono a prendere con le giubbe il Professore per portarlo in aula e notificargli un bel processo per offese alla corte, alle istituzioni, al giudice e chi più ne ha più ne metta, ma intanto il giudice dovette imbestialirsi con le giubbe perché, santo cielo, come era potuto succedere che si rompessero i marroni allo zio e non al padre? Così dovettero ricominciare la trafila comica, trafila che mica cambiò un acca, perché il fratello replicò il malfatto. Insomma non so come andò col suo fegato ma di certo non andò bene…

- Intendiamoci di guai ne ebbero tutti e due e quel Morbillo era intrattabile e odioso, ma era pure allegro per come sbertucciava i professori. Una volta si abbassò i pantaloni in corridoio e spetazzò contro il preside A chi non ce l’aveva in classe era pure simpatico.
L’Ardea era invece tutt’altra cosa. Ribelle, contestatrice, colta; mica di quelle che sbafano slogan la mattina e li ruttano la sera. Era una che volava alto e strapazzava le professoresse tanto il tipo radical chic che quello pacione-casalingo. Il peggio capitava alle hocimine che la difendevano per poi essere trattate come delle deficienti. Le chiamava ‘cretinetti’ in calore e quello finì per mandarle su tutte le furie.
“Ha una fogna per bocca” berciavano “E’ un’esaltata, ma vi chiedo colleghe, che la difendiamo a fare? L’altra mattina facevo footing è lei mi ha gridato dietro “Corri veltronide, corri! Suda che con quel culone che ti ritrovi perché poi lo scoprono tutti che sei tutta culo e niente testa” Mi sono fermata per dirgliene quattro e lei che mi sbeffeggia ancora e dice che il giorno prima ho detto una cazzata. “Ma quando l’hai aperto il tuo ultimo libro? Vent’anni fa? Ma fatti una supposta e vai a pulire i cessi?” Insomma cosa puoi dire contro la volgarità? L’avrei schiaffeggiata lì sui due piedi ma mica potevo farlo…. E non era ancora finita perchè è spuntato pure il cugino, che mi chiede: “Me la dai professoressa?” Immagina un po’ tu: io lì tutta sudata, rossa e trattata in quel modo da due deficienti qualsiasi. Insomma hanno raggiunto il colmo. Al di là della decenza non si sa cosa rispondere, anche perchè la rabbia che avevo dentro non mi faceva neppure respirare… E poi ero una professoressa, santo dio! Mica potevo mettermi a gridare! Con chi poi? Con quel deficiente del cugino che non capisce niente? E non era finita “Guarda come è rossa la nostra professoressa!” dice lui “Che dici cugino? Sta per crepare? Povero fegato! Povero fegato!” sbeffeggia lei. A questo punto non ci ho più visto e non so quante gliene ho dette. E loro mi guardavano sorridenti e incuriositi! S’era pure radunata un po’ di gente e tutti a commiserarmi come se la pazza fossi io… Capite o non capite!? Come se la pazza io fossi! Insomma mi sono sentita morire di vergogna e mi sarei nascosta sotto terra.
E il preside? Il preside fece quello che poteva. Del resto aveva pure paura della famiglia quel povero coglione. Con il professore si scontrò fin dai primi mesi e fu davvero dura.

Testimonianze dei colleghi

- Non è che fosse crudele ma non aveva il minimo senso della disciplina e così veniva a scuola quando gli pareva, rispondeva agli insegnanti e faceva cosa voleva, per cui il preside prese carta e penna e buttò giù una convocazione per il padre. La segretaria naturalmente sbagliò nome e convocò il professore. La stessa cosa che successe poi al processo -
-La lettera – è tutta da ridere – arrivò con tassa a carico del destinatario e allora furono urla contro lo stato, contro i comunisti, contro Berlusconi. Ma c’era già Berlusconi?…Beh non importa.
- Insomma immaginatelo con quel postino davanti che gli dice “Tassa a carico del destinatario” Diventò tutto rosso, lo coprì di ingiurie e lo mandò a quel paese col risultato che arrivò qualcuno dal comune o addirittura dalla caserma a dirgli che lui quella lettera doveva prenderla e quella tassa pagarla. “Io? Pagare questa tassa? Neanche per sogno. Io scrivo a loro e metto il francobollo e loro facciano lo stesso. Mi scrivono? Mettano il francobollo!” Poi si mise a gridare “Chi credono d’essere, gli stronzi? Dio?… Cosa farà Dio? Manderà le giubbe?… E che le mandi, santo dio…. E intanto andate a quel paese voi e le vostre istituzioni” Insomma prese la porta e ‘bam’ gliela sbatté in faccia e così si beccò una bella denuncia ma lui ci era abituato.
- E come andò con la lettera? Bah non ricordo…forse mandarono il messo senza tassa a carico e così lesse la lettera e si mise a urlare.

- Figurati quella scribacchina aveva fatto un errore d’apostrofo e poi c’era la lettera che cominciava con “Gentile signore” -Gentile? Chi gliel’ha detto che sono gentile? Ha sbagliato tutto! Io son maleducato, rognoso e demente.- latrò.
Insomma quel ‘gentile’ era il cacio sui maccheroni e lui incazzato com’era, non vedeva l’ora di andarci da quel preside del ‘gentile’, ma dovette aspettare due giorni fino al venerdì fatidico, programmato e ufficializzato con tanto di timbro: “Dirigente scolastico – Liceo Giordano Bruno” e quando si presento subito lo gelò quel preside che si aspettava il solito padre accorrente da lui a farsi bastonare di santa ragione sull’educazione del giorno d’oggi, sui genitori del giorno d’oggi, sugli studenti del giorno d’oggi. E ancor peggio quando quell’energumeno cominciò con un turpiloquio da taverna contro quel relitto di scuola da cui mica poteva pretendere niente se gli insegnanti sentivano le stesse canzonacce, le stesse demenze, le stesse scemenze e le stesse novele dei loro studenti. “Ignoranti” caro il mio preside “Ignoranti! Lo so ben io che ci ho bivaccato per anni….quindici per la precisione, in queste mandrie di casalinghe, mezze maniche e cretinetti chic che temevano i libri come la peste”
-Era esterrefatto l’austero preside a sentire la sua scuola disprezzata come covo di acefali. Divenne viola e perse la facoltà di parola mentre l’energumeno continuava e macellava, chiedendo all’eccellenza illustrissima se non si vergognavano, loro, in tanto liceo omologato offendere l’anima di ‘Giordano Bruno’ eroico ribelle, bruciato dal Papa al campo dei fiori… “Sento che si rivolta nella tomba, eminenza illustrissima. I suoi antenati spirituali lo hanno mandato al rogo e adesso lei s’è impadronito di lui, del rogo e se lo mette sulla testa come una corona d’alloro. Ma non si vergogna” Rideva adesso il demente mentre il preside bruciava come un vulcano tappato.

Insomma se la godeva il professore pazzo. Perché mica era casuale quel teatro, chè anzi fu premeditato con cura e cattiveria in quei tre giorni. Quell’anarchico rognoso di mio zio lo preparò come un artista. Prese appunti, meditò e le pensò tutte per farlo incazzare per bene quell’impiegatuccio ignorante: educazione qui, impegno la, circolare qui, circolare là, famiglia qui, famiglia là. Fu addirittura crudele. Bolliva il poveretto nella sua bile e lui: “Ma santo cielo” preside “Lei è tutto rosso! Ma, santo cielo, ma basta deridere questa scuola perché le salga la pressione e le venga l’infarto? Ma sbotti, santo cielo, faccia l’incivile, mi insulti; lei è un vulcano tappato… Non vuol perdere il suo aplomb? E tutta da ridere preside, tutta da ridere! Si sbrighi, santo cielo, esploda o crolli”
Ma il preside non esplose e sì subì pure la storia del ‘Gentile Signore’ “Come si permette di chiamarmi Gentile Signore? Io non sono né gentile né signore. Mi fate pena e schifo ecc. ecc.

Il Processo

Poi si arrivò al processo quello grosso, intendo, quello del maresciallo e del tenente. E che avevano in mano quei giudici? Avevano trovato in cantina cose della Chela tra cui un manuale per far bombe e pure una vecchia bomba… libri sull’anarchia, manuali sulle bombe… e via di questo passo… Pure la descrizione di come si fa un’atomica presa da Internet ma era una cosa tutta da ridere. Nulla insomma. E infatti la famiglia si divertì.
Prima piantarono la pista che volevano difendersi da soli, poi che era un processo politico. Poi ricusarono i giudici, poi fecero ammattire gli avvocati. D’ufficio naturalmente. Mica c’era bisogno di grandi avvocati per quella bischerata! E lo disse pure il Professore al giudice “Non avete nulla in mano. E tutto da ridere questo processo! Sprecate soldi dei contribuenti e ci fate perdere un sacco di tempo”
Poi ne studiarono un’altra quei maledetti. Tirarono fuori il parlar forbito che consisteva solo in una maniera di parlare gentile in maniera iperbolica. Capisci giornalista, puntualizzazioni, semantica, gentilezza, metafore, complimenti esagerati, ripetizioni, ringraziamenti continui.
I fratelli lo adottarono per far saltare i nervi ai giudici e ci riuscirono. Hai idea? Si rivolgevano al giudice e lo chiamavano “Luce della verità, eccellenza suprema…” Insomma sai che cosa non tirarono fuori con quel giudice che urlava per farli tacere e loro che protestavano “Ma santo cielo! Ma se non c’è più neppure più la libertà di usare la lingua italiana, signor giudice, eccellenza suprema!” Insomma doveva cacciali via per farli tacere ma quelli erano furbi e lo facevano uno per volta: fuori uno, cominciava l’altro. E quello cacciato oltretutto si metteva a urlare che non lo si lasciava parlare e dovevano portarlo via di forza con lui che faceva sberleffi. Te li immagini i giornalisti e la televisione! Divennero i beniamini del pubblico, vere star. C’era il pienone di gente, giornalisti e fotografi che volevano entrare là dentro per sentire cosa avrebbero tirato fuori quel giorno.
Fu un processo da ridolini. E il bello è che gli zii ammisero tutto fin dall’inizio ma poi ritrattarono tutto, di nuovo ammisero e così via. Uno dichiarava di voler leggere un messaggio e leggeva la sua colpa, un altro, il giorno dopo, leggeva la sua discolpa e quel giudice che mica poteva dire facilmente di no, perché quelli aggiungevano ogni volta un granello di verità o falsità. Lui il professore ammise di aver preparato le bombe e descrisse il tutto con minuzia. Tanta minuzia che c’impiegò tre giorni, ma alla fine ammise pure di aver ucciso, Stalin e Andreotti.
Il giudice mica voleva che deponesse quel professore e gli veniva la dissenteria solo a pensarci. Te lo immagini quello a interrogare e l’altro a rispondere col parlar cortese. Te lo immagini “La smetta di parlare in questa maniera irritante. La diffido ecc. ecc. e l’altro “Ma questo è parlare civile! Educazione, civiltà, bon ton”, “E qui deve parlare giudiziario: rispondere a puntino… un si o un no, correttamente e basta, senza fiorellini e trucchi.”Ma qui mi si impedisce di testimoniare, mica l’ho inventata io la lingua italiana? Forse che non parlo italiano? E gli avvocati poi te li immagini? Ma quello sarebbe venuto dopo che il professore aveva già preannunciato battaglia sul giuramento allo stato e al concetto di verità e via di questo passo. Una salamata insomma: volevano ricusare pure il giudice che schiumava rabbia” Ma in che mondo siamo?” Latrò una volta sfinito “E lo chieda a dio, lei che è così in alto” gli rispose il professore.

Lo scoppio della bomba al processo

I giudici stavano proprio per chiamare il professore alla sbarra quando arrivò in aula la notizia dello scoppio della bomba e immagina che bailamme ne saltò fuori. I giornalisti con tanto di fotografi e aiutanti che si precipitano fuori vociando “E’ scoppiata una bomba?! Dove? Che è successo? Hanno ammazzato compare Turiddu? Non c’entrava proprio niente compare Turiddu ma intanto quelli s’ammassarono alle porte; trenta delle TV private, berlusconidi compresi, cinquanta dei giornali, e chissà quante centinaia di quella maledetta RAI radiotelevisione Italiana, servizio pubblico che serviva male il pubblico con quei duemila giornalisti che si ritrovava, ma serviva bene i giornalisti, che poppavano direttamente dal canone! E così potevano mantenere le mise, i decolté, le piscinotte e far manutenzione ai labbroni.
Vuoi mettere una giornalista, bella e sexy che legge di storto, come le scimmie del Madacascar, che goduria! E non facevano sognare gli italiani quelle presentatrici con otto chili di bel silicone per labbro, affinché sembrasse, quel labbro lassù uguale a quell’altro labbro laggiù. E i labbri stessi con quel chiudersi e aprirsi: belli, grassi e burrosi in azione per fare all’utente un sano, virtuoso, sontuoso, gratuito bocchino? Finalmente, giornalista lo abbiamo capito in cosa consiste questo benedetto servizio pubblico.

In ogni caso il giorno dopo Ardea era scomparsa. Era a piede libero e quel piede benedetto lo usò per scappare. Non so perché ma ci impiegarono un giorno a muoversi e quando lo fecero, quella era già in America.

La Fuga

- Come fuggii? Quando fuggii? Perché fuggii? Quante domande giornalista. E sai che ti rispondo? Che io non avevo nessun progetto di fuga. Pensai sì, in quel momento, che con quella bomba cominciavano nuove tribolazioni per la famiglia, ma non m’impressionai più di tanto. “Le affronteremo” mi dicevo.
- Vuoi dire che non avevi mai progettato di raggiungerela Chela?
- Certo che ci avevo pensato!la Chela,la Bolivia, il Cifas, le montagne erano il mio sogno. Ma era uno di quei pensieri che arrivano, che ti riempiono di voglia di vivere ma che rinvii sempre a tempi migliori. Certo, prima o poi ci sarei andata dalla Chela e avevo anche cominciato a preparare il viaggio. Non che avessi fatto molto ma avevo imparato un bel po’ di spagnolo, letto libri, ascoltato la radio. Certe volte, di notte in soffitta, pigliavo le Ande in compagnia del Morbillo. Lui sì che capiva tutto: era un primitivo quasi un demente; Zulù lo chiamavo certe volte. Quasi una scimmia quando non si trattava di numeri e di musica. Eppure lo spagnolo sembrava che ce l’avesse nel sangue e dire che, anche se il trovatello era nato là, non aveva mai sentito una parola in spagnolo prima che gli facessi sentire la radio.
- Come usciste?
- Pensò a tutto mio zio il finanziere e senza lasciar trapelare nulla né con me né coi fratelli.
Quando scoppiò la bomba, che poi si rivelò un bluff, dopo cinque minuti in quel gran casino, lui era già lì che mi parlava. “Tu infiammata come sei, mica ci avresti mai pensato, cara nipote, e allora l’ho fatto io. Qui ci sono il passaporto, la tua foto e il tuo nuovo nome; adesso ti cambi, ti metti il rossetto, il rimmel, i tacchi, ti tagli i capelli e via con questo biglietto” Ghignava felice come una pasqua quel vecchio filibustiere e fece sogghignare anche me, mentre mi accompagnava nel bagno del tribunale. Pensa giornalista proprio nel bagno del tribunale! Pensa quel giudice che mal di pancia se lo avesse saputo che proprio lì, in casa sua, si consumava il delitto. Ma si consumò lo stesso e così, fatta la trasmutazione degli elementi, via sul Taxi fino all’aeroporto.
“Non mi piaceva proprio il tuo nome” ridacchiava mio zio sul taxi. “Ti piace Ardea?” Insomma m’aveva chiamata Ardea. E il motivo poi! Tutto da ridere “Un bel nome!, diceva, Sai l’Ardea è stata la prima macchina di tuo nonno e la comprò dopo aver apertola Banchetta. Granmacchina! Una Lancia! Le porte si chiudevano con uno swosh che era un piacere sentirlo. Io ci andai una volta nel garage solo per aprire e chiudere le porte e sentirmi in santa pace quegli swosh, swosh, swosh; finché non arrivò la serva a darmelo sulla crapa il mio swosh” rideva tutto allegro il truffatore.

“Perché questo paese? Ma perché li c’è la banca col mio malloppo” rideva come un matto adesso. “Ecco, qui c’è il numero per prenderne un pochino. Mandalo a memoria sull’aereo e poi mangialo. Mica troppo, santo cielo, che quello sta bene lì dov’è e s’incrementa; ma se ne hai bisogno, si provvede” Come farò a contattarti? gli chiedo “Lascia fare a me!” Risultò che c’era una mignotta nella faccenda.
- La segretaria?

- No! Non la segretaria ché quella si sapeva che l’avrebbero strizzata come un straccio bagnato. No, la segretaria era una baluba qualsiasi, che quando la interrogarono fece proprio la baluba che era e non ebbe neppure bisogno di recitare: “Chi? Come? No! Non sapevo. No, non ho visto. E chi lo sa! Faceva lui, faceva lui, faceva lui e io ero solo la segretaria. Mi diceva: “Fa questo, fa quello, telefona qui, telefona là, prenota, prendi appuntamento, prendi nota- e che deve fare una segretaria?” La strizzarono senza pietà! Ore e ore per cercare di cavare sangue da una rapa che sangue non ne aveva e infatti non cavarono niente.
Il complice però c’era e questo l’avevano capito i vampiri, ma non si avvicinarono nemmeno da lontano. Dico in senso figurato, perché in senso fisico la mignotta era già volata in America coi fogli del malloppo.

Dogana

“Turista?” Mi guardava bieco l’impiegato della dogana nella sua divisa unta con in mano quel passaporto e quel foglio “La racconti giusta in questo foglio?… Turista!? Con questi pochi dollari? Ma non c’è neppure da pagarsi il ritorno” aveva scosso la testa e si era asciugato il sudore “Non me la conti giusta. No! non me la conti proprio.. qui c’è qualcosa che puzza” Ed era bastato un cenno perché arrivassero due poliziotti. Facce chiuse che avevano confabulato con l’impiegato fissandomi e avevano latrato: “Per di qua” Mi spinsero dentro una stanza nuda con un banco e una panca. Fu la chiusura di quella porta a mandarmi in tilt… e poi lo squallore: il mondo che era scomparso e io che ero in balia di quei due poliziotti che puzzavano e mi piantavano addosso i loro occhi da criminali. Mi resi conto insomma che non ero più in Italia e che quelli potevano fare quello che volevano senza che nessuno, fuori, ne sapesse nulla. Cominciai a sudare, a balbettare. Persi la testa e non ero più io… il terrore…. Cosa dissi? E chi lo sa. Smozzicai qualcosa di sicuro ma chissà cosa. Sentivo solo le loro domande che crescevano di tono. Poi cominciarono a urlare e arrivarono gli schiaffi sulla faccia. “Cosa sei venuta a fare puttana?” ringhiavano “Parla! Perché mica esci viva da questa porta”, “Allora a chi vuoi contarla?… Che sei venuta a fare in questo paese?”, “Chiedile se è venuta a battere?” rideva uno “Sei venuta a far la puttana?.. Arrivare dall’Italia per battere qua? E allora vediamole le grazie. E stavano davvero per vederle a suon di sberle quando dissi che sarei stata ospite. “E di chi? E di chi? Di questa? E tirarono fuori il biglietto di mio zio. Nome: Chipa e questo è il telefono? Di questa Chipa? E chi è questa Chipa?
Uno dei due fece il numero e di là qualcuno rispose. Volevanola Chipa? Chi?La Polizia!? Santo cielo. Subito….La Chipa non c’era: era andata all’aeroporto a prendere qualcuno.
- Chipa che?
La paura non era solo lì giornalista, la sentivi arrivare anche dall’altra parte del telefono… “Ah, il cognome!” E così arrivò pure il cognome di quella Chipa, ma i due non mollarono e vollero sapere chi era dall’altra parte e risero “Un bordello!” riferì al compagno che subito gli ordinò qualcosa; parlarono con non so chi al telefono e poi fecero cercare con l’altoparlante quella Chipa, “Vediamo questa puttana!” disse uno e, sempre a muso duro, attesero.La Chipache entrò, era una bella donna anche se non di primo pelo: elegante, truccata senza esagerazione ma truccata da terra alla cima dei capelli.
- Sembrava una donna di classe?
- Non lo so comunque l’assalirono “Non me la conti mica giusta puttana! Fai arrivare per il tuo bordello una donna dall’Italia, ma quando mai!? Le donne partono di qua per andare a far le puttane laggiù, mica succede il contrario” Cominciò il più grosso prendendo per il collettola Chipa“E fior di donne con la carne giusta e le curve e tutto il resto… un po’ come dovevi essere tu da giovane” continuò, cominciando ad accarezzare le poppe della Chipa. Poi le strappò il bottone “Come queste” disse afferrandole un capezzolo.La Chipaurlò di dolore, la guardia rise, io piangevo. “Preferisci qualcosa altro di più duro, puttana?” Allora il più vecchio intervenne. “Calmati” disse con flemma, asciugandosi il sudore “Queste puttane hanno sempre protettori in alto” E poi rabbioso alla Chipa “Ma mica contano niente se non ce la racconti giusta. Sei una puttana, hai capito, sei solo una puttana! Sei niente! E sai cosa facciamo noi alle puttane che fanno le furbe? …Allora come la mettiamo con questa racchia senza poppe che viene a far la puttana da te? A chi vuoi contarla?”La Chipa, rabbiosa con uno strattone liberò il capezzolo “Hai ragione sergente, ho i miei protettori” disse “e le mie ragazze vanno alle feste di un generale. E adesso, guardala la ragazza perché lei è mia ospite e adesso viene con me!”
Anch’io a vedere come quella Chipa teneva testa ai due maiali, mi ripresi e gliel’avrei data davvero una bella ginocchiata in quel posto. Speravo che lo facessela Chipa, ma lei sapeva fin dove poteva spingersi e così si limitò a uscire da quella camera squallida tenendomi per un braccio. Non chiese nessun permesso, ma non si spinse oltre. Più tardi mi disse che aveva una paura del diavolo mentre usciva in quel modo “ma sapevo che anche loro avevano la loro perché in questo paese nessuno scherza e la paura non manca mai….” Ma intanto ero fuori da quel caldo che toglieva il respiro, da quella puzza d’ammoniaca, dal terrore e tornai a respirare. Quello fu il primo contatto con quel paese e devo dire che fu anche la mia prima volta nella vita in cui persi la testa per la paura.

La Chipa mi accolse in un salotto elegante con l’aria condizionata. Era una donna tra i quaranta e i cinquanta ma il sorriso luminoso, la disinvoltura, l’agilità dei movimenti gliene toglievano qualcuno. C’era una cameriera per la casa ma fu lei stessa a portare le bibite
Che posso dirti, giornalista, quella era una famiglia tutta matta e rivoluzionaria fino al midollo. L’Ardea era solo più esaltata; una copia di quella Chela sulle montagne. Mi chiedi come li ho conosciuti? Ha poca importanza, davvero poca importanza. Il fatto è che di qui se non hai nulla e non nasci dove devi nascere, te ne scappi appena puoi. Figurati allora… a meno che tu non nascessi ricco… e non era proprio il mio caso… Io comunque riuscii ad andarmene in Italia e mi trovai là a far la serva in una casa di due pidocchiosi col pidocchioso maschio che voleva chiavarmi. Un vero maiale! Superbo e schifoso, tanto schifoso da non riuscire a capire che una pezzente venuta dal paese dei baluba non volesse farsi chiavare da un dio come lui! Capirai che onore. Non voleva crederci e così toccava e s’incazzava sempre di più perché lo mandavo a quel paese. Una volta cercò persino di stendermi. “Mi fai impazzire!” mi disse mentre cercava di buttarmi su un divano. Capirai, lui, magro e debole di cuore e io nata nei vicoli. Non me ne accorsi neppure quando lo sollevai e lo buttai da una parte come uno straccio.
Non che avessi dei problemi a farmi scopare, santa madonna! Avevo dodici anni la prima volta per quattro soldi!… E proprio con un vecchio bavoso grigio, rugoso come lui… poi continuai un po’ commessa, un po’ serva, un po’ mignotta fino a che un diplomatico vostro mi pagò il viaggio perché non poteva fare a meno di scoparmi. Mi sistemò in quella famiglia e affittò una camera dove veniva a perdere la testa e le bave. Non era male come vita e il tizio era anche innamorato ma quanto a soldi, era uno spilorcio. Anche lui pensava di farmi un onore e poi non mi aveva fatto il grande favore di farmi uscire dal letamaio? Ma non è questa la storia che vuoi sapere e neppure ho voglia io di raccontarla.
Insomma io la capii subito quella lenza dello zio. Lo chiamavano Finanziere! E tutti che si levavano cappello al figlio del banchiere, unico saggio di una nidiata di matti. Era in gamba davvero, li incantava e se li cucinava come voleva.. Ma non poteva certo incantare una come me cresciuta dov’ero cresciuta!…. Perché se cresci in questa scuola e devi cavarci giorno dopo giorno la pagnotta tra clienti, padroni e magnaccia, allora impari a leggere le facce e perfino il tipo d’odore. Insomma questo è il paese giusto per certe cose.
Così lo capii subito di che pasta era fatto lo Zio dell’Ardea. Girava per la case degli schifosi con fogli da firmare, ricevute, borse, assegni…e chi più ne ha più ne metta con quell’aria da professionista d’altri tempi. Proprio questo dicevano il maiale e quella sua moglie balenga e superba come lui: “Professionista d’altri tempi! Serietà e onesta come il padre”, “Sì! Professionista in bidoni” pensavo io. Lo capii subito che ne stava confezionando uno di quelli grossi…. Lucciole per lanterne, anche se non conosco i particolari. Comunque i due allocchi un mattino mi mandarono nel suo studio a portare dei documenti e io dissi a quella lenza che avevo capito tutto ed ero pronto ad aiutarlo con tutto il mio cuore.
- E lui?
Lui? Non voleva il mio cuore e, da quella lenza che era, non battè ciglio ma se ne uscì con un risolino furbo. “Il cuore no!” Mi disse “E meno che mai il resto, in certe faccende!” Insomma ci capimmo subito e io ero la ciliegina sulla torta arrivata al momento giusto. Lui mi chiese se potevo fare questo, se potevo fare quello e non parlò mai, dico mai, di quello che ci avrei guadagnato. Ma io lo sapevo che non m’avrebbe fregato e poi a me lui piaceva. Piaceva perchè era un signore, perché rispettava il gioco, perché non aveva puzze sotto il naso e ancor di più perché il bidone lo tirava a tutti in un colpo solo, anche ai due maiali.

Fai la faccia da allocco? No? No non voglio dire che sapessi districarmi fra pagamenti, bonifici, banche e chissà cosa. Per questo c’era lui che era un asso, anzi un poker d’assi e poi non era un ebreo? E non aveva una banca il padre? E non ci aveva lavorato anche lui? Insomma lui le carte le conosceva e le maneggiava bene. E poi aveva il sangue giusto.
- Eravate amanti?- chiedo titubante e lei ride e non risponde
- Ti accompagno alla Casa Bianca, il bordello da cui sono partiti sia l’Ardea che i Morbillo e di lì potrai cominciare sulla strada giusta.
La Chipa guidava con prudenza ma il traffico era un caos.
- L’hai cavata finalmente la domanda che ti tenevi ne gozzo! Me l’aspettavo e anzi me lo chiedevo: perché non viene? Perché non viene? Perché non era mica naturale che non venisse. “Eravamo amanti?” Se con questo vuoi dire che me lo potessi cucinare o che sbavasse per me, la risposta è no! Come dicono loro, sarebbe tutta da ridere uno della famiglia che sbava per curve o mammelle! – La Chipa si mise a imprecare contro una vecchia Volkswagen maggiolino e poi sbottò contro quella mandria di maschi ubriachi che guidavano come a un rodeo. – Siamo quasi arrivati per fortuna. Ti lasciò a un Hotel vicino al bordello – mi dice sarcastica – Entriamo ci prendiamo un caffè freddo sotto un ventilatore….- Entrammo, tutti sudati, nel bar dell’albergo e la Chipa ordinò caffè freddo.
- Quando dissi all’Ardea che avrebbe alloggiato in un bordello, non fece una piega che anzi diede per scontato d doverci lavorare; ma specificò subito che avrebbe fatto solo seghe e pompini, il che non mi stupì proprio conoscendo la famiglia.- ride di gustola Chipae un gruppo di avventori guarda e sghignazza – Il quartiere è quello che è – commenta

- E lei? – Chiesi io. – Lei chi?… Io? -, – Tu ragazzotto non sei mica un moralista di quegli stronzi -, – No! per carità! -, – E allora perché hai fatto quella domanda? No, non rispondere, tanto che mi diresti? – - Io? Santo cielo, no!…. Assolutamente No! Ma io vi conosco bene, sai!…: lei non doveva farla la puttana vero? Una Italiana e per di più ricca e per di più rivoluzionaria, mica deve fare la puttana! Quello lo fanno le poveracce, le sudamericane -, -Maledizione! No! No! Signora, non lo penso proprio … mi offende!-
Mi guarda perplessa -…Non lo so …- dice continuando a guardarmi.
- Dimentichiamo? – chiede poi – Si per favore – rispondo – E va bene – acconsente ma intanto io non più il coraggio di far domande al che lei, che se ne accorge, ride rilassata. – Non mi chiede come andò? … Sorridi giornalista! Che giornalista sei? Un bamboccio che arrossisce? E chiedimelo come andò! Non me lo chiedi?
- Bene! Anzi non troppo. Fece il suo lavoro con impegno, ma già al secondo giorno capitò un guaio e al terzo anche peggio, quando ci fu uno che voleva scopare e lei si mise a gridare. Successe un putiferio “Porca puttana” diceva il tizio “Non è mica la prima volta Signora! Ho pagato per un pompino e poi volevo chiavarla come ho fatto altre volte. Ho sempre pagato la differenza o no? Le altre erano contente, perché si prendevano l’uno e l’altro e io ho sempre pagato. E questa cazzona! Questa puttana… ma chi crede di essere?” Capisci lui le aveva dato uno schiaffo, lei s’era tanto inviperita da tentare di morderglielo, poi, visto che non ci riusciva, gli aveva morso una mano e ricevuto una bella zuccata in un occhio. Adesso erano li tutti e due: lei con un livido grosso come una mela con lui che voleva dargliene finché bastava.

Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia – II puntata

- Mi sentii addosso i suoi occhi, dio santo, e così, vista la faccia corrucciata, lasciata l’omeopatia, ritornai sui binari. “E’ che diamine” pensai “neppure alla mia età e neppure coi dementi uno può farsi un po’ di sangue allegro?” Ecco quel che manca al pazzo: il sangue allegro.
- “Ridere caro Gino! questo dovresti fare: ridere” gli predico “Giocare a bocce e bere qualche buon bicchiere … Poi passeggiare in campagna all’aria pura e…
“ Lei lo sapeva Dottore” m’interrompe “che ieri sera si doveva fare il Don Giovanni alla televisione?… Primo canale, santo cielo! … Non che mi mettesse in subbuglio che quegli assassini di stato, loro e la loro via Teulada… E chi ti prendono per fare il Don Giovanni? La prima della Scala, ovviamente! Che diamine! Perché mica interessa Mozart a loro. No! Loro vogliono far vedere le madame coi loro vestiti, vecchie e giovani, tutte coi loro attributi: pelliccia di qua, scosciata di là … poppe stagionate e rivitalizzate per l’occasione… Frizer o silicone e magari muso rasato dai baffi… E i tacchi poi! E la battaglia fuori con quegli altri sciabardati che arrivano con le uova, e allora dagli con le uova marce sulle mise delle signore…. Tiro al bersaglio!… Scampagnata!… Giusta e santa, ma pur sempre una scampagnata. Perché mica son diversi loro e le loro picette tutte in palandrane senza forma a coprire le fiche soviet”- Prese il fiato il demente e diede pure una serie di tossacce acide ma riprese subito con la filippica.
-“Mica sono diversi, loro e le loro picette sempre in fregola  a dimenarsi come scimmie, sbavare, ululare, UH,Uh,Uh, Ah, Ah, Ah per i loro canzonettari che si menano l’uccellaccio sotto il cielo in una stanza… Poesia insomma, poesia davvero: alberi infiniti, che salgono e salgono nel cielo … E chi è mai Leopardi a confronto a quegli alberi infiniti? Caro dottore, ha capito i nuovi poeti? … “E io che di donne non ne ho” cosa fa chi di donne non ne ha? Ma porta un bel fiasco, accidenti! Rutta il poeta. E allora portalo quel fiasco ma mettitelo in quel posto, dio santo!…” ridacchiava il pazzo al pensiero e riprende spiritato, falciando l’aria con quelle sue braccia fatte a salame “Loro con le loro mise di pelliccia a coprire bernarde ungulate e le altre con le palandrane a fare ‘Uh, Eh, Oh’  … Tutte uguali, dottore, perché mica sanno chi era Mozart loro! La sua musica poi…”
- “Insomma io volevo solo vedermi il Don Giovanni, su una poltrona e con la moglie fuori dai coglioni, ché pure per lei è una canzonettara. Chi è Mozart? Perché non glielo chiede alla professoressa di umane lettere e sentimenti artistici? Sa che le risponde? “Una lagna! Proprio una lagna! Una gran lagna e basta” E io avrei dovuto rimanere in quelle scuole di bidonisti? E il mio fegato?
- “Insomma, passato il carnevale delle uova, è toccato alle Vip che guardavano affrante le loro mise: “Ah, la mia mise! Ah, il mio Versace, Starace, Storace!… Ah, che disgrazia!… Ah, che disgrazia!… Quei fetenti!… un uovo! Addirittura!” si mette a cantare “sulla ‘mise‘ e mica una ‘mise‘ normale!… Pelliccia di mammut nientemeno!… Insomma erano finite le mise, le pellicce e le uova ma mica si è aperto il sipario! Compare uno sderenato in frac, che dice: “Cari signori che siete lì alla tivù per papparvi il Mozart di stato? Bene! Andate pure a quel paese perché il grande Strehler ha detto “No! No! Assolutamente no! Quelle luci rovinano la mia regia”, “Quelle luci rovinano il ‘Mio’ Don Giovanni” …Ha capito dottore? Il ‘Suo’ Don Giovanni…. Ha capito? IL SUO DON GIOVANNI” ripeteva sillabando il pazzo… “Mica quello di Mozart, il suo!”
- E che è Mozart senza Strehler? Nulla! Proprio Nulla! Niet! E allora che aspettate voi poveri scemi che a casa attendete Mozart? il Grande Strehler ha deciso che mica lo vedete il Mozart. Fate cosa volete, consolatevi, andate a mignotte, fatevi una sega! Andate a dormire, mangiatevi un uovo perché il Don Giovanni di Strehler non lo vedete e basta!
- Ha capito dottore quel comunista! I vip si vedono il Don Giovanni e noi a casa a farci seghe! Con tutti quei poppatori di stipendi da Lu-culli e nessuno che sia andato da quel cretino a dirgli “Ma diamo i numeri? Ma chi credi di essere?” Nessuno che osasse perché, santo cielo, la cultura è rossa per volontà di dio. Ha capito? Dio ha guardato l’Italia, ha guardato Togliatti è ha emesso il decreto “La Cultura è rossa e Strelher è il suo profeta” e quei dementi impauriti dal vocione ci hanno creduto davvero.
- Dodici – dice il matto con voce sicura.
-Dicevo… Ma chissà cosa dicevo? Ah sì. O è un cretino ignorante o è un truffatore.
-Ma chi?- mi chiede lui -Ma l’omeopata, lo stregone, il mago e chi più ne più ne metta… Non guariscono nulla ma si pagano bene… dollari immediati… uno per uno e spendibili subito; mica quelli della mutua che ti da una miseria e li aspetti per mesi.
- Quello della volgarità, della gente ignorante e credulona era un argomento che lo rianimava ma quella volta bofonchiò appena un fastidio per immergersi di nuovo nel nulla.
- “Mica per far concetti, mio caro professore, ma insomma lei è un matematico o almeno lo era prima…” di questa immersione nella demenza” stavo per dire ma alla fine non dissi nulla, perché lui adesso era davvero nero. Mi spaventai ma poi mi chiesi “Ma che faccio? E’ pur sempre il mio Gino, il figlio di Giona!… Tanta sceneggiata: “Ammazzo qui, ammazzo là, metto le bombe qui, le metto là- ma sono tutte parole! Che poi mica era capace di far male a nessuno quel poveretto; piuttosto si sarebbe martellato i coglioni, ma martellarli agli altri non avrebbe proprio potuto!
-Ma insomma era ora di filarsela per cui gli dico: “Beh, devo andare, caro professore, il tempo preme e pure le mogli premono e rompono i coglioni. Ma non arrabbiarti per nessun motivo! Per l’amor di dio, si vive una sola volta…”
Poi perse il controllo “Li ammazzo tutti” urlava “Metto una bomba proprio laggiù!” e intanto roteava il bastone fracassando i mobili e i soprammobili; fracassò lo specchio e la lampada del soffitto, poi le maniglie del mobile e continuò sempre urlando contro dio, il mondo, la casa, fino a che non spaccò la porcellana delle nozze di suo padre e si fermò inebetito. C’era una montagna di dolore in quella figura che guardava quelle due figurine di vetro e allora non ce la feci più a vederlo soffrire e lo abbracciai “Anche tuo padre soffriva” gli dissi “Mi manca tanto” Ed era vero, anche a me mancava quell’uomo, mi mancano le passeggiate e perfino i suoi silenzi.
Uscii dalla stanza dunque e approdai nell’androne dove accorse quella sua moglie odiosa.
“Dottore” mi abbordò la pia cattolica spaventata e raggiante Era come se mi dicesse “Ha visto? Ha visto? L’ha visto il suo protetto? Ha visto la pazzia?”
Sospirai santo dio, e avevo davvero una voglia matta di sbatterlo su quella faccia ottusa che, se lui era matto, lei, con quella sua luce grigia e infermieristica, con quell’aria da Maria Goretti, monaca e catechista, era solo una pustola. Ché poi giornalista, se da una parte la detestavo dall’altra mi faceva pure pena … tutto il santo giorno con quel matto, ma quando una è odiosa è odiosa … mica sono arrivato a ottant’anni per non pensare quello che cazzo voglio!… Tutta pulitina in faccia e con quella veste fin quasi ai piedi! Mica l’abito fa il monaco e lo so ben io che in altri tempi mica mi tiravo indietro…. Solo con le vedove, per l’amor di dio perché di grane non ne volevo e quella monaca lo si vedeva che sotto aveva mammelle come dio comanda e glutei pure e mica ci potevo credere che la santa non se la facesse con qualcuno, visto che il pazzo sembrava che neppure le vedesse. Eh, sì, caro giornalista…- ridacchiò il dottore.
“Che devo dirle cara signora, che devo dirle?” E non sapendo che dirle, allora le disse tutto dei palpaggi e degli ascultaggi. Fegato, reni, polmoni, intestini; tutto insomma perfino il colore grigio della lingua. Fui logorroico “Beccatela tutta questa logorrata, completa e tornita, proprio come farebbe un medico vecchio e bacucco” Perché lo sapevo bene, giornalista, cosa si annidava in quel cervello minimo, a cui non stava proprio bene che quel marito demente volesse solo me, solo il dottor Patrucchi, vecchio, smemorato e sclerotico.
Se la sorbì tutta la relazione la santa moglie “E che diamine” pensavo io “mica è santa per niente!”
Ma lei, Santa Maria Goretti, sopportava con pazienza tutto quello sfoggio di cultura medica, e di sicuro pensando che era proprio una vergogna che dovesse, lei, ascoltare la logorrea di un dottore che forse aveva perfino dimenticato l’ABC della medicina e che continuava a dire “E che vuole signora? Lei ha tutta quella pazienza, ma mica c’è nulla di guasto in quella pancia enorme di suo marito … E che vuole signora? Purtroppo la vita non è giusta con tutti” Non lo sopportava proprio la signora quel medicastro del secolo scorso che neppure la nascondeva la simpatia per il marito e l’antipatia per lei… Sa che diceva alle colleghe? “E’ un ignorante. Cura con antibiotici, purghe e tutti quei veleni chimici che annebbiano la vista e rovinano le anime e se ne vanta pure… poveri noi!”
Ma, appena finii, lei non abbassò affatto le armi ché anzi rincarò la dose e mi rese la pariglia, raccontando le malefatte di quel marito, sempre più pigro, infuriato e manesco “Non fa nulla tutto il santo giorno, se non maledire e insultare. E quando dico ‘nulla’, dico proprio ‘nulla’, mio caro dottore…Non solo non fa nulla ma se le inventa tutte per insultarmi.”
“Ma l’ha picchiata?” chiesi io sornione.
“Ci mancherebbe!” rispose la serpe “Ma è sempre peggio. Fa paura, dottore, fa davvero paura!”
“Forse dovrebbe separarsi, cara signora” la interruppi io “Ai miei tempi ci si sposava e poi ci si sopportava e basta, ma oggi non è più così! Lei potrebbe rifarsi una vita e nessuno avrebbe niente da dire”
Glielo dissi proprio di gusto e così le tappai la bocca, giornalista, perché figurati la santarellina cattolica! Dividersi? Neanche a pensarci! Ma soffrire e sputtanare il marito, quello sì che era un dovere!
Il vecchio giocherellava con la sua pipa e ridacchiava fra sé – Lo sa che la santa si faceva trombare? Ma questa è tutta un’altra storia e poi c’è una buona notizia per lei. M’ha chiamato Ardea e mi fa “C’è un giornalista che gira a fare domande sulla famiglia e va perfino nei bar, quel cretino!” Proprio così ha detto ma non deve offendersi! La famiglia detesta i giornalisti e qualche ragione ce l’ha con tutto quello che avete raccontato. Comunque la riceverà. “Chissà che scemenze riferirà” ha detto “Dica cosa vuole purché la finisca e se ne vada”
-E’ lei il giornalista? – Il vecchio ubriaco s’era avvicinato al tavolo e adesso seduto di traverso con le gambe magre accavallate mi guardava fisso. -Si- rispondo io, mentre il dottore sospira contrariato. – Se volete ve lo levo di torno – ci grida il barista – Con questo freddo arriva la mattina, e se non lo controllo, si beve anche la cantina.
-Io ero il bocia – raccontava intanto il vecchio – quando quello decise di farsi la casa; ma aveva pochi soldi e così ci chiamava e ci cacciava – rideva lo sdentato mentre il dottore scuoteva la testa – Ci dava il pasto a mezzogiorno:… una biova spalmata di pomodoro e lui, l’ebreo, cosa credi che mangiasse? Pane e pomodoro come noi…
- Adesso dobbiamo andare – saltò su il dottore ma l’ubriaco neppure se accorse – Quel farmacista era una lenza.
- Ora un buon marito e un buon vecchietto deve tornare a casa dalla moglie a sentire i suoi gossip, giornalista – disse il dottore alzando il bavero e avvolgendo la sciarpa – Non sembro un esquimese? Venga a casa mia oggi e gliela racconterò io la storia del vecchio farmacista… Lei capisce era un ebreo e col fascismo dovettero abbandonare tutto e fuggire.

- L’edificazione della grande casa fu una vera epopea di squallore. Perché non era disposto a spendere una lira, anche se i soldi li aveva già tutti prima di cominciare “Un gentile può anche fare il gradasso, il bullo, il commenda” diceva a mio padre “e raccogliere solo ammirazione, ma un ebreo no! Assolutamente no! … E dove li ha sgraffignati quello sporco ebreo” direbbe la gente. “Imparate che un ebreo mica può averne di lire, perché, se ne ha” diceva ai figli “diventa subito uno strozzino, un ladro, un deicida”
Insomma l’ebreo la fece con gli spiccioli. E che lo vedessero tutti il procedere faticoso dei lavori perché quello avrebbe fatto solo del gran bene alla casa, alla famiglia e alle finanze!
Così aveva preso tre muratori: “Do lavoro quando non ne hanno! Io non li posso proprio pagare come gli impresari o i ricchi! Così ci siamo accordati su una paga media: quando non hanno lavoro vengono e non bighellonano per le osterie, quando ne trovano, piantano lì” diceva. Come a dire che era persino un benefattore “Si sa” diceva in giro “questi traboccanti, se non lavorano tracannano all’osteria. Del resto mica ce la farebbero le mie povere tasche a pagarli d’estate e d’inverno e allora che lavorino dieci giorni e se ne vadano pure per trenta. Respiro io e respirano loro” Così il balordo riuscì sempre a pagare metà del giusto, a passare per benefattore dei muratori e l’elevazione della casa durò dieci anni.
Bisogna dire che quel gran figlio di buona donna era unico e se quegli scioperati dei suoi nipoti possono coltivare in pace la loro pigra demenza lo devono proprio a lui.
Non faceva solo il farmacista. Faceva pure i decotti e le erbe. Oggi lo chiamerebbero l’erborista, allora era lo speziale e in quella farmacia, quando non c’erano clienti, lui passava sul retro dove aveva un mortaio e pestava.
Vendeva le polveri e le ricette, ma centrifugava lui, nel retro con una centrifuga che ululava come una sirena. Così comprava erbe dai contadini, dai montagnini e pure da due suoi colleghi farmacisti della Sicilia che aveva conosciuto tramite Il Giornale del Farmacista dove nell’angolo in alto della quarta pagina compariva “L’ Erborarium”. Rubrica sulle erbe salutari e sulle loro virtù; una vera miniera di ricette e preparati. Comprava le loro erbette e vendeva le sue, uno scambio alla pari insomma.
Ne vendeva a quintali nel paese e fuori paese, di quelle erbe, decotti, paste, essenze, dentifrici, oli miracolosi. Tramite i rappresentanti di medicinali li esportava agli altri speziali: insomma vendeva più decotti che pillole.

In quei dieci anni in cui la casa saliva, mobilitò figli e moglie senza pietà. Lui poteva solo la domenica e le feste comandate e non appena ebbe imparato a fare il calcestruzzo e a posar mattoni, non ne perse più una e pareva ritornato ventenne a mescolar cemento, lavorar di cazzuola e comandare quei figli scioperati, che fremevano come cavalli. Certe domeniche s’arrabbiava a morte il novello capocantiere e lo chiedeva a se stesso, a loro, al cielo che avessero mai i giovani d’oggi. Ma dove volevano andare? Ma possibile che i loro cuori non fremessero a veder crescere la casa? La loro casa! La loro casa!
Alla moglie aveva delegato il terreno dietro la casa, un vero vespaio d’immondizie, rovi, cespugli e erbe maligne. Così crebbe pure il giardino con il pollaio, i conigli e l’orto che cominciò a produrre fin dall’anno secondo i suoi doverosi conigli, le sue uova e le verdure. All’inizio solo patate, cipolle e pomodori, ma presto pure insalate, pere, mele, albicocche e quelle erbe aromatiche e mediche che lo speziale non doveva più neppure acquistare. “Guadagno puro” diceva mentre crescevano “Non un dollaro di spesa” E visto il successo, l’anno dopo innalzò pure una piccola serra dove far crescere le erbe appenniniche e sicule.
Al quarto anno però, il farmacista dovette cedere a una vera e santa congiura ordita dai figli e dalla moglie, alleati per l’occasione della Pasqua, nell’ardua impresa di farglielo entrare in testa a quel padre laborioso che bisognava pur vivere ogni tanto. E tanto fecero che lo fecero vergognare, lui, che aveva concesso subito, ma voleva farlala Pasquettacon una bella merenda nel nuovo orto, vicino a quel colosso di casa che stava nascendo, per rimirarla quando voleva. Neppure questo gli concessero e così, alla fine, dovette dire sì a una merenda con la famiglia intera e con l’altra famiglia che s’era appena aggiunta in virtù del figlio maggiore, che fra un muro e l’altro, tra un latino e l’altro, s’era messo in simpatia con una compagna di scuola.
Così partirono tutti con le loro merende imbarcandosi su una corriera merendera che costeggiava il fiume e ti sbarcava dove volevi. E lì avvenne il miracolo perché il farmacista, che aveva preso la gita come una tortura, si rilassò e si divertì tanto che rivide di colpo il mondo fatto di fiumi, di alberi, d’erba, di mogli, di figli e cotolette arrostite e slappate in santa pace, chiacchierando col mondo e del mondo.
Insomma rivide l’erba così com’era, lui che la vedeva solo sotto forma di galline e conigli, rivide la moglie così com’era, e quella sera, meditando sulla caducità della vita, dei dollari, delle mogli, dei figli e delle case divenne metafisico, melanconico, sentimentale, vergognandosi di quei sentimenti svenevoli, ma lasciando che si espandessero come volevano. “Che serve una casa se non per riunirci una famiglia? Ma ce l’ho ancora una famiglia?” si chiese probabilmente pensando alla moglie che di sicuro li aveva ancora quei cosciotti che, qualche millennio prima, lo mandavano in estasi.
Divenne una favola quella notte del farmacista, ridiventato umano con la moglie per l’assalto scomposto di lui che abbracciava “Mia Gina! Mia Gina” e dopo il terzo “Mia Gina”, “Ma marito!Cosa vuol fare, alla nostra età”. Non lo disse una quarta volta che fu perforata nel vecchio antro rinsecchito e ululò per il dolore. Un dolore contento però, perché l’orco pareva riconvertito in essere umano.
E la nuova gentilezza continuò il giorno dopo sotto forma di un ortolano a cui quell’ettaro di orto dietro la casa fu consegnato in mezzadria. “E’ proprio vero che il riposo lucida la mente e con la mente lucida vedi meglio le cose” Insomma rendeva ancor di più quell’orto dato a un mezzadro e mica ci doveva più sfacchinare quella sua povera moglie, perchè il mezzadro, riuscì subito a coltivarlo tutto, mentre la moglie ritornò a piantare gerani e peonie protestante l’ortolano “Che me ne faccio mica li mangio” E sotto forma di una serva in cambio di puro cibo perché le sarebbero toccati cibo e vestiti smessi dalla signora ma mica lo smise mai un vestito la poveretta, così la serva se li cuciva. E qui comincia la dinastia delle serve sceme, giornalista. Perché la prese all’orfanotrofio e gli rifilarono quella più idiota.

Ardea sul Morbillo

- Il Morbillo è il figlio della Chela. Non sappiamo neppure come arrivò all’orfanotrofio in Italia ma ci arrivo con un biglietto e ci restò tredici anni – ridacchia – Perché qualcuno ci mangiava sopra… Non il direttore o il personale ma sopra di loro c’era una specie di ente messo su dalla fondatrice, marchesa di Giovinazzo, che dopo aver gozzovigliato per una vita intera col vino, con le oche, gli spiedi, i pompatori della capitale, a ottant’anni s’era pentita – che tempismo giornalista – e s’era data ai trovatelli. Insomma forse non lessero neppure il biglietto che accompagnava il trovatello … e in quel triste palazzo Giona Giosuè ci passò la sua giovinezza, detestato dal direttore e dal personale che ce la misero tutta per bidonarlo a qualcuno. Sai cosa raccontava lui? Che, quando venivano le coppie, li mettevano in mostra come allo zoo. E che coppie poi! Arrivavano vestite di tutto punto e bisognava vederli quegli occhi come li guardavano vogliosi i teneri orfanelli. “Come le torte di panna che si sbafava il gran direttore” raccontava il Morbillo.
Lui li detestava e allora si metteva a ruggire, scalciare e latrare e, dopo questo esordio, insultava loro, e le loro bernarde scandalose che, dagli e dagli, il loro frutto non lo volevano dare. Immagina quelle povere derelitte come la prendevano: si mettevano a piangere per la paura. “Un gorilla!” dicevano “Una bestia” Poi con quella faccia che si ritrovava il Morbillo e con quei denti, sai che spettacolo giornalista! “Fa paura! Ma quello chi è? Guarda che occhi!” commentavano le povere sterili.
Era sano come un pesce, il pestifero Giona Giosuè, e neppure il morbillo che imperversava da sempre in quella casa aveva osato toccarlo. “Neppure il morbillo lo vuole, quella bestia!” commentavano là dentro. Neppure l’influenza che arrivava puntuale ogni inverno lo voleva quel Giosuè, massiccio e rognoso come la tenia. “Incredibile!” dicevano gli inservienti e l’unica suora raminga “Una fibra eccezionale. Mai vista una cosa simile!”, “Lo si dovrebbe dire alle coppie che questo non si ammalerà mai” consigliava la raminga al direttore mentre sguazzava nell’epidemia con sciroppi e termometri. “Un rompicoglioni nato” pensava il direttore che una parola simile mica la poteva dirla davanti alla suora ma la diceva invece ogni giorno nel suo ufficio al suo cactus.
E invece un bel giorno il morbillo arrivò feroce a vendicare quella vergogna incredibile e Giona Giosuè, dopo aver delirato all’orfanotrofio per due settimane, mentre il dottore si grattava la testa di fronte a quelle carni violacee e gonfie, disse al direttore che lui se ne lavava le mani e che lo portassero all’ospedale, all’inferno, dove volevano, al che non se lo fece affatto ripetere, il direttore, che subito inviò come un razzo quel Giosuè, che anche morente e morituro, rompeva i marroni all’ospedale malattie infettive e rare. “Speriamo che se lo tengano per sempre il fenomeno”
Giosuè, ormai rinominato Morbillo dai confratelli, intanto, combatteva quel morbillo anomalo, fino a che una sorta di miracolo debellò il morbo e fece rinascere quel tremendo, demoniaco essere che fu subito restituito al mittente.
“La serpe ha cambiato pelle” commentò il direttore. E, infatti, era davvero come se avesse fatto una muta, il Giosuè, in quei due mesi di febbri e da tappo repellente e foruncolato si fece liscio e longilineo; insomma sembrava quasi normale, se non fosse stato per quei suoi occhi brillanti da sadico. “Così conciato lo si potrà pure bidonare a qualcuno” pensò gongolante la raminga “E’ bello, è forte, lo prenderanno anche se li vogliono piccoli come gattini”, “E’ un altro!” diceva il personale anche se il direttore proprio non s’incantò “Il lupo perde il pelo ma non il vizio” andava dicendo alla suora raminga che gridava al miracolo “Non illudiamoci, Ah se dio volesse, cara sorella, che quella povera anima fosse davvero una povera anima.

Il direttore sul Morbillo e la musica

- Il Morbillo?- dice allegro il direttore – Come potrei dimenticarlo? Mi chiede della musica? Bene, ecco che l’accontento. Si era svolto l’annuale ‘Corso di Avviamento alla musica Commendator Bertelloni’ alla casa dell’orfano. Evento annuale istituito dalla vedova del commendatore stesso, grosso industriale di piastrelle e ceramiche, patron e direttore della banda musicale del comune, suonatore di tromba, benefattore di operai e operaie, impiegati e impiegate soprattutto di queste ultime che, volere o volare, quella tromba l’avevano dovuta sentire nelle due salse di trombettiere e di trombatore. Gran trombatore dunque, il Mecenate e gran postfascista, potente nelle mascelle e nelle trombe che proprio con quella tromba in arme un bel giorno crepò d’infarto in un alberghetto discreto, immerso nella campagna poetica e verdeggiante, dove la tromba non molestava nessuno e nessuno molestava la tromba.
Era stato un inferno per la povera moglie, involontaria astemia, scoprire l’alberghetto, la stanza dove il marito trombava e portarlo, quel maledetto, nel palazzo commendatoriale, nel segreto più assoluto. Le era pure costato molto quel traffico anomalo, per cui incazzata non poco con quel suo commendatore defunto, mai e poi mai si sarebbe sognata di istituire quel Corso di Avviamento alla musica commendator Bertelloni, se quel regalino non se lo fosse trovato nel testamento. “Un’altra delle sue porcate? Un soldo per comprarsi il paradiso?” dovette chiedersi la vedova; ma passato l’attimo di frustrazione dichiarò solennemente davanti al notaio “Tanto c’è scritto e tanto farò” mandandolo all’inferno in cuor suo per quel corso ma benedicendolo cento volte per tutto quel ben di dio che le aveva lasciato e col quale sognava già un placido e glorioso ritiro negli splendori di chissà quale costa.
Ma intanto il Corso di Avviamento alla musica  commendator Bertelloni lo si doveva fare e, visto che lo si doveva fare, tanto valeva farlo come dio comanda per farla vedere a tutte quelle amiche scimunite alle cui orecchie sensibilissime alla fin fine qualcosa era arrivato di quel Commendatore morto proprio trombando, lui e tutti i suoi centotrenta chili, su una mignottina di chili quaranta di cui trenta tutti coagulati in una coppia mammellare anomala e spropositata, alla quale il Commendatore era morto aggrappato. Per cui si raccontava di un accoppiamento incredibile di lei mignotta debole composta di quaranta chili di ossa, pelle, nervi, mammelle e capelli del tutto impotente a spostare e disincastrare tanto peso passivo e gravante interamente sull’intero suo corpo e per di più incernierato laggiù e quasi saldato a tolleranza zero per il freddo sopravvenuto.
Insomma sembra, pare, si dice, s’è saputo, che avevano dovuto correre oste e ostessa, e mica subito perché non solo il lamento della mignotta era flebile in quanto soffocata e schiacciata, ma pure per questioni professionali che richiedevano al personale di essere duri d’orecchio proprio in occasione di lamenti del tipo suddetto, tipici dei suoni di tromba del tipo ‘avanti piano e con garbo’.
Per cui non avevano sentito nulla e solo dopo due ore abbondanti avevano cominciato, l’oste e la moglie, prima a guardarsi perplessi e poi a correre verso il lamento, infine a bussare con garbo “Tutto bene colà?” A cui seguì un altro lamento rauco e debole, sì, ma decifrabile, come un “Aiuto!” al che entrarono e videro affranti l’incredibile incastro del quale non sapevano se piangere o ridere. Ma non risero proprio per nulla quando si misero all’opera per cavar quelle mani, gelide e semirigide, e ancor più duro fu l’incastro laggiù perché dovettero, i poveretti, alzarlo tutto quell’armadio da centotrenta chili, manovrare e disincagliare senza che la mignotta stessa, povera anima, morta a metà, potesse aiutarli perché, come disse poi l’oste, “Lo si sa che le mignotte di muscoli allenati ne hanno uno solo” mentre la sua padrona era quasi impazzita da quel trauma di chili immobili e morti. E ancor meno risero quando dovettero chiamare la signora moglie di tanta tromba e commenda.
§Arrivò subito la moglie commendatoriale. Grugniva e sibilava distrutta, la dama di san Vincenzo, ma non tremò e non perse la tramontana “Che scandalo santo cielo! Che scandalo santo cielo! Silenzio per Carità. Silenzio per Carità!” e intanto lavorava, componeva e scomponeva, telefonava, caricava, scaricava e alla fine il commendatore morì sereno nel suo letto, assistito dalla moglie e dai figli tutti, che addolorati e affranti, annunciarono la mattina il luttuoso evento.
Così aveva organizzato il corso la signora e con una magnificenza da commendatore per sbatterglielo sotto il naso e ricordarlo alle amiche che lei era la moglie del commendatore, quello delle fabbriche, delle ville e delle musiche. Un colosso! Non un tapinetto qualsiasi, come i loro mariti, pieni d’aria, pecunia avara, fabbriche stitiche e ville di cartapesta. Aveva fatto portare un pianoforte a code per il Corso del Commenda, regalato le trombe e i violini e assoldato mica un maestro qualsiasi, ma un vero relitto della Scala di Milano.
A quel corso, in quell’anno fatidico, nel gran concerto d’apertura era avvenuto l’incontro tra il Giosuè, futuro Morbillo, il pianoforte a coda e i giganti del passato, leggasi Bach, Beethoven e Mozart. Il Morbillo Giosuè trovò in quelle note una vertigine pari a quella che gli davano i numeri.
Il Morbillo seguì dunque il corso di musica con una passione insolita ma, non meno demente, perché quel Giosuè innamorato non poteva mica essere un Giosuè diverso dal Giosuè ordinario. Fu dunque il solito Morbillo a rompere nervi e marroni al grande maestro, che come gli spiattellava il tremendo Morbillo non era affatto quella cima immensa che voleva far credere, se il meschinello non lavorava alla Scala ma proprio lì in quell’immondezzaio d’orfanotrofio.
Lo fece impazzire insomma il grande maestro, lo logorò, lo cucinò fino a che quello non ne poté più di quella scimmia che interrompeva tutti, che rideva di lui e degli altri, che ti squadrava ringhiando con odio, ma che, santo cielo, era anche l’unico che subito sguazzò in crome e biscrome, come un maiale nel fango. “Finirò in manicomio” borbottava ogni volta il maestro, sentendo i suoi poveri nervi rantolanti, violentati, esauriti e sconfitti “Finirà in manicomio” ripeteva al direttore che in cuor suo godeva a vedere quei nervi arrossati, pensando che mica erano i suoi questa volta ma quelli di quel fricchettone inutile, lui e le musical fantasmagoriche lagne.
Finì comunque il corso semestrale e col corso se ne andarono il grande maestro concertatore e quel favoloso pianoforte a coda che il Giosuè non si stancava di sentire, guardare e suonare estasiato, per cui ne ebbe davvero un colpo il Giosuè, che, sentendosi offeso dall’universo fino al midollo e infelice come non mai, decise in una notte tragica che quel pianoforte a coda doveva tornare e si presentò al direttore nel suo stesso studio a invocare, umile, umile, un pianoforte per la casa e per Giosuè pronto a giurare eterna obbedienza, umiltà sottomissione e gratitudine.
Il direttore godette come un mandrillo a sentire quelle parole, a vedere Giosuè ridotto a relitto e ancor più alla fine a dirglielo forte, chiaro e preciso il suo ‘No’ rigoroso, seguito da sadica risata e parossistico sussultare di muscoli, nervi e mascelle, cosa che risuscitò quel Giosuè primordiale che, non potendo stampargliela un bella meringa su quella mascella, se ne uscì dall’ufficio masticando in silenzio il suo fegato, attese la notte, si intrufolò nel suo ufficio con cactus parlante per depositarci un chilo di cacca al centro del tavolo. Lo fece senza neppure levar le carte e sopra quel mitico dizionario con lessico edito da Zanichelli che aveva assistito l’elegante e forbita scrittura dell’autorità, sciorinando preziose ortografie e luculliani sinonimi.

Il Direttore sul Morbillo

-Lei è venuto per il Morbillo? L’hanno mandato da me per sapere della gioventù di quel fanciullo radioso? Mi viene il mal di fegato solo a pensarci.
-No! No! Lei non ha idea! Lei non può avere idea di chi era quel delinquente… Morsicava, pisciava sui registri, alla mensa, sugli inservienti, insultava, scappava, ne dava, ne pigliava ogni santo giorno e noi sberle, randellate: i peggiori castighi. Ma lui non mollò mai. Faceva la vittima con le psicologhe chiamate a decifrare l’essere preistorico e ci sputtanava con quelle ebeti alle quali giurava che io ero il violento, io il pederasta, io il bugiardo. Faceva la vittima l’angioletto! Ma mica poteva resistere a lungo in quella commedia perché il Morbillo era il Morbillo e accadde così che un giorno pisciò sulla psicologa ridendo come faceva lui: a sussulti come se fosse un gorilla. E il peggio capitò col giardiniere ché quello era già matto per conto suo. Viveva, dormiva con la sua sega automatica per potere i rami ma potava tutto e dentro c’era stato già per vent’anni, guarda caso per aver potato la madre, dopo aver potato le piante, le sedie, la mobilia, le finestre, le porte e si apprestava a potare il vicino che chiamo i pompieri e lui quasi affettò un pompiere e non riuscendoci affettò la scala e la bocchetta. Rinsavito lo mandarono a noi, ma era rinsavito per modo di dire, perché potava anche l’aria e così lo prestavamo anche al cimitero perché potasse i cipressi e al comune perché potasse i platani e le robinie. Fatto sta che quel giorno voleva affettare il Morbillo che l’aveva innaffiato dalla finestra. E così l’altro con la sua sega e i suoi tremendi Roarr entrò nella casa. Ebbene tutti erano terrorizzati meno il Morbillo che si chiuse nella cantina con la porta di ferro e continuò a sbertucciare il matto chiamandolo matto, fino all’arrivo della milizia. Ebbene pensavo che sarei davvero riuscito a liberarmi d’entrambi quei matti, quella volta e allora parlai con l’apposito dottorino che del matto lo diede a me.
“Mica l’ho fatta io la legge “Ma lei lo sa che dramma! Una volta, due punti: Sei matto? Una pedata e via in manicomio a rompere i marroni agli altri matti e ai medici dei matti. Invece sa che fanno adesso? Chiudono i manicomi e te li mandano a casa: “Voi l’avete fatto e voi ve lo godete”. Mandano gli assistenti ai domicili ma mica ci arrivano. Tu dici: “Prendete le vostre auto e pedalate. Ti danno pure l’auto, sempre una quadriposto marca Fiat modello Panda, con su scritto “ASL ventisette, ASL quarantanove e senza neppure dettagliare sezione “matti domiciliati”, perché la gente ti prende a sassate. Voi andate nelle case e dite: “Ma non lo sapete che una volta quelli che oggi chiamiamo matti, tutti li rispettavano come dio comanda e anzi li onoravano perché portavano bene come i gobbi? Guariscono rogne, cancri e appendici e allora onorateli gente onorateli” Dite così e vedrete come vi benediranno quei parenti zotici e subumani.
E così ci vanno i medici per i domicili, ma santo cielo vai per domicili: uno in via delle Vedove quarantatre, l’altro in via Giordano Ecclesiaste centoventotto ma mica in via delle Vedove e in via Giordano fai snap con le dita e ti trovi nel domicilio dell’illustre degente! No! devi navigare tra semafori, motocarri, pullman, tram, macchine, pedoni e camioncini. guidati da gente imbufalita che per un nonnulla ti fa il segno del dito, come dire ficcatelo in quel posto e magari scende e te lo ficca davvero. Insomma tu te lo chiedi davvero dove sono i veri matti e, se alla fine ci arrivi a quel centoventotto fatidico, ti accorgi che i centoventotto non hanno mai il parcheggio e, visto che la macchina non te la puoi portare dentro al domicilio del matto, allora cerchi il parcheggio. Parcheggi senza ammazzare pedoni e poi via a farti quel bel chilometro a piedi che fa tanto bene alle arterie. Insomma arrivi imbufalito e trovi i parenti coi nervi a pezzi, che ce l’hanno con te ”Ma perché non venite mai?…. “E il matto ha fatto questo” … “E il matto ha fatto quello”  “Il matto canta di notte “Il matto brucia i cuscini” e “ qui non si può più vivere”. Una sequela infinita di lagne così strazianti che alla fine senti le lagne, rispondi alle lagne e del matto vero chi si ricorda? Te ne vai alla fine: tanti saluti e il matto mica l’ha visto nessuno! “Santo cielo non abbiamo neppure guardato il matto!” dice il dottore all’aria cittadina. Ma l’aria non risponde e l’infermiera, se c’è, è come l’aria perché lei quei parenti, ormai più matti dei matti, li metterebbe davvero in manicomio. Insomma una volta in quei bei manicomi ne visitavi cento in un giorno, ne siringavi cinquanta, purgavi gli altri e già che c’eri siringavi e purgavi pure i parenti in visita e adesso ne visiti dieci quando va bene o non li visiti proprio perché, come ho già detto discuti coi parenti dei matti, più matti dei matti, e alla fine ti dimentichi dell’altro matto o non riesci neppure a saperlo chi è questo benedetto matto, perché se chiedi a loro chi è il matto, il matto si camuffa e dice “E’ lui! E’ l’altro! E’ colui…. E allora come fai a riconoscerlo il matto vero, se neppure i parenti se lo ricordano, se pure loro son matti e se nel frattempo, pure tu sei diventato matto?”
Provi a sentirli i parenti, caro direttore! Ci provi… ci provi… e poi santo cielo nei manicomi se ti capitava di trombare ti trovavi una stanza, la chiudevi come dio comanda e potevi pure mettere un bel cartello con scritto “Matto in escandescenze!” oppure un “Non entrare” generico e, se proprio volevi dirlo chiaro ai colleghi, potevi scriverlo chiaro “Qui si tromba” ma prova, prova a trombare sulla Panda! E poi dove la posteggi la panda! Insomma un disastro; Che dice, direttore protestante, sono già matto, diventerò matto e di lei cosa crede? E’ già matto o diventerà matto e allora chi siringhiamo lei, quel potatore o quell’altro? Insomma di rinchiuderlo neanche a parlarne. Anzi sa cosa vedo nel suo futuro? No? Eppure è semplice che il matto le taglierà la testa e tutti le diranno Non era mica matto il matto, era appena un po’ maniaco. Il matto è lei.Perché le ha offerto la testa?

Il Morbillo! Che nome! … Ma in una casa… in una nazione ci deve pure essere qualcuno che fa rispettare le regole… E crede che non l’abbia detto cento volte io a quel pazzo. Eppure? Mani legate e basta! Ho pure avuto un processo per uno schiaffone… Ma, santo dio, quando ci vuole ci vuole e quello ti portava all’esasperazione – Il direttore si fece cereo – Non mi faccia pensare, signore… E mica finiva lì… perché da fuori c’erano pure quelle fighette di psicologhe laureate sempre lì a dire che sbagliavamo tutto con quell’anima pura… – Si deve fare così! Si deve fare cosà – scimmiottò sgangherato – E venite voi! – dicevo io e, così finì che una stronza mi denunciò ma poi quel diavolo le pisciò addosso e allora avreste dovuto vedere la sua faccia mentre il Morbillo rideva. – Aiuto, ma questo è matto! – Era bianca e rossa nello stesso tempo, la saccente e chiedeva aiuto a me. Proprio a me!… “Ma direttore, le più moderne teorie in proposito….”, “Ma direttore, certe cose non si fanno da secoli” Come dire: “Sei un ignorante”… “Sei nel medioevo!” Loro e la loro psicologia dell’età evolutiva. Tutte radical, tutte chic, tutte evolute, ma diavolo, non ero ignorante come credevano e le umiliai una prima volta quando citarono Pavese e le beffeggiai, una seconda per una questione di aritmetica “Ma chi ve l’ha insegnata l’algebra? Ma no! Pitagora non è l’Archimede pitagorico di Topolino!”
- E lei cosa fece quella volta?
- Cosa feci? Feci quello che mi raccomandavano loro. – Ma perché hai fatto una cosa simile, caro ragazzo? – chiesi al Morbillo e ripetei le loro frasi -Ma perché si arrabbia dottoressa? – e me la risi di gusto.
- E poi?
Poi quella stronza me la giurò e mi denunciò un’altra volta.
- E il Morbillo?
- Oh lui si divertiva. Testimoniò a mio favore e accusò la psicologa.
- Ma perché?
- Perché era fatto così. Quella faceva la saccente e a lui saltò qualcosa. Che so io? Un fusibile?- rise come un matto il direttore – Si, certe volte era simpatico quel delinquente.-

Quando se ne andò, sa che sollievo! Oggi sono in pensione ma mi sento ancora stringere le budella solo a sentire quel nome. Pensi che risate mi son fatto… Stavo per andare in pensione e mi telefonarono dal tribunale. Argomento: Morbillo. Mi tremarono le gambe. Ma quando sentii che la questione riguardava la famiglia che, secondo loro, non era degna di adottarlo…. allora si, che mi feci una risata “Non è degna la famiglia?” le urlai “Poveri diavoli! non sanno che uragano sta arrivando. Quei poveretti sono dei santi!…Dei martiri! E ringrazi il cielo che ci sono loro! Ma sa, giovincella, chi è quel Morbillo? Lo sa? Non lo credo proprio… figuriamoci se si è presa la briga di leggere la mia relazione.
E fu così che mi presi un’altra denuncia, ma chi se ne frega: quelle dementi di assistenti sociali me ne hanno già rifilate quattro…. Una più, una meno. E sa come sono finite? Come finiscono in Italia, giornalista, e cioè mai, se uno sta dietro alla faccenda. E si figuri se non gli sto dietro io adesso, che non ho proprio niente da fare! Mi diverto e mi è persino simpatico il Morbillo, essere incivile e barbaro ma tutto natura, rispetto a quelle femmine civilizzate.-
Lo ringraziai ma quello ormai aveva preso la rincorsa – Vuol chiudere? – mi chiese deluso – ho ancora un sacco di cose da raccontare. Lo sa giornalista noi avevamo un bella varietà da sorvegliare giorno e notte, soprattutto la notte…. Maiali fin da piccoli e sempre lì a cianfrugnare fra loro e cercare un buco dove infilarlo. Più la chiappina era rosea più l’assediavano E mica venivano quelle radical chic a darci una mano. Il Morbillo invece non ci badava; alla notte dormiva come un sasso e guai se lo toccavano. Non era carnefice e neppure vittima, perché, santo cielo, lo temevano pure i più grandi, quel Morbillo. Faceva paura! e sa cosa le dico? Faceva paura perché possedeva un’aura aliena e quell’aura ti diceva che l’essere Giosuè non sapeva distinguere fra il bene e il male, che non c’era né gradualità né confine in quella testa fra il sadismo e la crudeltà: quello era capace di saltare di colpo da una folle risata al tentativo di cavarti gli occhi.
- E sui numeri e la musica?
- Tutto vero – disse lui assentendo – ma pure tanto mito. Per i numeri non aveva mica quella gran testa che sembrava.
- In che senso?
- Nel senso che era un giocoliere; ci giocava come voleva li combinava e scombinava, tirando fuori risultati incredibili… Confondeva quel povero relitto di professore ma, mi creda, in quanto a capacità logiche era zero.

Aveva sospirato l’Ardea – Si, il Morbillo amava la musica. Mica le canzonette, per l’amor del cielo, ma quella vera … E non l’aveva neppure conosciuta qui nella casa, ma all’orfanotrofio. E’ incredibile ma accadde proprio laggiù, in quel ricovero-lager per orfani con tutto quel direttorame ignorante, avemarie, assistenti sociali, psicologhe radical chic e chi è più ne ha più ne metta. Se n’era innamorato a morte e per una serie di circostanze tutte da ridere. Figurati a chi si deve quest’incontro fatale fra il Morbillo e le sublimità di Mozart? Ai coniugi Bertelloni, – il nome è tutto una pompa… – Grasso lui, il maiale e grassa lei, la maiala. Te li immagini a grufolare sulla tavola del commendatore serviti come dio comanda. Primo piatto, pastasciutta canonica che nuota nel sugo con le fauci dei due che aspirano come idrovore spaghetti e sugo, secondo: carne e carni, bistecche con l’osso per poter comunque aspirare, gocciolare, masticare in un’orgia si sughi, risucchi, letami che si spargono sul piatto e sulla tovaglia, che escono dai buchi dei denti e risalgono gocciolanti. Che schifo giornalista, ma l’hai mai visto un commendatore e signora mangiare le loro carni quando non li vedono i servi! Beh io sì, dovevo andare fin laggiù nel Cifas per vederli, ma là avrebbero mangiato sangue…- Ardea s’era fermata lasciando il discorso in sospeso. – E la musica? – le chiesi.

Il vecchio dottore era seduto vicino al camino. – Viene dalla Russia questo vento. L’ha preso il caffè? … Dunque … Il Morbillo rimase nella casa degli orfani fino a quando una delle tante volontarie che in quei manicomi ci vanno per scontare i peccati, non mise il naso nella pratica e riuscì a decifrare il nome. Di solito le scritte svaniscono col tempo e invece quella miracolosamente emerse – sogghigna -In ogni caso quelle poche parole leggibili non bastavano alla maestà della legge. Così il direttore consigliò l’adozione e cominciarono le peripezie.
Ci fu una grande truffa sai in paese in quel periodo? Quella del finanziere? No, no! Un’altra. Ci cascarono molti dei magnifici della città, quelli che avevano i soldi, ma non ci cascò la famiglia, che ce l’aveva nel sangue il sesto senso dei dollari.

Quelli un bel mattino approdarono come i re magi con le loro Mercedes tutte grigie, tutte lucenti e passati per la banca per un giusto omaggio al direttore perché bisognava pur darlo qualche onore a quei paesanotti di direttori, non persero tempo e si misero al lavoro, battendola tutta la città secondo una filigrana che non faceva mistero che i re magi volevano i dollari e ci andavano da chi ce li aveva: solidi, numerosi e palpabili e non chi li aveva solo di fumo; mica chi aveva le macchine, sorrisi smaglianti, denti canini, orologi d’oro, ma sotto, sotto caterve di debiti, carrettate di debiti, orge di cambialotte.
Tanto che la visita dei re magi divenne una cartina al tornasole e si offesero a morte quei poveri derelitti umiliati e protestarono pure coi direttori di banca, che per compiacenza parlassero a quei re magi scandalosi affinchè spostassero la stella polare:
Bevemmo il caffè e la moglie ci tenne a puntualizzare che non la pensava come il marito su quella famiglia, cosa che fece aggrottare il dottore – Sa, signore, lui era amico del padre e suo padre era amico del vecchio farmacista – al che il dottore mostrò tutta la sua irritazione e lei si alzò -Vi lascio ai vostri racconti …
-Finalmente giornalista – disse il dottore sollevato – Insomma non ci fu niente da fare; dalla direzione venne solo fastidio per quei provincialotti – Grande piano! – si sentirono dire – Soldi che vanno in grandi progetti. Roba sicura, garantita da palazzi, regge, lingotti e miniere; mica pataccari con polsini Tissot che vendono fumo e respiravano fumo: tonache, cattedrali, oro e palazzi.
E intanto i re magi passavano, visitavano parlavano e ne convincevano molti a mollare, per fortuna, solo la prima rata e mica solo i gonzi, perché il loro vicino omeopata gonzo non lo era proprio, visto che lui col puro distillato d’acqua guarendo cancri, diabeti, infarti, depressioni, ansie e paure dei gonzi, aveva fatto un’industria con trasmutazione di quello stesso nulla in oro e zecchini.
§Allora s’era informato, l’omeopata, sull’impressione che aveva fatto alla casa quel trio di magi. L’avevano firmato i signori il contratto? No? Perché no? Non avevano proprio saputo dirlo quei mentecatti, ancorati alla loro nullità. Poi l’omeopata era andato dalla banca dal direttore in persona a chiedere, ricevendo un parere che era un sì, che era un no: sì perché la banca era buona e mica poteva negarlo, lui con la sua banchetta, di fronte al colosso che, imperversando già nelle città, voleva pure imperversare quassù dove il direttore aveva vegetato, pappato in santa pace sugli operosi omeopati di montagna.
Quella carogna fu fregato come gli altri e perse un po’ di quei dollari che aveva munto a tanti imbecilli, e sai che si mise a dire il maiale? Che sotto, sotto, dietro la truffa c’era la casa; e immagina poi quante ne disse quando saltò fuori la truffa dello zio? Dovette diffidarlo, il professore, “Stai attento, caro maiale, che qui si parte a razzo per diffamazione” Ma intanto il veleno aveva fatto il lavoro e pure il giudice, truffato come gli altri, li guardava con odio.
Adesso devo fare la ciclette, giornalista! – sospirò – Perché sa con questo tempo uscire …- Lasciò in sospeso -Torni domani, torni che ne ho di cose da raccontare!-, -E’ sempre stato un gran logorroico – commentò la moglie sarcastica e neppure quella fu digerita dal vecchio.

- Ti ha raccontato della truffa? Ha fatto bene, perché dopo quella truffa in questo paesone di merda tutti ricominciarono a parlare di Ebrei e il bello che noi non eravamo ebrei, anche se mio bisnonno era scappato in Svizzera quando arrivarono i fascisti.
- Lo sapevi giornalista che non siamo ebrei? – cacciò uno scarafaggio. – Lo vedi? – indicava lo scarafaggio -Lo vedi? In questa casa ormai comandano loro. La casa sta cadendo, giornalista; divorata dalle camole e dalle blatte. Ormai li senti di notte e di giorno quei Crump, Crunp. Stanno divorando tutto e poi trovi solo mucchietti di segatura. Tutto cade, tutto degrada, sembra una metafora della famiglia….

-Sì, l’incredibile è che non era ebreo. E dire che mio padre raccontava sempre delle sue urla contro i figli scioperati. Li chiamava figli di nessuno. Pelandroni, caini e scioperati, sbraitando che loro erano ebrei e che gli ebrei in questo mondo cattolico devono accumulare nei tempi delle vacche grasse per i giorni del dolore. “E verrà il giorno!” diceva “E come verrà! Non è sempre venuto? Quando a questi gentili saltano i grilli in testa, allora si mettono a dire che gli Ebrei sono la causa di tutti i mali e allora sì, che bisogna averlo il gruzzolo, sostanzioso e ben protetto per salvare la testa … E mica sono scemi!… perchè una vacca con belle mammelle che da litri e litri di latte non bisogna mica strizzarla fino a farla crepare. Così ci danno il tempo di farlo il gruzzoletto! Noi contiamo il gruzzolo e loro contano i tempi; poi un bel giorno decidono che la vacca è piena e allora dagli all’ebreo! Quattro arresti, sette impiccati, un po’ di terrore e poi si contratta. Loro ci strizzano per bene fino all’ultima goccia e noi salviamo la pelle, la gobba e pure qualche dollaretto perchè, se loro son furbi, noi mica siamo cretini.”
E non faceva la commedia; s’incazzava davvero se quei figli balordi cresciuti nell’abbondanza, venivano a menarla che basta, che i tempi erano cambiati, che finalmente gli ebrei avevano tutti i diritti dai tempi del Re Carlo Alberto.
“Carne da macello” sbraitava. “Non illudetevi! Lo vedrete cosa faranno, se manca il gruzzolo! Carne ebrea, carne da macello.”

Il padre sentì puzza di bruciato con quel Mussolini socialista prima e fascista poi e che più prima poi un bel mattino si sarebbe alzato incazzato per chissà cosa, grufolando e abbaiando contro i furfanti. E allora: dagli all’ebreo, taglia le gole e pelali fino al midollo! E così scapparono in Svizzera.
- E invece non erano ebrei!
- Proprio così! Lo scoprì il finanziere…che s’era messo in testa di fare la storia della casata che decadeva.
Cominciò a far ricerche e tutto finì in un amen: ‘l’ebreo’ era solo un soprannome del bisnonno che teneva bottega e pelava i pirla con l’usura. Il padre e la madre erano della pianura bassa e prima di loro tutto si perdeva nella povertà delle campagne. Nessuna traccia alla sinagoga e negli archivi.
- Il nonno sapeva ma quando arrivarono i fascisti, non tentò neppure di fare il furbo… anche perché non sarebbe servito a nulla. Se le immagina le bande che vanno a far ricerche in archivio? Se le immagina quelle carogne che stanno a sentirlo “Non sono Ebreo, non sono Ebreo” Decise e ci salvò.
-E intanto, giornalista, non abbiamo di nuovo parlato dell’adozione. Ma è questione veloce; ci gustiamo il caffè, bestemmiamo per questo gelo e poi la racconto in un attimo.
Cominciarono la strada dell’affiliazione con tutto un tribolare di assistenti e psicologhe. Un guazzabuglio insomma, un groviglio. E che ci uscì da quel groviglio? Che la famiglia voleva il mostro per sfruttarlo.
Poi, dopo le urla del professore che le svergognò solo per il gusto di vederle umiliate, alla fine, assistenti sociali e giudici si vergognarono e decretarono che sì, che quella famiglia enorme, riunita sotto lo stesso tetto era una vera rarità in questi tempi anomali. Era pur vero che si dicevano cose strane, ma le assistenti oracolari liquidavano il tutto come pettegolezzi dovute all’anomalia della famiglia. Anche i sospetti di quel fratello professore era stato messo sul piatto della bilancia ma con un peso infinitesimo e lillipuziano tanto puzzava allo stesso giudice di persecutio diversitatis.
Per cui era arrivata finalmente la decisione, quel sì definitivo per l’adozione del giovane virgulto abbandonato e allo scoccare del biennio il Morbillo fece il suo ingresso in famiglia.

Il Morbillo e la Chela di Ezio Saia

Bottegai

-Tutti strani, tutti pazzi in quella famiglia. E’ un giornalista lei? E che posso dirle? Qui nel negozio non son mai venuti. Qualche volta è venuta la serva per roba da poco e sempre a capo chino. Ma dico io, ma le sembra logico che nel duemila una persona la si chiami ancora “Serva”?! Fa pure venire i brividi. -
-Sa – dice la moglie a voce bassa allargando gli occhi e mimando le parole -noi si è per il centro-destra perché si lavora, si lavora e si pagano solo tasse per mantenere i pelandroni, ma, santo cielo, chiamare serva, una cameriera proprio non ci va giù. Loro che oltretutto sono estremisti, comunisti, ebrei, anarchici e chissà cosa. Ma lei la chiamerebbe serva una cameriera?… Non ha la cameriera? – ride come una matta. – Per quello neppure noi con quello che costano di contributi, ma sa è così per dire.
- Ché poi lei crede che li paghino i contributi quei… beccamorti? – Non sapeva che nome affibbiare, il verduriere. Prima dice ‘beccamorti’, poi dice ‘matti’, ma lo si vede bene che non è soddisfatto. – ‘Crudeli’ voleva dire? – suggerisco io – Anche- dice lui ma poi borbotta ‘Criminali’ e aggiunge -Neppure questo rende bene quell’aria torbida che avvolge la casa. -
-Ché poi pure lei, poveretta, si considera una serva. Se ne vergogna a dirlo, ma si sente così … Al processo era saltata fuori quella storia quando il giudice le aveva chiesto chi era e lei aveva risposto -La serva.- – Chi è lei?- aveva sbraitato il giudice, e quella s’era guardata attorno smarrita come a chiedere a loro con gli occhi: – Ma cosa ho mai detto?- Dicono che si fosse impaurita davvero, povera donna, e poi, visto che s’era fatto un silenzio di tomba, e che tutti aspettavano che lei la dicesse chiara quella bestemmia, aveva ripetuto il suo nome, il suo cognome, poi ancora il suo cognome e poi silenzio. E che faceva la signora presso la famiglia? Aveva insistito il pubblico ministero – La serva – aveva risposto lei con un filo di voce. La serva?La Signora voleva forse specificare meglio? La persona di servizio? La collaboratrice domestica? La cameriera? – Sì certo – dice lei -la persona di servizio, la collaboratrice domestica, la cameriera -, – La serva insomma- aggiunge poi quasi ritenesse il giudice un po’ svanito. E che t’ha fatto il giudice? Li ha incriminati ipso facto. Via al pretore del lavoro per sfruttamento… Ma mica può fare questo un giudice, dico io, non è mica un reato. Bah, non so; comunque successe qualcosa di simile. Forse il giudice chiese dei contributi …fatto sta che li incriminò. E te lo immagini allora il casino con quel professore che ne diceva di tutti i coloro contro lo stato, i politici, i beccamorti e i canzonettari. Che poi che c’entravano i canzonettari? Il giudice s’incazzò e incriminò pure lui. Ma poi non se ne fece nulla perché si capisce: se uno non ha il diritto di bestemmiare contro il cielo dove si va a finire. Insomma, forse quel giudice capì di aver esagerato e non se ne seppe più nulla. Ma sull’altra storia mica cambiò idea e dal pretore ci andarono per la storia della serva e dei contributi anche se non mi ricordo bene come andò…- Stette un po’ a pensarci mentre il marito pesava delle mele gialle per una cliente. – Bah, comunque hanno scampato pure quella… Ah! Ecco!- s’era riaccesa- Là al processo l’han fatta passare per famigliare, per ospite, quella poveretta. Capisce? Come se con loro fosse al gran hotel mentre loro, anime pure, non le facevano neppure pagare la camera e i pranzi. Altro che contributi!
-E lei?

-Lei? Famigliare ? Sì, Sì, Ospite? Sì! Sì. Serva? Sì!, Sì? Ma come, ‘Sì’? – dice il giudice? -No?- dice lei confusa. S’era pure messa a piangere, la meschinella, mentre la gente ridacchiava e, con loro, gli orchi, che mica la compativano! Anzi sbuffavano contro la serva cretina e contro il giudice, tanto che il giudice a vedere quelle facce e quegli smorfie s’è pure intabaccato e li ha richiamati -Cari signori, qui siamo in un’aula di tribunale e voi dovete comportarvi con rispetto per la testimone e per la corte… Altrimenti vi faccio sbattere fuori – E voleva davvero sbatterli fuori perché doveva continuare a fare e rifare le domande…Capisce giornalista, non era convinto delle risposte perché la poveretta guardava sempre verso il professore quasi a chiedere aiuto e, dopo aver risposto, li guardava di nuovo timorosa come a dire “L’ho detta giusta? Ho risposto bene? L’ha fatta giusta il vostro cane? Ha pisciato come si deve nella cassetta?” Una pena e una vergogna! Una pena e una vergogna! Ne parlarono pure i giornali.
-Ma vada a quell’osteria o da quello delle stoffe o alla ferramenta. Vede? Sono laggiù in fila. Noi siamo qui da dieci anni ma quelli son qui da una vita e li conoscono bene. Noi, come s’è detto, siamo qui solo da dieci anni, perchè anche se s’abitava in paese, non si gestiva il negozio. Abitavamo giù in periferia dove c’erano le case popolari e si lavorava tutti e due alla tintoria. Poi un bel giorno ci hanno convocato tutti quanti e il padrone, brava persona per l’amor di dio, un vero signore: -Sentite – ci dice, non proprio le stesse parole ma il succo era questo – Sentite, qui le cose vanno di male in peggio e se si continua così si va a finire che si fallisce e si va in tutti rovina. L’anno scorso si è perso tot e si sono intaccate le riserve e per i prossimi anni andrà sempre peggio, perché i Turchi tingono le tele a metà prezzo” Insomma questo ci propose: in cassa è rimasto Tot che corrisponde a una volta e mezza abbondante le liquidazioni che vi toccano, io ve li do tutti e ciascuno avrà la liquidazione e in più un premio quasi pari alla liquidazione – Stop. Non disse mica altro! Ma che choc! Se lo immagina lei: tutti e due senza lavoro. Santo cielo che momenti. Lo chieda, lo chieda a mio marito come siamo tornati a casa quella sera. Ci tenevamo per mano e tremavamo tutti e due e poi in quella cucina seduti a guardarci. E poi vede com’è andato tutto a posto: noi si è riusciti ad aprire il negozio….

Non vollero parlare all’osteria e meno che mai a un giornalista riguardo a quella famiglia No! No! E No! Noi non si è pettegoli e poi con un giornalista. Dici ‘Bah’ e loro scrivono che hai detto ‘Boh’ Tutto il contrario insomma. E poi chi li conosceva quei quattro? Vite riservate, chiusi in casa; solo le mogli poverette a faticare con i bambini dentro alle aule e poi, si dice, trattate in casa come cretine. Quella è una casa chiusa, signor giornalista. -Una casa chiusa!- Sghignazza qualcuno. Ride pure lei, la vecchia signora con i denti tutti bianchi e tutti finti e ride il figlio che sta schiacciando il caffè. – Giornalista? – dice – Sarà vero? Ha la tessera?- alza le spalle diffidente e dice che non ha mai visto una tessera da giornalista. – Potrebbe farmi vedere qualsiasi cazzata-, -E poi lui li conosce meno della madre, caro curioso! Qui di quelli non entrava nessuno  … forse è venuto uno dei fratelli, quello della truffa, una volta o due in trent’anni a prendere un caffè perché ce l’hanno portato i clienti. Neppure i loro genitori sono mai entrati. Il padre non aveva vizi. Lo vedevamo camminare col dottore verso i campi, lui sempre a testa china e l’altro a concionare pure con le mani… Ecco dovrebbe parlare col dottore. Quello si, che li conosce bene, forse perfino quella matta che è scappata in America …La Chela!- ridacchia – Quella si che l’ha fatto davvero un bel trambusto. Beh, sa che le dico giornalista? Che loro non ci hanno mai lasciato un baiocco in questo bar; neppure quando era ancora l’Osteria del Gallo. Ma, quando successe quel casinò laggiù nel Cifas, allora avresti dovuto vedere quanti giornalisti sono arrivati qui sbuffando per la corsa. E non ti dico quanto spendevano in questo bar, loro e il loro codazzo. Hanno bivaccato settimane. Bivaccato per modo di dire perché quelli non bivaccano mai: si pigliano le camere, le suite negli alberghi e avresti dovuto sentirli cosa dicevano! Non ne andava mai bene una! Neppure gli alberghi per lor-signori, “La mia camera è così, la mia camera è cosà” … “Neppure, non dico la sala stampa, ma almeno una postazione”, il servizio in camera poi… e il panorama… Persino il panorama non quadrava. Persino le poltrone tirò fuori uno – Quello è della RAI di sicuro – mi sono detto ed era proprio della RAI … Non ci voleva certo una gran scienza a indovinarlo, ché quelli, mi scusi, dopo aver dato il culo ai partiti, se lo trovano sfondato e delicato. Ma il panorama santo cielo! “Apro la finestra e sai che ti vedo? Un vicolo!” Capisce giornalista? Lui vedeva un vicolo! E che si aspettava? Di vedere il mare? Non glielo avevano detto che in mezzo alla Padania non c’è il mare? …Quello che non facevano con quelle loro facce qua dentro! Annusavano! Storcevano il naso, storcevano le labbra… Si sedevano e che facevano? Prima guardavano la sedia, poi la pulivano, poi la guardavano e poi si sedevano ma con che degnazione, dio santo!… Che ti veniva voglia di tirargliela in testa, quella seggiola. La superbia poi! E santo dio! Erano giornalisti o cosa? Ma andate a quel paese per non dir di peggio … Ma insomma mica ci sono i pidocchi qua dentro, volevo dire…

 

Per loro fortuna, spendevano fior di quattrini. E lo dico proprio ‘per fortuna loro’, altrimenti li avrei cacciati fuori al freddo. Me lo ricordo, sai giornalista quell’inverno: tre, quattro gradi e non di più. Sai quanto ci avrei goduto a cacciarli fuori. In compenso sai che zampate: – Un caffè? Ecco il caffè: duemila!-, -Duemila?- chiedevano i pascià con gli occhi fuori dalle orbite. –Duemila – ripetevo. -Ma non pago duemila neppure…- e tiravano giù nomi illustri di hotel di Milano e Roma. – E allora vada a prenderli in quei posti a Roma o a Milano – dicevo io. Capito il doppio senso, giornalista? “Vada a prenderlo in quel posto” Ah! Ah! Ah! Rideva come un matto l’oste che poi se ne andò per i tavoli a portare i caffè e a raccontare di quei giornalisti e del suo caffè. -Non ci badi! E’ fatto così! L’ha raccontata già cento volte quella scena e andò proprio così, quanto è vero iddio. Ma lui li odiava e devo dirle che ce l’avevano davvero la puzza sotto il naso, specialmente i romani. Era questo che ti faceva saltare i nervi. – Quei maiali – diceva riferendosi ai romani – già si pappano tutti i nostri soldi con le tasse per mantenersi a girare i pollici e poi dobbiamo pure sopportare che vengano qui a storcere il naso -. Lo sa che non dormiva dalla rabbia e da allora ha sempre votato Lega. E dire che io sono del nord ma lui viene dal sud. Ma quelli della RAI non li sopportava proprio, loro con i loro vestiti e la loro corte di cameraman, portacameran e tutti negli alberghi migliori. – Poppano, poppano, quei maiali e noi a mantenerli all’Hilton con il canone… E a sopportare le loro facce di merda -, – All’Hilton? – chiedo io – Ma sì, ho detto Hilton per dirne uno con tutte le stelle, giornalista!
Intanto era ritornato il marito -…il vecchio farmacista, chi se lo ricorda più. La serva sì; quella veniva … ma solo per l’emergenza perchè quelli compravano tutto all’ingrosso. E, prima di lei, sua madre … Quella non è una casa, è un albergo, una comunità. Mica quattro famiglie, ciascuna col loro appartamento, ma tutti assieme, tranne le stanze da letto: almeno quello!… E chissà cos’altro – ridacchia tormentandosi i baffi. -La serva! Che nome. Sono secoli che non si sentono certi nomignoli-, – Ho sentito che vi fu un processo…
- Non pensi mica male di noi! Tutti qui attorno la si chiama in quel modo ma la chiamiamo così solo perché così la chiamano loro e pure lei, “la serva”, se così la si vuol chiamare, non da alcun peso alla cosa;
- La mia famiglia, in quella casa, è serva da tre generazioni e s’è sempre trovata bene. E’ la nostra casa, santo cielo, non saprei neppure dove andare – mi disse una volta e, mi creda, lei si sente davvero della famiglia. Del resto là dentro tutti usano di continuo l’espressione “Santo cielo” e pure lei la usa come se fosse uno di loro. Ché poi lo si capisce pure – dice la moglie – la donna è debole…di mente. E così era la madre…. Sa, lei ha avuto una figlia senza marito e pure la madre, ma là dentro, bisogna ammetterlo, non hanno mai dato peso a certe cose. Sghignazzano dei benpensanti e lo dico anch’io: “Santo cielo!”, hanno ragione. Quanto al processo, sappiamo quello che uscì sui giornali, anche se ne parlò parecchio qui attorno.
- Chi può saperne qualcosa?
- Lo chiede a me? Il giornalista è lei. Più che entrare la dentro…
- In ogni caso- dice il marito – dopo il processo ci fu chi tirò fuori quella vecchia storia della truffa. E dicevano: – Sta a vedere che c’entrano loro! Sta a vedere che c’entravano loro … poi con quella storia del Giuseppe….-, -Oh quello! Lo dicevano anche prima che dietro c’erano loro, che con le banche e le truffe ci andavano a merenda. Il fatto è che, anche se, come qui dicono, loro non ci sono mica cascati…. Gli unici forse. Ma devo dirle che quelli l’avevano studiata come dio comanda e convinsero così bene che ci fu quasi una rivoluzione e poi tanta rabbia, davvero tanta. E poi non dimentichiamolo – e in quei momenti nessuno lo dimenticò – che quelli sono ebrei. Ne parlavano pure al bar e lo dicevano che se erano stati perseguitati qualche buona ragione doveva pur esserci. Stupidaggini per chi legge i giornali e anche qualcosa di peggio. Dico io: la gente non cambia mai, signor Giornalista? …. Un’inchiesta sulla famiglia! Ah, è una buona cosa davvero … piacerebbe pure a me, se non dovessi sempre faticare fra tutti questi bicchieri e questi panini! … e toast e pomodorini e tramezzini e pizzette e chi più ne ha più ne metta. Ché poi non c’è mai il tramezzino giusto per certi individui o non va il pane o non va il salame…
-Quando qui c’era mio padre- dice lei rude – pane del panettiere: panini o biove e mica tante storie. C’era la macchina! Eccola – dice indicandola – Con questa tagliavi le fettine di prosciutto, o mortadella o salame…-, – Ma va moglie! Ma va! – scherza lui – A mia moglie non va giù che i tempi cambino….Creda a me; non ci riuscirà facilmente a entrare là dentro. Quelli sono anarchici e odiano tutti. Non so perché poi: essere anarchici e odiare tutti … secondo lei ha senso? Vanno d’accordo le due cose? -, – Non so – dico io -non ho mai parlato con loro. Ci sono tanti tipi di anarchici….-, -Beh, comunque odiano tutti ma detestano soprattutto i giornalisti… Assomigliano a mio marito, ma mio marito non prenderebbe certo il fucile, loro non so….- Ride la signora spremendo un’arancia. – Ché poi anche se riuscirà a entrarci ci caverà qualcosa? Bah, non credo proprio, ma gli auguri glieli facciamo tutti e due. Dovrebbe tentare con l’ultima, l’Ardea, come la chiamano adesso. Quella può darsi che, con tutto quello che ha passato laggiù,…può darsi che ce l’abbia la voglia di parlare e raccontare…Tanto più che è l’unica che lavora, se si può chiamare lavoro quello che fa con gli emigrati… Intanto sa cosa dovrebbe fare? Parlare col dottore, con gli insegnanti e poi con una giornalista che fece un’intervista al fratello finanziere, prima che succedesse tutto il can, can con l’Ardea … e poi quella catastrofe della Chela. – Chi era la giornalista? – Chiedo. – Non lo so … non lo so proprio!- dice subito …ma scriveva per un giornale di donne, non per il Corriere o La Stampa, per uno di quelli come Alba, Gioia, Donna… Oggi, cose di questo genere… Insomma mi ha capito…. Se ha qualche amicizia in quel campo, loro lo sanno di sicuro chi era…. Di sicuro una donna.

- Creda a me, il punto focale per quella casa fu il Morbillo, quel trovatello indio o chissà cosa… Selvaggio! Maleducato! Mise in subbuglio la casa, che poi, nonostante tutti quei tipi strani, era tranquilla prima che quel maiale arrivasse. Perché questo era il Morbillo: un maiale. O per lo meno era anche questo, oltre che tutto il resto. Mi creda, mi creda; il momento della svolta fu l’arrivo del Morbillo. S’era sentito mai parlare di quella casa qui intorno? Sì, forse le solite cose, lo zio processato per truffa, le loro stranezze …Ma quanti truffatori ci sono al mondo? Uno su dieci? Dicono proprio così le statistiche dei giornali. E se è vero o no, chi lo deve sapere se non uno come lei che lavora nei giornali? E poi fu davvero un truffatore? Il malloppo non fu trovato e ci fu pure chi disse che quello era una specie di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

 La Serva

Fatto sta che quei discorsi mica li sentivano solo quelli della casa e i loro gatti. Nell’ombra si aggirava la serva Giuseppa, sconvolta da quel fuoco improvviso che rischiava di travolgerla davvero quella vecchia casa che doveva darle le lire e i pasti fino alla morte. Proprio quei pasti che adessola Giuseppasentiva sul ciglio di un baratro. Una catastrofe aleggiava come una nube nera fin dentro le mura passando vorticosa da una stanza all’altra, rumoreggiando sulle scale, gonfia di grandine, venti e disastri.
Diceva la povera vecchia, minacciata da quei venti, alla figlia evoluta che il cielo non prometteva nulla di buono per loro due. Ma la giovane neppure stava sentirla perché la giudicava, quella madre, serva da sempre e per niente all’occhio coi tempi, con le nuove chitarre, col fluire energetico del gin e del gian, il saettare dei meridiani buddisti e sciastu e giugizu per esplodere infine, quella benedetta energia dell’Essere, positiva, libera e nuova, quando lei, quell’energia e lui, il suo scatenato buddista, l’esplodevano in discoteca e poi fuori all’ombra baluginante di invisibili fulmini. E allora sì che, smutandati entrambi, scalmanati tutti se si contavano lei lui, la bernarda, il bigolaccio, le poppastre sudate, mobili pure loro e impastate con vigore con mani a cinque dita. Un diluvio Rock insomma, e dopo il rock, il rullare del rock e del gran cavaliere, sudati e lubrificati entrambi, ma soprattutto quel ben di dio che dimorava laggiù al posto giusto e che si ergeva come una torre di fronte a lei, figlia di serva, a cavallo dei tempi e di quell’aggeggio divino che spingeva come un satanasso per dimostrarlo coi colpi di maglio tutto l’ardore santo che sentiva per quel paradiso che era lei sfrigolante.

Così gliel’aveva detto il torello rock che, lui, voleva lei per una vita intera completa di quegli attributi che facevano impazzire il cuore e il bigolone. La voleva perché mica poteva neppure pensarla una vita senza il poppatoio duplice e il paradiso peloso. E l’aveva fatta andare ai sette cieli con quelle parole accompagnate per l’occasione da una pompata super buddista. Avevano pompato davvero in paradiso e in inferno quella volta, perché, a quelle parole sante anche la sua bernarda aveva sussultato, mordendo come una chitarra impazzita. – Divino, divino – diceva lui, – Divino, divino – diceva lei – Ti amo – diceva lui – Ti amo – diceva lei, un colpo di lui, un colpo di lei. E poi tutti e due: duetti, terzetti, rock e rapper! Valzer addirittura e tango e pure un bel requiem alla fine del tutto, quando avrebbe ancora voluto, lei, sentire le parole e la musica ma non ci riuscivano proprio più a cantare né lui né lei.
Così la Giuditta e il suo rapper si erano giurati amore eterno, santificando per l’occasione, mescolando liquidi e letami e decidendo, lì sui due piedi, chela Giudittastessa, tutta intera, avrebbe lasciato la casa morente e si sarebbe trasferita in quella di lui: camera doppia, munita di letto comodo per lo scambio dei letami, dove i due esteti postmoderni avrebbero vissuto finalmente il loro amore traboccante in ambiente giusto; con tre manifesti rocchettari sulla parete, di cui il primo, su sfondo azzurro di speranza, il secondo rosso d’amore e l’ultimo verde metafisico con metafisica pianola.
S’era trasferita l’incantata Giuditta fra quelle nuove immagini moderne di fede, speranza e carità. Mica le madonne asfittiche della madre, loro e le loro vesti ridicole che coprivano perfino le unghie, una addirittura che guardava il cielo tenendosi in mano il cuore rosso luccicante fuori del corpo. Repellente per lei, ma tanto amata da quella serva di madre che la pregava alla sera e la pensava di giorno e mica s’accontentava di pensarla e pregarla, chè purela Giuditta, unica figlia, era stata costretta a mettere le ginocchia sulle piastrelle, sera e mattina, a snocciolar Ave su Ave e Pater e Gloria affinchè quella la madonna col cuore in mano, che tutto poteva, le proteggesse, lei e la madre. Senza dimenticare il Requiem per quell’anima buona di padre ortaiolo, fuggito e poi defunto in una rissa, ma prima d’allora giardiniere della casa quando la casa aveva ancora un giardino e non quel bosco di serpi e di rovi che era tuttora.

Insomma lo vedeva come il fumo degli occhi la madre quel ragazzotto, di nome Eritema. Nome d’arte specificava la figlia. – Dico io: Certe volte i nomi ti capitano fra capo e collo e te li devi tenere tutta la vita ma quello se l’è scelto lui, figlia mia! … Eritema! Ma poteva sceglierne uno più idiota? … Eritema! Roba da non crederci, santo cielo! E una figlia che va a pigliarselo come se le mancasse un venerdì. Uno, poi, che mica voleva fare il giardiniere o l’idraulico o l’operaio o il dottore; tutti lavori sicuri e onorati! Il Rapper, santo cielo. Ma cos’è un Rapper? Proprio come il nome; dio li fa e poi li accompagna – Che lavoro poteva prendersi uno che voleva chiamarsi Eritema se non il Rapper! Un lavoro così incerto che non era neppure un lavoro. Ma cosa mangiava un rapper se non rifiuti e cipolle marce. E cosa avrebbe mangiato lei, la sua Giuditta che fin dalla nascita s’era ingozzata di cosciotti, insalate succulente, latte o tè il mattino, budino alla sera e pure un conticino in banca.
Insomma proprio di un rapper pezzente doveva incapricciarsi questa figlia moderna! Avevano discusso parecchie volte lei e quella figlia psichedelica, folle e moderna Se non voleva abitare e lavorare nella casa, non c’era problema; fuori nelle fabbriche a fare l’impiegata o la bidella, che quello era il lavoro migliore del mondo, girarsi i pollici alla mattina, sollazzarsi il pomeriggio, ritirare i dollari ogni ventisette: tanti, garantiti e sicuri. Pure con la pensione perché potessero riposarsi in pace nella vecchiaia delle fatiche inesistenti della giovinezza e continuare a poltrire e girarsi quei pollici ormai consumati, come avevano fatto per tutta la vita.

E a questo stava pensando sempre più spesso la madre della Giuditta da settimane ormai con quella famiglia, prima matta e tranquilla e ora, d’improvviso, tarantolata che, al posto di pelandronare e bestemmiare placidamente contro il mondo, i fascisti, i comunisti, come da sempre, s’era all’improvviso destata a parlare di mitraglie e cannoni con cui versare lacrime, sangue e tragedie. Vedeva proprio con angoscia i nuovi sguardi maligni e gli occhi spiritati. Vedeva il professore studiare su quell’internet le bombe e annunciarlo alla famiglia mangiante e sbrodolante, come si confezionavano quelle bombe, complete di miccia e orologio; da disseminare qua e là sotto i culi di governanti, ladroni e ladrone, fascisti e comunisti, mentre lei già vedeva le giubbe tedesche sfondare porte, finestre e muri per arrestarli tutti quei pazzi scatenati, morsicati da chissà quale zanzara malefica, portata, di sicuro, dai maomettani che infestavano ormai strade e quartieri.
Avevano ragione, santo cielo, quando bestemmiavano contro quella laida capitale dove i soggetti mangiavano in maniera smodata i loro palmenti, succhiando il sangue alla casa e ai suoi abitanti, ma era il caso di far tanto trambusto adesso che lei s’era messo l’animo a riposo, sicura che pane e lirette ci sarebbero state in eterno per lei e per la figlia, se quella matta non voleva far la bidella?
E così la madre parlava alla figlia delle bombe e dei disastri furiosi che si stavano addensando sulla casa mentre quella neppure stava a sentirla una madre serva e rincretinita, che mica li capiva i tempi nuovi liberi e rocchettari. Lei rinsecchita che di sicuro non aveva mai avuto un uccello come si deve, che la facesse vibrare come una batteria. Lei che mica lo capiva il grande amore dei nuovi tempi, dei video che parlavano e cantavano di libertà e riscatto: verdi campagne, tigri mansuete e amore, amore, amore tanto, tanto, tanto amore! Di quello vero, mica con puzzolenti ortolani.
Così si ricordò, la Giuditta, detta Giusy, della famiglia pazza tra una congiunzione e la successiva, tra una birra e la successiva, tra una rappata e la successiva, mentre consumavano, lui e lei, le quotidiane fatiche con gli avanzi delle discoteche e delle balere e la raccontò al suo rapper di quella famiglia schiavista, incendiatasi all’improvviso che voleva far saltare la nazione con le bombe mettendo sulla strada quella rincretinita di madre che, anche se serva, non se lo meritava proprio, povera anima.
S’era immedesimato nel problema, il rocchettaro, e ci aveva pure composto due belle rappate che parlavano di fiori, di bombe, della casa e dei pazzi che l’abitavano. Due capolavori, insomma, di quelli che neppure Dante Alighieri avrebbe potuto rappare. Due filastrocche ebeti, per dirla tutta, che s’aggiungevano alle altre infinite che già inquinavano il mondo e facevano impazzire quotidianamente il professore, ma che si misero invece a girare per balere, radio e discoteche di diciottesima serie, raccontando la storia della famiglia morsa da una tarantola aliena, che voleva far saltare il paese, con un immenso fungo di quelli atomici.

Volò la rappata! Volò nei bassifondi a diffondere le note sbilenche con le parole italiche, ignorate dal volgo ma non dal subdolo servizio segreto, impersonato nella fattispecie da un maresciallo maligno, che non ci pensò due volte a pigliar carta e penna e a metterle assieme quelle due cose ignobili, fatte per romper marroni alle persone oneste.
Così alla fine dopo una meditata versione in ‘brutta’, in cui venivano giustamente ignorati congiuntivi, consonanze e punteggiature, il capolavoro fu copiato in ‘bella’ e corretto dal controllore di grammatica e ortografia, fornito dal ministero stesso che aggiungeva alla bisogna un gragnucolo di frasi già belle fatte che rispettavano congiuntivi ma infierivano ancor più sulla povera e derelitta lingua.
La relazione arrivò per fax al superiore diretto del maresciallo, che, graduato tenente e degno di tanto marchio, l’aveva letta con fastidio e riletta con ardore perché quella parlava, sì, di bombe ma era essa stessa, nelle sue capaci mani, una vera bomba. Tutto per la gloria e la propria lievitazione oltre quel grado di tenente in cui stazionava davvero da troppo tempo.

Si mise in moto dunque e mise in moto le indagini che non richiedevano poi una gran mente davvero. C’era la canzone e nella canzone c’era la via. Parlava, la rappata, d’una certa via Wagner, che una volta era verde e adesso era piena di case. E s’incazzava il rapparo con quelle case facendo sospirare il tenente “Ma insomma la gente dovrà pur abitare da qualche parte! Questi dementi Vogliono le case o fanno la rivoluzione, vogliono il verde o fanno la rivoluzione” Comunque chiamò il maresciallo di turno e sillabò un ordine concedendogli cinque minuti perché trovasse quella via Wagner, germanica di sicuro, perché non esisteva un nome così balengo in un paese civile.

Proseguiva poi la rappata dicendo che c’era una casa, “una grande casa”, una casa fatta di matti che avrebbero incendiato il mondo e vendicato i prati verdi e proseguiva dicendo che tre fratelli vivevano nella grande casa e progettavano la bomba e che i disegni e i materiali erano nella grande cantina. Mica un’indicazione generica, poi! No! Lato est, in un angolo sotto una vecchia pietra che copriva un pozzo. E proseguiva la rappata, rappando che avrebbero bruciato qui e incendiato là con quel bel tritolo posato di qui e di là, con quelli che odiavano e odiavano tutti.
Non stava più nella pelle il tenente a leggere quel ben di dio tanto che neppure riuscì a leggerli tutti quei dati miracolosi, perché pure i suoi visceri così eccitati mica se ne stavano calmi e tranquilli nelle loro guaine dette intestini. E così dovette correre, il tenente, ad evacuarli, ma si portò dietro i fogli benedetti, dove, tra un sospiro solenne e uno strozzato, riuscì a leggerli tutti, rilassandosi infine, respirando finalmente con quella giusta frequenza cardiaca, tanto che ancora lì a brache calate, tra gli effluvi del guano, sorrise al cielo “La provvidenza, la provvidenza!” sospirò ispirato. “Non sto più nella pelle” pensò “Pelle di tenente?” si chiese, immerso ormai nella nuova, prossima, immacolata e lucida pelle. “Chissà!…. Colonnello?… Chissà!… forse ancora più su”

Insomma l’inizio del giorno terzo vide il tenente in contemplazione di tutti quei dati cavati da indagini mirate, efficaci e veloci. Non solo tutto quadrava ma pure s’incastrava al millimetro. C’era la via, c’era la casa, c’erano gli abitanti e c’era molto di più. Tre anarchici, due processi, denunce e una sorella lassù sulle Ande col Che a mettere bombe.
E per di più al mattino aveva cantato quel rocchettaro demente, al pomeriggio la ganza e adesso cantava la madre, serva di casa, dotata d’orecchie e memoria, che le stava esponendo tutte, quella povera anima, le sue ansiogene ambasce per la vecchiaia, per quella figlia degenere, per il lavativo Eritema in oggetto che faceva le notti cantando e trincando per poi poltrire fino all’ora beata, quando già da sei ore lei sfacchinava nella casa dei pazzi. Pazzi tranquilli, stava dicendo, almeno fino a ieri, ma oggi tutti agitati con quelle bombe che volevano perfino infilare -Non le dico in che posti, tenente generale ma lei se lo immagina-.
No! Non capiva, il tenente, e voleva invece sapere luoghi, posti e nomi delle persone destinate a tant’onore di botto. E quanto alla figlia, lui, il tenente colonnello in potenza, conveniva con lei, paventava con lei, soffriva con lei che, mancato il sussidio della famiglia, proprio non poteva aspettarsi nulla da quell’unica figlia. Mica scapestrata più di tanto poi. “Ma in che mondo vive questo relitto?” diceva fra sé mentre piangeva con lei sugli eritemi di oggi e di ieri, in questo matto mondo moderno. “Non dico tanto ma almeno pretendere i contributi dai matti, anche se, a quelli, con una bella causa, il pretore, avrebbe cavato il sangue, le vene e le arterie”.
Insomma tutto andava come dio comanda, dai tre fratelli a quei esseri degni dei tempi. E su tutto una vera spolverata di cacio. Si beava davvero il tenente: c’erano loro, anarchici doc, c’erano le mogli relitto e perfino un trovatello: il trovatello di quella Chela arrivato come un malefico missile direttamente dalle terribili Ande. “Mica dagli Appennini alle Ande, ma tutto il contrario” ridacchiò il tenente, pensando alla bestia di cui il direttore, matto come non mai, aveva raccontato tutto il male possibile e che aveva cercato dal tenente di sapere cosa avesse mai combinato quella bestia diabolica, dicendolo chiaro e tondo che lui non si sarebbe proprio stupito sulle demenze di quel Morbillo infernale, una bomba dentro a una famiglia, che, se non oggi, domani, se non domani, nel futuro imminente, l’avrebbe fatto davvero un bel botto.
- Ma chi le ha contato queste storie, giornalista? Tutto vero se si guarda in un certo modo ma se l’è chiesto chi era la serva? Ma lo sa che quoziente d’intelligenza…? -, – O se e per questo non è che i padroni siano tutti nella loro…- dice la moglie soffiandosi il naso ma il dottore in pensione, non gradisce; non gradisce proprio l’intervento della moglie. – Una battuta giornalista, solo una battuta, io conosco la famiglia da ottant’anni. Mio padre era amico del banchiere e mio nonno era già medico qui, quando la cittadina era un paese e in quel paese arrivò il farmacista padre di tutta la casa.
-Mi scuso- dice la moglie arrochita carezzando il marito con gli occhi -Toccagli quella famiglia e mio marito ti salta alla gola. Ma sa giornalista? Sa a chi pensavo? Pensavo all’Oreste e alla Chela.

Oreste

- Cominciò a sognare un esercito barbaro e sterminato che arrivava dalla fine del mondo. Non un vero esercito ma una intera popolazione che emigrava con carri, mandrie e guerrieri. Li sognava tutte le notti. Un serpente che si allungava senza fine – diceva – Sono milioni e milioni che avanzano. Ogni giorno l’esercito deve approvvigionarsi di fieno e di carne e allora una parte si ferma per combattere e razziare. Catturano i contadini, bruciano case, violentano donne…- Ma poi cominciò a parlare con loro e s’innamorò.
- Era un a uno zio affettuoso – interviene il dottore tossendo – E’ brutto essere vecchi con questo freddo, giornalista – borbotta guardando la brina dalla finestra – Sì, c’è quella storia dell’esercito di barbari che arrivava dalla fine del mondo, ma in questo mondo si salvi chi-può-come-può. E lui era mica diverso dalla famiglia. Forse era più mite e così evadeva e usciva dal mondo. Ma per il resto era un normale essere umano: mangiava, beveva, sentiva musica ed era l’unico a potare le piante. – Oh sì! – commenta la moglie – preparava anche torte di frutta. Insomma non te ne accorgevi che ce l’aveva sempre in testa… Poteva distrarsi qualche ora, ma poi era sempre lì a sognare. Andava a caccia con loro, mangiava con loro e faceva con loro la vita. Idolatrava il loro Capo, il Muesli, chissà da dove l’aveva tirato fuori quel nome. “Un colosso, un vero capo…Impietoso ma giusto” diceva del Muesli che poi su quel nome: ‘Muesli’ s’arrabbiava con la nipote che lo chiamava “Pop Corn”, anche se il più delle volte era lui a riderci sopra. Ché poi il vero nome non era mica Muesli ma una cosa impronunziabile fatta tutta di consonanti dure e aspirate. Etttchattatc o qualcosa di simile, mentre Muesli era un titolo. Insomma quello era il Muesli così come noi diciamo “Quello era il re”.
Quando la nipote scappò, lui era euforico perché il Muesli stava arrivando.
- E poi?
- Poi – tossisce – quando l’esercitò arrivò qui non capitò nulla. – Passano attraverso di noi – mormorava estasiato.
- Ma sono qui? – Chiedeva il fratello..
-…Si sono fermati proprio in città – rispondeva lui – e continuano ad arrivare. … Stanno facendo una sosta – sospirava con faccia sognante -Ma il Muesli, non è ancora arrivato … Quanti sono!- esclamava
- Durò due mesi il passaggio dell’esercito e poi se ne andarono. Lui li guardo sfilare per giorni e poi se ne andò con loro.
- E i fratelli?
- Non fecero nulla. E che dovevano fare? Trattenerlo? Sarebbe stata una follia, giornalista; lui sarebbe impazzito e chissà come sarebbe finita. E poi chi poteva fermarlo? S’imbarcò su una nave da crociera e li seguì per tutto l’oceano. “Camminano e cavalcano sull’acqua telefonò: è uno splendore!” Li precedette in Argentina e quando arrivarono li segui a piedi sulle Ande.

- Insomma, giornalista, puoi far due più due un’infinità di volte ma il risultato sarà sempre quattro. E allora, alla fine, lo dovrai ammettere che quel tenente maligno non aveva proprio niente nelle mani se non un po’ di fregnacce. Eppure prima trovò un pubblico ministero che diede il permesso d’ispezionare la casa e poi, lavorando sull’aria e modellandola, di far processare l’intera famiglia.
Lui, quel maresciallo grasso come una foca, e quel giudice volevano a tutti i costi arrivar sui giornali e ci riuscirono; ma, per tutto il resto, niente.
- Trovarono qualcosa? – Ardea alza le spalle e irride al giornalista.
-… Ci fu il processo e fu chiamata la serva. Ma cosa vuoi che dicesse quella povera scema? Tremava come una foglia e non capiva più niente. E così ci mise nei pasticci due volte…
- Comunque quel demente del giudice l’allontanò dalla famiglia fin dall’istruttoria, affinché (il tono si fa tagliente ) la nostra demoniaca famiglia non la plagiasse. La misero in una specie di ospizio, a piangere con una assistente sociale del tipo radical-chic. Cosa vuoi che capisse la serva di quella picetta che parlava con gli spilli e l’aizzava contro di noi. Le solite rivoluzionarie da salotto con fica calda.
Poi la figlia, guarda caso, si ritrovò incinta del rocchettaro e fu regolarmente lasciata, piangente e disperata, dal rocchettaro stesso, che fuggì a mille miglia da quel figlio e così tutto rientrò nell’ordine: un’altra femmina rigorosamente scema e rigorosamente N.N. con annesso ritorno all’ovile delle due reprobe. Santo cielo, adesso ne abbiamo tre per la casa.
- E come furono accolte?
- A braccia aperte; non proprio come il figliol prodigo, ammazzando il bue migliore, ma una bella gallina di sicuro; e ci fu pure un bel sospiro, raddoppiato poi quando fu chiaro che il frutto era una femmina e quindi una futura e sicura serva per la famiglia come nella miglior tradizione.
- Sai cosa facevano i fascisti ai curiosi nel Cifas? Li fucilavano. Oppure un colpo di machete e la testa finiva da una parte e il corpo dall’altra. Tu ci andrai nel Cifas, vero giornalista!… Non devi andare laggiù per finire l’inchiesta sulla famiglia diabolica?- ridacchia l’Ardea con la sua voce roca:
- Ma davvero ti hanno detto che il Morbillo fu il punto focale? Tutta da ridere giornalista! Tutta da ridere.
- Il Morbillo mi chiede? Andiamo al bar lontano dalle donne, prendiamoci un buon caffè caldo-, -Ma uscite con questo freddo? – chiede la moglie. – Che dici moglie? – chiede lui allegro – C’è pure un po’ di sole e poi mi dovrò chiudere fino a primavera: non ho il diritto di godermi gli ultimi raggi? -, – Si potrebbe partire e andare al mare – replica lei; ma lui scuote la testa! – Là è troppo piccolo, ci sono troppi vecchi e via di questo passo…-, – E invece sa come stanno le cose, giornalista? Che a lui piace andare in giro e che tutti lo salutino e lo fermino… Capirà il vecchio dottore lo conoscono tutti e allora “Si ricorda dottore quando avevo il catarro?”… “Si ricorda quando aspettavo la mia Maria?” E lui ci gode… Che poi per dirla tutta lui ha ancora i suoi clienti …. Vedo che l’ha capito giornalista.

- Lei la sente la musica dottore? Mica quegli sciabardati che canzonettano e ti fan vedere denti, saliva e tonsille? No, voglio dire l’altra? – Si vedeva che soffriva il pazzoide e poi chissà cosa guardava! L’ho pensato anche allora “Chissà cosa guarda” Mi sono chiesto e ci ho pure messo il naso a quella finestra per vedere cosa attirava quella povera anima sperduta! Ma non c’era mica nulla di diverso dal solito panorama. La solita villetta dell’omeopata, tutta curata, il prato, i sentieri, le siepi. Tutto verde: lui e la sua testa omeopatica.
- Insomma una vergogna giornalista! Lui l’omeopata che ciucciava e ciuccia ancora oggi lire dalle poppe new age, e, con le lire, si dice, pure i capezzoli!… Un maiale! Giornalista, lui e tutti i suoi colleghi. E ci fosse mai stata una prova, che so io, un risultato dubbio sulla bontà di quelle pillole. E invece niente: acqua e scemenze centrifugate.
In conclusione lo visitai con cura per dovere professionale, ma pure per affetto perché in fondo ho sempre voluto bene a quella famiglia. Lei andrà in America sulle orma di quella Chela e sa cosa vedrà laggiù?… Vedrà la tragedia: là la tragedia e qui la volgarità. Io la vedo, vedo le Gruberiadi, le Pariettiadi, i pallonari, i canzonettari, le scosciate, le veline, l’ignoranza e mi vien la nausea. A me vien la nausea ma tutto finisce lì; ma per il professore no! Non finisce mai! perchè lui vive di bile, povera anima. E mica accetta nessun altro dottore anche se ne ho già ottanta sulla groppa.
Insomma feci tutto quanto il mio dovere su quella pancia bofonchiante, anche se sapevo già tutto prima di arrivare… esaurito da secoli… bilioso… rabbioso… Neppure venti scolari per diciotto misere ore alla settimana, esclusi Pasqua Natale e le ferie di quattro mesi, è riuscito a sopportare… Ore di cinquanta minuti poi!… Poche davvero, ma con quei figli di televisionati e pallonari, loro, i padri, le madri e gli insegnanti colleghi, c’è davvero da morire di volgarità….Radical chic… e società civile! E noi che non siamo come loro? Cosa siamo noi? La società incivile? E allora viva l’inciviltà… Povero cristo è ridotto a uno scheletro vivente e concionante.
Avevo finito e il demente continuava a guardare il cielo in silenzio con quella faccia di chi è venuto al mondo per soffrire e rompere i marroni … Il che non era per nulla normale perché di solito con me parlava con cordialità … E’ vero che parlava ululando contro il mondo e la sua volgarità … ma è anche vero che mi accoglieva come un salvatore. Insomma mi venne voglia di far due parole prima di salutarlo. Volevo chiedergli che ne pensava, lui che non faceva nulla tutti i santi i giorni, di quel suo vicino omeopata, infido truffatore e serpe che voleva guarire la gente con l’acqua, e non solo non li guariva ma si pappava dollari e malate, ma non m’incoraggiava di sicuro con quella sua faccia che non aveva neppure mosso un misero muscolo. Li perlustrai bene quei muscoli senza però trovare nemmeno un amen di ispirazione. “Una statua” dissi fra me e tornai a guardare quel quadratino di cielo che il demente fissava. Che ci fosse un uccello strano lassù? Mi chiesi ma non c’era proprio niente: il demente guardava l’infinito o il nulla.
- Bene, bene – comincio – Tutto bene in questo corpo che per la verità, caro Gino, ingrandisce e ingrandisce. Non ti dico di fare l’atleta, gli propino, ché per un sedentario come te sarebbe perfino pericoloso … uno sgambetta, sgambetta felice e gli sembra di essere tornato giovane e di poter scalare l’Everest … E per fortuna che l’Everest non è qui perché, se ci fosse, qualche macaco ci andrebbe di sicuro con zainetto, piccozza e merenda di salsicciotti. Magari con maionese e una di quelle biove lunghe due metri, gli dico per mettere un po’ d’allegria, E sali che ti sali non sei neppure a mille metri che il cuore ti scoppia e stramazzi a terra, con le labbra bluastre che pure un gaglioffo come il tuo vicino di omeopata, ignorante come una scarpa, lo riconoscerebbe subito -Toh! Un bell’infarto! Tutta buona carne per aquile, lupi, marmotte e formiche. Un vero pranzo di Lucullo.
Pensi, Gino, quanto ben di dio per quelle mosche himalaiane, sghignazzo io con tanto gusto che pure il demente si gira incuriosito.
- Di chi parla?- mi chiede il pazzo.
- Di quell’essere che abita in quella villetta, lui e quella sua moglie acida. Sa, dicono che sia avara oltre che scialba e cornuta. Proprio quella villetta che lei sta guardando con tanta attenzione. L’ha costruita il padre di lui… gran lavoratore… praticamente con le sue mani. Me lo ricordo io quel brav’uomo, lavorare in tuta, tutte le sere e tutto il weekend … Povero cristo a respirare calce, mettere mattoni, un giorno dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, e perfino la domenica. “E che ci vuol fare una cattedrale?” mi chiedevo. Gente d’altri tempi, professore … E guardi cosa è uscito, dicevo… anzi chiedevo – Quanti anni ha insegnato?

SEGRETI DI UNA DONNA di Ina Torvalda 1puntata

NINA

 Questa è la rappresentazione della mia vita, repressa, umiliata, perseguitata. Qui rivendico tutto ciò che mi è stato negato. Mi riprendo con  rabbia selvaggia ciò che la mia anima innocente, insozzata dalla morale del No, del castigo divino; dall’indecenza della repressione dell’istinto più sano, vitale, elettivo, sacrale della vita, è stata costretta a vietarsi. Rivendico l’erotico strofinarsi, leccarsi, infilarsi l’uno nell’altro per godere dell’estasi degli spasmi primordiali della vita che si afferma.

Mi perdoni il lettore se in qualche passaggio non riuscirò a trattenere la commozione! ne provo tanta! Ma non sono disposta a concedere niente all’estetica crociana: desidero trasferire sulla pagina ogni emozione, ogni sentimento, ogni umore e umidità così come si sono formati nella mia anima, così come si sono impressi sulla mia pelle.
Stiano lontano da me i frequentatori di sacrestie, di parrocchie, di confessionali. Li ho frequentati troppo. Sento ancora la loro puzza…”………………………
“ Risalgo il fiume della mia vita. Giungo alla sorgente. Ai primi vagiti”
Era una splendida bambina.
Distesa su un candido lenzuolo, al centro del letto, soffriva in tutta la sua innocenza originale il caldo già insistente di metà giugno del lontano anno 19..
I genitori e i visitatori che arrivavano per felicitarsi con la puerpera la guardavano con un misto di ammirazione e di apprensione. Povera piccina! Come poteva sopravvivere, dopo solo qualche ora di vita, alla tortura di quell’ingessatura che le avevano fatto per aggiustarle la gambina spezzata?
Certamente non era un buon segno che fosse nata disgraziata! La nonna Yvonne che aveva senza discussione il governo della casa dispose che venisse subito battezzata perché la sua anima potesse prendere il primo volo per il paradiso qualora non fosse riuscita a superare quella dura prova di resistenza.
Ma il destino aveva riservato a Nina quella sofferenza perché si preparasse ad affrontare esperienze dolorose ben maggiori: i tormenti dell’anima!
L’estate che arrivò dopo qualche giorno confermò la luminosità dei giorni passati. Il giallo del grano maturo nei campi colorò ogni cosa con la maestria di un pittore in preda all’estro creativo, entrò anche nella casa colonica. E così Nina, superato il momento più difficile del suo incontro con la vita, cresceva con negli occhi i colori della luce.
Da grande quando mi chiederanno di scegliere il colore preferito, non ho dubbi, il mio colore è il giallo, il giallo del sole che dona il sorriso ai bimbi nudi, e veste a festa le fanciulle povere.
Gli occhi di Nina rapirono anche l’azzurro del cielo e lo nascosero nel fondo dell’anima. Chi avesse voluto avrebbe scoperto nel suo sguardo una curiosità inquieta che la portava a dilatare e a restringere la pupilla senza muovere la testa per poter cogliere i più impercettibili mutamenti nel volto di chi le stava vicino.
Appena cominciò a camminare, fece del maestoso gelso che si ergeva di fronte al casolare la sua dimora preferita. Saliva e scendeva da esso con assoluta sicurezza. Quel vecchio solitario stava ormai invecchiando, e si sa che con l’età si diviene più teneri, perciò cominciava a piegarsi consentendo alla piccola di potersi facilmente arrampicare.
Nina si vedeva al centro del mondo e di lì non si spostò mai, neanche quando giunse il tempo dell’amore. Una parola questa che aveva appreso priva del contenuto: l’amore per Nina era un guscio d’ostrica vuoto. Sulla pelle le rimasero le impronte del sole caldo ma nel cuore aveva il freddo di carezze mancate.
Si rivelò irrequieta prima ancora che cominciasse a camminare.
“Mia madre un giorno, quando ero ormai grande, dietro le mie insistenze perché mi raccontasse la mia infanzia, un po’ restia, disse che da piccola ero un’ indemoniata .”
Nina aveva non ancora tre mesi che scomparve dal letto su cui era stata adagiata. Fu trovata sotto. Com’era arrivata lì? Quella bambina aveva qualcosa che non andava.” Forse ha lo spirito in corpo!” aveva affermato la madre davanti agli altri membri familiari accorsi alle sue urla di disperata, più per l’anima sua che per la vita della figlia.
C’era qualcosa nel fare di quella donnina, massiccia nel corpo ma delicata e gentile nel viso, di non pulito, peccaminoso.
“Adotto gli aggettivi che lei usava per qualificare i miei comportamenti. “
Si prodigava, si affannava, in modi molto barocchi, intorno alla creatura da lei partorita, eppure tradiva un rifiuto umorale nei suoi confronti. Nina questa verità l’aveva assorbito da subito. Non già attraverso il latte materno perché fu allattata da una donna di cui non conoscerà mai l’identità, ma dall’aria che respirava quando era acconto alla madre. Non ne apprezzava l’odore, si sentiva quasi respinta da esso. Naturalmente per questo suo sentire così poco filiale, pagava un prezzo alto. Ben presto sviluppò un senso di colpa che crebbe con l’età. Più Nina andava avanti negli anni più la sua colpa si ingigantiva e prendeva forme diverse. Dapprima era una caverna con tante uscite, poi divenne un tunnel con tante entrate e nessuna uscita. Quando cominciò a guardarsi e a riconoscersi come sé rispetto agli altri e alle cose, Nina cominciò anche a provare una gran pena per la sua povera persona. Si commuoveva e piangeva sinceramente per quanto fosse disgraziata. Era brutta. Così le avevano fatto credere gli altri, che più volte avevano commentato davanti a lei la sua poca avvenenza.

Continuò a guardarsi con gli occhi degli altri per tutta la vita. Eppure da dentro Nina si vedeva bella. E tutto il mondo le sembrava meraviglioso, in armonia con la bellezza della sua anima, confusa e disperata, che cercava di fermare inutilmente quell’immagine di sé per darla agli altri perché si convincessero che lei non si sbagliava.
Ma non le riuscì mai..
Qualche ragione invero gli altri ce l’hanno. Su un viso irregolare si aprono due occhietti di una forma molto banale, benché vivacissimi, e un’orribile bocca, che, per distrazione dello scultore, pare scolpita al contrario. Il corpo in compenso è armonioso, ma di questo non sembra accorgersene nessuno.
Tante erano le cose che la piccola Nina avrebbe voluto conoscere ma non c’erano orecchie disposte ad ascoltare le sue richieste.
Gli altri erano impegnati in altre faccende. Alcune chiare. Altre no.
Non c’era niente di misterioso nel perché si mieteva il grano o perché si infornava il pane. Se si voleva mangiare occorreva fare quelle operazioni.
Al perché il padre picchiasse con tanta violenza la madre da sconvolgerle la mente, Nina non trovò risposta.
Aveva quattro anni quando fu protagonista di uno spettacolo che non poteva non segnarla.
“A quale livello e con quali danni non l’ho chiarito ancora oggi”
Rientrando in casa, verso l’ora di pranzo, la povera piccola, commovente nella sua innocente fiducia negli adulti, trovò il padre che tentava di scaraventare la madre giù da una finestra, della quale non valutava bene, però, le dimensioni, tanto era accecato dalla follia omicida, perché da quella apertura la moglie non sarebbe mai potuta uscire neanche se avesse chiamato rinforzi per spingerla.
Nella grande vecchia casa, sempre tanto buia (“E’ così che la ricordo ancora oggi!”) accadevano dei misteri. Un po’ come i misteri della fede.
La gente andava, veniva, faceva cose, ma la piccola Nina, col viso sempre all’insù per rubare le verità dei grandi, ogni volta non capiva il senso di quel che vedeva o ascoltava. Non riusciva a ricucire i pezzi di parole che raccoglieva. Le donne soprattutto, nei loro vestiti di corvi neri, avevano comportamenti strani Parevano cospirare ai danni dei bambini e anche degli uomini. Nina le sorprendeva in discorsi sinistri, che avrebbero colpito di lì a poco qualcuno della famiglia. Tradivano nel portamento una violenza caina, che solo la sensibilità innocente di una bimbetta curiosa della vita poteva cogliere, rimanendone impressionata in maniera incancellabile.
Eppure il papà era buono, o almeno così la piccola voleva che fosse. Ed era anche bello e elegante. Lavorava raramente, solo qualche volta lo si vedeva nei campi. Il resto del suo tempo lo trascorreva a caccia. Tanto che Nina era convinta che il lavoro vero del padre fosse la caccia. Egli usciva molto presto e tornava tardi la sera. Spesso non rincasava nemmeno. E poi nella bella stagione ospitava a pranzo i suoi amici di caccia che erano i notabili del paese. Tutta gente aristocratica, che arrivava in comitive, di mogli e figli.
Nina rimaneva sempre molto colpita dai gesti e dal portamento irreprensibili delle signorine Era, Cleo e Ines. Erano dei modelli da imitare. Assolutamente.
Si muovevano con tanta grazia nei loro abiti d’organze leggeri a fiori. Sembravano degli angeli.
E poi c’era Filippo.
Un vero principe, con la sua aria di profondo conoscitore della vita, nonostante la giovanissima età.
Era poco più di un dodicenne.
I genitori con i figli avevano modi gentili. Si rivolgevano loro ogni volta atteggiando il viso ad un sorriso che sembrava confermare l’ordine dell’universo.
Nina non sapeva proprio darsi ragione del perché a lei non fosse concesso quel che gli altri ottenevano senza alcuno sforzo per meritarselo.
Qualunque cosa lei doveva conquistarsela a prezzo di sofferenza e di dolore. Neanche le parole le erano date gratuitamente. Al di là di mamma e papà, ogni altra parola che entrasse nel suo povero vocabolario era il frutto di una ricerca che grondava sudore.
Solo nel tempo Nina comprese quanto lo stato d’incultura in cui versava la sua famiglia le potesse essere d’ostacolo nonostante la sua forte e prorompente volontà di affermarsi nella società.
A volte quella forza nascente dal profondo del suo essere era incontenibile e veniva accompagnata da una rabbia, che spesso si traduceva in comportamenti pericolosi per la sua integrità fisica e la sua stabilità emotiva.
Talvolta era assalita dall’impeto di imporre agli altri la sua persona e allora diventava impavida; il suo bisogno di gridare agli altri la verità del suo esistere le conferiva un aspetto temibile. Nella sua ostinazione esistenziale esprimeva una minacciosa volontà di potenza sugli altri, quasi fossero questi a darle il soffio vitale.
La fragilità della sua anima rimaneva nascosta. Affiorava non appena i sui gesti teatrali, rappresentativi del dramma della sua vita si trasformavano in atti incerti, esitanti. Era allora che il nemico che si portava dentro occupava la scena.
Sua madre aveva ragione quando bisbigliava alle orecchie di chi l’ascoltava il sospetto che sua figlia fosse posseduta dal diavolo. Nina si comportava come se una forza malefica agisse dentro di lei.
Eppure ella si rivolgeva agli altri con uno slancio sincero e appassionato, la sua invadenza non era che una richiesta di aiuto; chiedeva che qualcuno la seguisse nei cunicoli stretti della sua anima e l’aiutasse a scoprire ciò che da sola non riusciva a capire. Provocava gli altri perché raccontassero le loro storie più segrete, non per pettegola curiosità, ma perché sperava che gli altri attraverso i loro racconti le fornissero la chiave di accesso alla sua intimità. Il suo era un allungare la mano a qualcuno affinché questo qualcuno l’accompagnasse lungo i sentieri bui della sua anima, perché temeva di non riuscire a reggere quel che avrebbe potuto scoprire. Per Nina l’altro era il suo inferno e tuttavia lo cercava con tutte le sue forze.
Molto presto sperimentò su di sè le percosse del padre che gliele dava come una razione quotidiana di cibo sano. Quando la pelle le si fece dura per il troppo patire, Nina si convinse che suo padre era da perdonare se si comportava come un bruto con lei, perché la picchiava non per cattiveria ma perché quello era l’unico modo che conosceva per “educarla” .C’erano anche i momenti in cui egli sapeva essere tenero.
Ecco, adesso, nella mente si affaccia un ricordo vividissimo, di quando, tenendomi sulle ginocchia accanto al camino nella cucina, illuminata solo dal fuoco ardente che ci riscaldava dal freddo dell’inverno, mio padre, mi ripeteva una filastrocca, della tradizione contadina, di cui non riesco però a ricordare le parole.
Nina sentiva del padre un odore che una sola volta le sembrò di risentire, molti e molti anni dopo, quando incontrò l’uomo che scatenò in lei la passione più folle della sua vita.
Sapeva di terra, di alberi, e di muschio, ma anche di capra e pecora insieme.
L’olfatto costituì presto, in Nina, la via segreta attraverso la quale arrivare ad alcune intimità degli altri. Ella tirava su il naso, vezzo che le conferiva una alterigia, insopportabile, e annusava. Lo faceva in maniera impercettibile ma infallibile. Sapeva capire distintamente se, quando e quanto si era nettata la persona che le stava di fronte fin dentro le mutande.
Non poteva essere diversamente.
Nina era nata in una commistione di lezzi, olezzi effluvi di fragranze umane e fragranze animali, così forti, tanto da svilupparle l’olfatto quasi che fosse priva degli altri sensi.
Nella sua casa, le porte non avevano funzione propria. Dividevano e non dividevano. La cucina comunicava direttamente con la stalla, attraverso una porta che rimaneva sempre aperta. Con grande godimento delle galline e ancor più dei topi, che, tantissimi, viaggiavano per la casa arrivando in ogni dove, nel grano, nella farina, sul formaggio, lasciato a stagionare, tra il pane. Persino nell’olio o nel vino. Dove rimanevano morti. Della loro presenza ci si accorgeva solo quando si era arrivati al fondo degli otri o delle damigiane. Dopo che tutti in casa avevano consumato olio o bevuto vino.
Quando faceva la macabra scoperta, la madre, naturalmente, nascondeva ogni cosa agli altri. Sola una volta, Nina fu presente al rinvenimento dei cadaveri. Era già una ragazzetta ormai. In quell’occasione vomitò tutto quello che poteva vomitare. Se avesse potuto si sarebbe liberata anche dell’intestino. E ne avrebbe chiesto subito uno nuovo.
Avrebbe cambiato anche sua madre che aveva nascosto più volte la cosa immonda.
Ma quella era una madre bugiarda.
Sì, certo, lo so che cosa state pensando! La madre è da apprezzare perché in fondo teneva nascosto agli altri ciò che era rivoltante a lei stessa.
Ma il punto non è questo e voi lo capite benissimo!
Ai lezzi dei topi morti, delle mucche, delle pecore, delle capre, spesso si aggiungeva il puzzo acre dei cani quando rientravano in casa, dopo essersi bagnati sotto la pioggia.

 

 

 

LO STRUNZ E I MEINONGHIANI – minifavola di Ezio Saia – primo capitolo

 

In ogni paese o città o landa sperduta esiste uno Strunz. Così, se ne volete conoscere uno, come sta facendo il nostro giornalista, entrate nel paese di Quislico appollaiato su Saxa Rubra, sacro luogo da cui partono le onde elettromagnetiche della RAI, Radio Televisione Italiana, entrate in paese per la via principale, passate davanti al maneggio dove cavalcano i divi della rai radio televisione italiana e, se vi trovate davanti alla farmacia, vuol dire che vi siete già perso, proprio come il nostro sconosciuto cercatore di Strunz che nel frattempo si è surgelato davanti alla macelleria di Quislico – Chissà perché si chiama Quislico? –  ma bisognerà proprio che il nostro cercatore, una volta trovato lo Strunz, glielo chieda “Caro signor Strunz, perché questo ridente paese, aggrappato alla collina che sovrasta Saxa Rubra e da cui con un buon binocolo si possono vedere Saxa Rubra e le stelle di Saxa Rubra che entrano, escono. passeggiano, ivi compresa la mamma dello Strunz, che se pur minima, perché il suo programma Mimimum Time è proprio un minimum time tanto che lo volevano chiamare “Dieci minuti con Alessandra Strunz” ma poichè tutti sghignazzavano per quel titolo che finiva con Strunz … ma ecco che il nostro cercatore di Strunz, evidentemente affetto da una logorrea sta per suonare il batacchio. Fermiamoci dunque e redarguiamo questo logorroico cercatore di Strunz ordinandogli: “Se proprio non puoi farne a meno, una volta trovato lo Strunz e fatte le presentazioni, quando lo Strunz dirà “Piacere Strunz!” non dica “Perché , signor Strunz, si chiama Strunz?” o peggio ancora “Perché non cambia nome?” poiché una simile domanda farebbe davvero digrignare i denti allo Strunz che, pur sopportando da una vita impertinenze di questo tipo, non cambierebbe il suo nome neppure se minacciato di morte, (anche se non si capisce chi dovrebbe minacciarlo di morte magari con una frase del tipo “O cambi nome o ti ammazzo!”)

Comunque sia, queste sono tutte bubbole e il nostro cercatore è e rimane un cercatore di Strunz perché lo Strunz non cambierà mai nome (inutile aggiungere “neanche se minacciato di morte”, perché ecc. ecc.) e quindi aggiusti il tiro il nostro cercatore e dopo le presentazioni e i convenevoli (del resto sgraditi a un essere pestifero come lo Strunz ) chieda semplicemente “Buongiorno signor Strunz” senza aggiungere nulla neppure “Che fatica trovarla!” oppure  “Perché questo paese si chiama così” domanda che certo farebbe rispondere al pestifero Strunz “E perché lei si chiama cosà?” “E perché la Pariettibus chiama Pariettibus e perché io mi chiamo Strunz?” insomma lo Strunz è maligno, moschino, irritabile e allora la cosa migliore è che il cercatore di Strunz non chieda un bel niente e con ciò, risolto il problema, torniamo al nostro logorroico cercatore sempre immobile e surgelato davanti alla macelleria del paese (abbarbicato ecc. ecc.). perché attorno a lui si sono raccolti, allegri e bonari, gli sfaccendati di Quislico che guardano incuriositi quell’essere immobile, coperto di ghiaccio, dimenticato da chissà chi.

Si sa che i divi di Saxa Rubra approdano spesso alla macelleria e alla pasticceria del paese accompagnati da portafortuna animaleschi o umani e, così, è probabile che gli sfaccendati, abbiano esternato le loro congetture. Forse uno di loro dice “E’ probabile che le dive si portino dietro i loro portafortuna viventi in pubblico ma è altrettanto probabile che a casa li sbattano nel congelatore. Forse questo ci sarà rimasto troppo!” Questi sono probabilmente i commenti e magari si fa anche qualche nome, ma, una cosa è certa: i nostri Dei di Saxa Rubra sono superstiziosi e tutti, nessuno escluso, si riempiono di Talismani, qualcuno ne ha addirittura tre o quattro, uno per ogni occasione.

Un noto presentatore vip e radical chic viaggia con due femmine: la prima, una vecchia e grinzosa indiana d’America gli fa la danza della pioggia e l’altra, una giovane Russa bella e polposa gli tiene lontano il demonio. Già che c’è, lui se la tromba ogni giorno con notevole successo visto che di demoni attorno alla sua augusta persona se ne vedono pochi. Lo ammette anche la moglie – pure lei vip e radical chic – che quelle trombate sono efficaci e così tutto va bene tanto che pure lei ha il suo bel talismano, russo ovviamente, con cui esegue lo stesso tipo di esorcismi con ugual successo, poiché i diavoli vengono respinti e a goderseli sono il giardiniere cosacco, la cuoca filippina, il cameriere polacco, il maggiordomo gallese che, poveretti loro, subiscono feroci assalti da questi diavoli neri, cornuti, lascivi, chiassosi, assatanati (Esiste un diavolo non assatanato?) per cui ecco che la servitù polacca, filippina russa ecc. ecc. trattata dal divo in modo del tutto progressista, si rivolge al divo (progressista, bello, colto, generoso, ecc. ecc. come tutti i progressisti) chiedendo che, per favore, pure a loro venga concesso un talismano ecc. ecc. Ma è anche possibile, si opina fra gli sfaccendati, che l’essere umano lì immobile e surgelato sia stato abbandonato perché ormai privo di capacità taumaturgiche e, in effetti, questa è la conclusione a cui il gruppo di sfaccendati perviene, visto che nessuno divo o diva di Saxa Rubra si ripresenta all’ingresso del paese (abbarbicato ecc. ecc. da cui con un binocolo ecc. ecc. ), visto che il sindaco – guarda caso – è sempre assente quando qualche divo deve sbolognare al paese (abbarbicato ecc. ecc.) un talismano esaurito – il problema se lo dovranno sciroppare loro. Col rischio che la voce si diffonda e tutti i divi di Saxa Rubra decidano di svuotare i congelatori e nottetempo scaricare lì all’imbocco del paese (abbarbicato ecc.) davanti alla macelleria tutti gli amuleti avariati.

Ma qui, mio rendo conto, si sta esagerando! Il vero logorroico è il narratore! Vuole costui decidersi a raccontare questa benedetta storia di Strunzi? Che si dia una sferzata e racconti! E santo cielo non lo ammette lo stesso narratore che, risvegliatosi, ben conoscendo la sua inguaribile tendenza a divagare, esclama: “Per l’amor del cielo, chiedo umilmente scusa”. Parole vane perché mica si può abbandonare sulla piazza del paese di Quislico un povero cercatore di Strunzi, surgelato e circondato da un gruppo di sfaccendati (ai quali, per dirla tutta, non dispiacerebbe affatto la prospettiva di stare per sempre lì, tranquilli e pacifici, lontani dal logorio della vita moderna, a chiacchierare) ma ecco che finalmente il cercatore di Strunzi (Ma non era un cercatore di Strunz?) si scioglie, si scongela, scuote la capigliatura a mo’ di cane bagnato, disseminando ruscelli di acqua gelata e frammenti di ghiaccio fra gli sfaccendati, che protestano irritati ma ridono di fronte a quel cercatore di Strunzi (loro, però, non sanno ancora che è un cercatore di Strunzi), che, come un pulcino bagnato, si guarda intorno con faccia perplessa come si chiedesse “Dove sono? Che mi è capitato?” poi di colpo ricorda che non è solo un generico cercatore di Strunzi ma un giornalista free lance che ha deciso di intervistare la signora Strunz, celebrità del paese, velona tivù ecc. ecc. con la quale ha addirittura accordi telefonici del giorno precedente, nel cui durante ha rassicurato la stessa Strunz sulla sua assoluta volontà celebrativa.

Ed ecco che ora, ritornato giornalista free lance dopo l’interludio come generico cercatore di Strunzi, il nostro è contentissimo di questa identità, piovuta dal cielo anzi dal narratore. Un narratore che, però, impegnato com’è a dare un passato al sopraddetto (Il narratore decide in un baleno che è nato a Genova, che ha fatto il liceo, che i genitori erano severi, che ha avuto pochi e scadenti amori di gioventù (uno con donna sposata e pigra, (chissà perché il narratore la vuole pigra)), ma, dimentica, lo sciagurato, di decidere se è sposato o no, se è cornuto o no ecc. ( conoscenze assolutamente indispensabili nella romanzistica odierna).

Ma ecco che il Free lance, ormai scongelato se n’è uscito proprio con la domanda su cui era stato severamente diffidato “Piacere signori Strunzi perché vi chiamate così?” facendo naturalmente incollerire gli sfaccendati colà raccolti, ai quali, pur essendo pigri, neghittosi e pacifisti, non piace per nulla di essere chiamati Strunzi come quegli Strunz velenosi residente nel loro ridente paese (abbarbicato ecc.).

Capisce il narratore quanti danni possono portare imprevidenze e leggerezze come quella di passare dal singolare Strunz al plurale Strunzi? Capisce ed è pronto a rimediare instillando nella testa negli sfaccendati che il poveretto appena scongelato non è ovviamente da flagellare ma bensì da compatire e da aiutare vista anche l’età veneranda? E, infatti, accade proprio così col buon cercatore di Strunzi (che apprende però con dolore di essere vecchio, venerando, rimbambito e ancora free lance mentre giustizia vorrebbe che lui, in virtù delle sue qualità e delle sue opere (tra le quali l’intervista alla famiglia Strunz con la quale intende smascherare il Marito di cui è venuto a conoscere il velenoso caratteraccio e l’attitudine neppure troppo nascosta di considerare l’intera Saxa Rubra una società in accomandita di criminali, un poppatoio solenne, una mammellona di stato dove i giornalisti (tutti progressisti) trovano pane formaggio aragoste, tartufi nonchè succulenti stipendi, viaggio sontuosi, hotel da mille una notte e straccetti Versace, Starace, Storace, Giussani)))

 

Rossini racconto di ERMETE Savonera

ROSSINI

-Chi sei ?- avevo chiesto, ma lui, quella prima volta, non aveva risposto. Chissà se aveva capito; eppure gli strumenti dicevano che era emerso dalle nebbie e ci sentiva.
Avevo digitato la domanda e lui aveva risposto qualcosa, anche se quel qualcosa si era disintegrato sullo schermo prima di prendere forma.
“Chi sei?” la domanda di Bob arriva amplificata dal circuito, ma come se fosse l’esile forma di un’immagine riflessa. Non s’affaccia nulla, neppure un volto sfumato; tace il sistema sonoro, anche le emozioni, se pur ci sono, paiono appena i pallidi riflessi della nostra attesa: una tenue compassione per una solitudine, una commozione, smorzata dall’abitudine, per un cuore rintanato nella suo rifugio che teme la nostra voce; un richiamo mascherato da Bob come un’offerta d’aiuto. La via è chiusa. Bob è stanco. Io, il coagulo, vorrei insistere, ma poi cedo e interrompo il contatto: ”Andiamo” dico a Anna Maria “Andiamo all’Ulisse a farci una birra” e esco con lei nel pomeriggio appena iniziato.
Il tempo è grigio e umido, ma che importa se lì dentro non si combinava nulla? Lei annuisce rabbrividendo per l’umidità e l’Ulisse, caldo, illuminato, è la nostra salvezza.
Ritorniamo, riprendiamo a interrogarlo e lui, dopo due ore, risponde.

“La mia stanza e’ disadorna e spoglia, ma, il salone di sotto contiene un pianoforte eccelso. Lo circondano cinquanta piccole sedie tappezzate di velluto rosso. Qui, ogni sette giorni, tengo i miei concerti per un pubblico attento e sincero, che mi adora. Ogni volta incontenibili applausi coprono le ultime note.
M’accompagna un violinista cieco, che afferma d’avermi conosciuto e di aver suonato con me. In realtà le sue capacità sono modeste, la sua fantasia scarsa, il suo volto rugoso. Spesso l’ansia che mostra di compiacermi mi mette a disagio. Per questo, anche se non ricordo, fingo di averlo riconosciuto e ogni volta salto sul palco per festeggiarlo, abbracciarlo e, affettuosamente, baciarlo..“Glielo avevamo detto che lo avremmo tirato fuori.” Dico quando lui tace.-Fuori?- risponde – Fuori dall’albergo? Nella confusione del mondo?- E la resistenza la sentimmo tutti. Quasi tutti volevano uscire e si attaccavano come ragni a quel filo che buttavamo. Eravamo noi a doverli calmare, anche se spesso non ci sentivano e salivano con furia finché il filo non si rompeva per sempre. Ma qualche eccezione c’era e lui era una di queste.

“Vivere è faticoso” Dice Bob “Si continua a vivere, giorno dopo giorno, e forse non si capisce neppure quanto sia faticoso. Lo sa il nostro sangue e per questo talvolta dice di no” … Questo sembra terrorizzato; vuol essere lasciato laggiù Bisogna rassicurarlo che parleremo soltanto” Ma intanto aveva parlato e non avrebbe più smesso.

Del resto, dopo una vita di incessanti prove e passioni, solo la semplicità mi s’addice. Ho toccato il cielo e regnato, ma spesso ha regnato Lei, la cupa disperazione che mi spinse a sospirare la morte; ora, in questo albergo, in cui mi sono rifugiato, sono felice Al di delle mura che circondano il parco ho abbandonando l’ansia e l’usura del tempo.
Non mi si addice la lotta; spesso persi con un sorriso e con lo stesso accettai il trionfo. Ricordo le folle che mi applaudono, ricordo il severo Guglielmo. Da trent’anni non odo la sua voce cantare come solo lui sapeva. Cantava la patria, la famiglia e l’amore: il “suo amore”! Quello sereno e profondo che non si smarrisce nei dubbi. Un amore coniugale, semplice forte e felice che mai parteciperà ai sacri misteri della divinità. Adorino quei panteisti romantici che mi spodestarono l’amore dei Titani e degli Dei! Coltivino il vertiginoso dubbio e la mistica unione con l’universo e con Dio! A me riservo gioie più semplici e profonde.  Ho un solo grande rimpianto: il mio Guglielmo non canta; questa è la  pena. Che nascondo nel cuore.
Talvolta, in sogno, lo ricevo da solo, talvolta  col figlio Jemmy e la moglie Edvige. Ultimamente vengono anche gli altri. Prima Arnold e Matilde, poi, in silenzi entra Gessler. In realtà vengono tutti ma per quel loro grande pudore si fermano ai bordi del parco e, solo quando li chiamo, salgono fino a me.
 Io li vorrei sempre, ma come posso nella mia piccola stanza? Così converso con loro e mi scuso.
- Tu qui in questa seggiola di pino, forte come la tua terra! -dico a Guglielmo
- Tu qui vicino a tuo padre! – Dico a Jemmy
-.E tu qui – dico a Gessler
Mi affanno, ma loro mi rassicurano e sorridono delle mie ansie; poi cantano per me. Succede ormai ogni notte.
Io li godo, li applaudo, li invito a sedere, a riposare, a parlare con me, ma solo Guglielmo, parla e mi conforta.
Talvolta scherzano e, nel bel mezzo di un’aria, sbagliano una nota. I loro volti tradiscono l’ingenuità dello scherzo, ma mi sorvegliano e, quando salgo sul palco e fingo di adirarmi, mi burlano e scoppiano a ridere. Una notte finsi di non aver notato. Essi dapprima non si scomposero, ma presto fu come se il mondo annaspando cedesse; s’accavallarono le note, si perse il sincronismo e, infine, quel potente motore s’imballò e si spense.
Rimasero lì imbambolati a fissarmi; le rughe sul volto di Guglielmo s’ingigantirono, mi parve (lo scorsi con la coda dell’occhio) che l’esile Matilde si piegasse come un giunco avvizzito; Arnoldo, chino e piangente, mostrava una precoce calvizie.
Scoppiai a ridere e vidi i loro volti illuminarsi; le rughe si distesero, i volti ringiovanirono, la luce tornò. Non dico altro: fu un’esplosione di gioia e di felicità e, quando ci lasciammo al mattino, commosso fino alle lacrime, compresi quanto mi amavano e quanto li amavo.

Del resto non eravamo in grado e neppure ci interessava di riportarlo. La nostra era un’attività illegale, su cui le autorità chiudevano gli occhi. In definitiva stimolavamo solo ricordi e riattivavamo canali per registrarli: abusivi e pirati dunque ma nulla di più.
Non era quindi il loro corpo che ci interessava, ma il loro cuore: penetrare lungo le radici giù in profondità, appena prima della bestia collettiva; tirare fuori le memorie sepolte, cercando programmi ormai disattivati e, forse, corrotti dalle devastazioni della vecchiaia e del tempo; riaccendere nervi atrofizzati, scendere verso l’elica, e attraverso quelle caverne, costruire una strada da dove le emozioni potessero riaccendersi, emergere e imprimersi nei nastri. Emozioni che non esistono più se non depositate in quelle cellule; in quei microcosmi che sono universi. Piantare gli aghi in quelle carni dormienti e risuscitare con le loro vibrazioni le corde degli antichi violini: io ero il coagulo.
Io ero il coagulo, Bob era la punta.

La punta ha il compito di penetrare sempre più giù verso nell’inferno: è l’avanguardia, è il chirurgo che taglia e apre la strada. Il coagulo è quello che riunisce, sta all’erta e interviene. Punte e coaguli si nasce.
I bioestensori corrono lungo il corpo vecchio e decrepito. Bitorzoli, cancri guariti, pelle diafana e nodosa come i vecchi alberi malati del parco. Così entra la mia presenza; come un leggero tepore. Gli altri la sentono, conoscono la mia stabilità e procedono perchè quel tepore dice che sto vigilando. Sanno che, se all’improvviso l’incendio scoppia, io divento una barriera di ghiaccio dietro alla quale la punta può sganciarsi e scappare. Non tocca a me tirarlo fuori, ma debbo resistere e permettere che altri lo afferrino: tutti i coaguli sono così. Una malattia, è stato detto; un’anomalia che simula un gioco d’amore.
Del resto sono così anche fuori nel cerchio e nella vita. Tutti sentono i miei feromoni; le mie parole e la mia sollecitudine: segnali d’amicizia che vengono avvertiti come un legame e attirano i membri del gruppo. Ma se qualcuno s’avvicina troppo e attacca la mia riservatezza, allora dentro succede qualcosa e mi chiudo. Emetto anticorpi: forse sono come un sistema di molle che attira e respinge, come una promessa eternamente proposta, mai rinnegata e mai mantenuta; una strana lontana solitudine; il Poker del gruppo, ma anche il poker è battuto dalla scala reale, il vecchio ha ripreso a parlare.

La mia stanza contiene un armadio, una sedia e un piccolo specchio. La finestra s’affaccia sul parco. Un muro di pietra delimita il parco e nasconde il mondo di fuori. Non è un mistero: la cinta è incantata. Anticamente un dio benigno la rivestì di una colla repellente e tenace. Inutilmente, da fuori, l’ansia e l’invidia ci assediano; l’Albergo è unico: le respinge e ci protegge come il grembo di una madre.
Talvolta m’affaccio alla finestra e guardo le lontane alpi della Svizzera. Come se m’avessero atteso da sempre, loro fanno udire i canti guerrieri di Unterwald, di Schitz, di Uri e, più alto di tutti, quello di Tell. Un giorno accadde l’incredibile: scesero dai loro monti cantando e vennero da me; neppure la cinta incantata li fermò; la scalarono e mi raggiunsero nella sala dei concerti.
Io ero eccitato e sconvolto, perchè temevo le reazioni del personale che, nonostante le apparenze, è rozzo e odia le intrusioni.
Per questo sono corso verso di loro per avvertirli e fermarli. Ma avrei potuto io, esile diga, oppormi a quei poderosi guerrieri? Così loro mi presero, mi issarono sulle spalle e mi portarono in trionfo fino alla sala. Li giunti, mi deposero a terra e, schierati sul palco, cantarono il GIURAMENTO.

Quell’evento memorabile, richiamò su di me l’attenzione degli altri ospiti che mi fermarono e m’interrogarono. La mia reazione fu problematica e non nascosi le mie perplessità. Come ho già detto, ho seppellito nella memoria sia le forti passioni che la mia celebrità e ho raggiunto una pace agognata da decenni. A che raccontare? A che risvegliare antichi fantasmi? Quante volte dovrò ripeterlo che mi si addicono solo la serena meditazione e la pudica intimità con me stesso!
Così ho risposto con mezze parole, ho smorzato, ho mostrato gli splendenti gerani del parco e le mele dell’orto. Loro, gli ospiti, dimenticano presto, ma non dimentica certo il personale che, da quel giorno mi guarda con sospetto e mi sorveglia.
Anche se non ho pronunciato il mio nome, so che m’avete riconosciuto: sono Gioachino Rossini. In Italia fu re del teatro: come Lully, come il grande Piccinni, venni a Parigi, vinsi col Tell e tacqui per sempre. La vera storia di quel lungo silenzio è innarrata; altri congetturarono, altri insinuarono, offendendomi con l’insinuazione astuta e l’inutile congettura. Ma non è forse un abuso l’indagine di ogni uomo sul cuore di ogni altro uomo? Il destino volle che anch’io anticamente ne fossi l’oggetto e serenamente confesso che ne fui lusingato e l’incoraggiai. Ma a che ricordare?
In seguito conobbi Verdi, Wagner, Mascagni, diressi TRISTANO e FALSTAF. Diressi CAVALLERIA. Di quell’opera ricordo, con fastidio, la passione e la nudità del vizio. Eppure CAVALLERIA canta nel mondo ogni giorno mentre il mio Guglielmo, dimenticato, tace. Ci fu un tempo in cui ne soffrii e ancor oggi non me ne do ragione. Ma che importa se siamo felici e lui canta per me? 

È arrivato Sam con notizie su Rossini. Noi eravamo all’ULISSE e lui è arrivato con Alexandra, presentandola con orgoglio come colei che avrebbe risolto il nostro problema. Lei non sembrava altrettanto entusiasta. In ogni caso è un’esperta di musica antica e sono io a informarla del nostro problema. “Non ci capiamo nulla” le dico. Chi è Rossini? E’ davvero Rossini? E cosa ascolta quando non parla e trasmette sensazioni così eccitate?” Ora è lei a non capire me, anche se tutti si affannano a spiegarle. “Cosa pretendi. Non sa nulla del nostro lavoro e tu parli come se avesse sempre lavorato con noi” Così chiedo il silenzio e ricomincio da capo mentre lei ascolta con un attenzione. E’ bella e giovane; un sorriso appena piegato le modula il volto. Quando sorride, gli occhi lampeggiano.
“…Così dobbiamo avere le musiche e fonderle con le emozioni.” Ma con questo non si capisce nulla. Dice di essere Rossini ma dai dati risulta che, due secoli fa, era uno sconosciuto direttore d’orchestra” ,“Così”Aggiunge Annamaria “bisogna far suonare le musiche, registrare le emozioni e collegarle” Lei si ritira in un angolo a leggere le trascrizioni mentre noi chiacchieriamo poi decidiamo di entrare. Lei interrompe e ci osserva. Forse ci disprezza ma mi sembra che non abbia deciso.

Talvolta qualcuno, in guardiola, chiede di Rossini.
Sono venuti Toscanini, Puccini e Luciano Berio. Mi adulano, mi parlano di Figaro, di Bellini, del divino Mozart e del Tell (del “divino Tell” dicono loro ). Io gioco con loro, ma non parlo del Tell: sono loro a parlarne e a scusarsi: tutti si scusano e parlano della difficoltà delle parti, del tenore, del “Cast”.
Io dico:
- Il Tell è vecchio; fu un grande pasticcio.
Loro protestano:
- Il Tell è grande-, – Il Tell è eterno
Insistono e citano brani. Poi citano Mozart, citano Verdi e tacciono imbarazzati dal mio sorridente silenzio.
Loro sono a disagio, non io! Non mi sbilancio e li congedo con gentilezza.
Eppure talvolta quelle parole lasciano il segno. Quasi mi lascio afferrare dai ricordi e mi confondo. Talvolta mi specchio, talvolta furtivo corro in cucina e rubo una mela, talvolta mi alzo e nel silenzio notturno corro al pianoforte e suono. Ma difficilmente mi lasciano in pace. Come ho già detto il personale è rozzo e mi minaccia per cui, quando succede, me ne vado sdegnato e mi chiudo nella mia stanza.
Così passano gli anni.
Alexandra ha capito tutto e ha portato le musiche e gli spartiti del Tell; gli spartiti sono scritti in una vecchia notazione che solo lei sa leggere e forse sono inutilizzabili, ma ci sono anche i compact che girano sul nostro personal. Li codifichiamo.

TELL, TELL, TELL

ha cantato tre volte di seguito e, anche se l’ha fatto saltando pezzi e in disordine, Alexandra ha ricostruito tutto con maestria e ora abbiamo la registrazione completa dei sentimenti e della musica. La musica di per sè oggi non emoziona nessuno ma il nastro sì! E i sentimenti trasmessi dal vecchio sono forti. Truco e Giona che hanno ricostruito tutto con Alexandra sono allegri e dicono che faremo un sacco di soldi. Intanto il vecchio continua coi suoi ricordi, parla e fa risuonare le opere. Quando tace, uno di noi rimane in ascolto e gli altri si allontanano, ma mai oltre l’Ulisse. Si bevono molte birre, Marianne s’è messa con Truco e stanno molto insieme, io e Alexandra ci guardiamo, parliamo dei compositori di quei tempi, beviamo qualche birra, andiamo all’Ulisse a sederci appollaiati al bancone. E’ una Pub vecchio tipo più che un bar e arriva un sacco di gente.

Cenerentola,
Otello,
Barbiere

Alexandra ha dovuto faticare parecchio per individuare i nastri e gli spartiti. E’ andata avanti e indietro dalla biblioteca, ma ha risolto tutto anche perché ora il vecchio parla, collabora, ci ringrazia.

All’inizio non ci credevo” dice “ma non poteva essere un errore. Per anni avevo cantato solo Guglielmo, ma ora sono qui e mi coccolano.
E io?
Io ancora non credevo. Confusamente capivo che la pace e il tempo avevano sanato l’antica ferita del TELL. Confusamente capivo che loro avevano compreso il mio dramma e silenziosamente m’avevano amato, ma, ora che la ferita era sanata,.arrivavano tutti ed esigevano che li amassi. E come avrei potuto non farlo?
Assurdamente progettai un calendario, assurdamente volevo che nessuno fosse dimenticato e soffrisse.. Stupide follie di un vecchio, incapace di sentire l’enorme grandezza del loro amore! Essi si burlavano dei miei calendari e si presentavano ogni notte inattesi.
Così, imprevedibilmente, si succedono:
“Barbiere”
“Cenerentola”
“Otello”
Tancredi”: quel giorno m’addormentai sotto un platano del parco e rappresentarono il Tancredi, la notte fu la volta del Mosè
” L’italiana ”
“La donna del lago “. (Leopardi e Stendhal sedevano accanto a me e non finivano di lodarmi e  applaudire.)
” RIGOLETTO” ! Incredibile! Si sono camuffati e hanno cantato Rigoletto. Quanto era ridicolo Guglielmo travestito da Duca! Il loro amore s’è fatto più intenso e mi offrono tutta la musica.
” Semiramide .”
” La gazza ladra “,
” La Vestale”:
BERLIOZ !:”I Troiani “. Risi fra me quella notte e risi con Berlioz mentre lui esaltava il Tell.
TOSCANINI:- Le addebitammo La colpa di non essere Mozart, di non essere Verdi. Stupidamente non accettammo che lei non poteva che essere Rossini. E che Rossini!”.-
Ho perdonato!

Lavoriamo tutti come matti perché il vecchio risponde. Poi confrontiamo la musica con le emozioni per fonderle e, come sempre, troviamo buchi. Chissà cosa pensa il vecchio quando si distrae. Per tappare i buchi facciamo passare più volte le opere ma le emozioni più forti sono col Tell. Alexandra mi informa sulla vita di Rossini “Crede davvero di essere Rossini” Mi dice “Ma il Tell era così bello?” Chiedo “No,” risponde lei “però per lui… E non è questo che importa? La musica può essere pessima ma quel che conta sono le emozioni di chi l’ascolta. Non è così? ”.” Alexandra è ormai integrata e si appassiona come noi.

Ormai la notte si confonde col giorno. Le orchestre, i cantanti premono contro il mondo dell’albergo e questo lentamente cede. Mi scontro continuamente col personale per banalità che mi umiliano ( L’ora dei pasti, il cibo,  le visite) Ma per fortuna non ne risento, anche perchè questi incidenti sono minimi e non turbano la mia intensa vita d’artista.
“Otello ” ( quello di Verdi. ),
” Otello ” ( Il mio )
Non faccio confronti. Del resto, come sospettavo da tempo, il mondo dell’Albergo ha ceduto. Ho rinunciato ai pasti e appena ricordo i miei concerti del sabato, i fiori del parco, le albe e i tramonti.
Non rimpiango nulla, il teatro totale mi ricompensa e mi esaurisce. Ora sogno in eterno. Talvolta mi sveglio, ma subito torno a sognare: appena m’accorgo che due bianchi fantasmi mi fissano. Hanno costruito un bizzarro castello con una bottiglia rovesciata che gocciola in un tubo e s’infila nel mio braccio. Facciano cosa vogliono! Nulla ormai mi può turbare. Io torno al mio teatro.
” Requiem.” ( quello di Verdi per Alessandro Manzoni!).

 Il Requiem lo ha sconvolto. Ce ne siamo accorti tutti perchè il suo cuore ha cominciato a correre.. Eccitato! Troppo eccitato! Fissiamo paralizzati gli strumenti e temiamo per lui. “In partenza il Requiem doveva essere per lui” C’informa Alexandra “Doveva essere un’opera corale dei compositori italiani. Poi…”, “Lui chi? Rossini o il vecchio?” Chiede Anna Maria, “Rossini” ride Alexandra. Alexandra ha dovuto lavorare più di tutti, ma siamo tutti esausti perché il vecchio pare inesauribile “Era un direttore d’orchestra” Ha ripetuto più volte Alexandra “Giravano per i teatri e dirigevano le orchestre. Questo sembra rivivere tutte le musiche che ha diretto”, “E’ una miniera” Ha commentato Tina che ha visto il lavoro finito. Io e Alexandra continuiamo a passare molte ore all’Ulisse.
“Questo ci muore” dice Tina sottovoce a me, che finalmente mi scuoto e tiro fuori la siringa. “Gli facciamo una dose e subito dopo un’altra”. Bob è assente. Gli altri guardano con ansia il dormiente. La Regina guarda Alexandra, Tom guarda dalla finestra il pomeriggio che sta declinando. Le luci della città si accendono e con le luci inizia l’invasione.
- Si riprende? – Chiede Tina.
Le linee sono sempre irregolari, ma meno di prima e ora anche Bob guarda fuori, mentre la Regina gli dice qualcosa e guardano Alexandra. Lei è a disagio e si agita fra le luci della città e il video dell’encefalo. Poi quando il cuore del maestro si calma, si calmano tutti e andiamo all’Ulisse. Li ci sediamo intorno a un tavolo, apatici per la stanchezza, a parlare della città, delle donne mentre il cielo diventa scuro.
Ma era nell’aria! Il maestro aveva rischiato di rimanerci per quel Requiem e il Requiem lo aveva voluto Alexandra, nonostante la regina avesse detto che no, che era pericoloso come una vespa. Regina e Alexandra. Tutte due nel gruppo da poco. La Regina, una vera esperta, un coagulo che veniva da un’altro gruppo e Alexandra, sensuale e infelice: umana, troppo umana! Alexandra cercava un uomo, mentre la Regina era un coagulo: ma per avere un uomo bisogna toccarlo e essere toccati con le mani e col cuore. Mani aliene sul proprio corpo. Impossibile per un coagulo: forse per questo non poteva che detestare Alexandra per quel suo corpo aperto al mondo che lei non poteva avere.
Così Alexandra se ne andò sbattendo la porta.
Così ci lasciammo e il mio infelice silenzio fu una carognata verso Alexandra.

Ho composto la mia ” Piccola Messa Solenne”. Da troppo tempo me la chiedevano; ho voluto farli felici. È una piccola cosa, appena uno scherzo, eppure mi hanno coperto di baci e mi hanno premiato.
” Boris “. Un grande capolavoro. Vorrei averlo composto io .
Mi sono accorto che i cantanti sono tristi. Lo noto da qualche tempo: una strana trascuratezza sul palcoscenico, un’ indolenza nei giochi di luce, costumi raffazzonati, trucco approssimativo. È necessario che ne parli, ma non ne ho il coraggio.
” Guglielmo Tell.”
È tornato il Tell questa notte, ma hanno cantato male. Troppa tristezza! Il Tell è solare. Ho dovuto lamentarmi; l’ho fatto con molto tatto, ma ho dovuto farlo non tanto per me, quanto per loro.
Si sono scusati, m’hanno dato ragione, m’hanno coperto di attenzioni e ho capito che vogliono parlare. E infatti parlano, ricordano, mi sorridono e mi guardano ma non ne sono sorpreso perché da qualche sera la loro sorveglianza, dapprima leggera e furtiva, s’è fatta ansiosa e tenace.

“Messa dei morti ” ( È il mio Requiem. Anche se l’ho chiamato Piccola messa solenne. Se n’è accorto qualcuno? )
” Don Giovanni “,
” Ory “.

Tutto è tornato perfetto ; da tre notti sono allegri e cantano, ma la sorveglianza non è cambiata: devo ammettere che m’infastidisce e mi mette a disagio. Colgo l’ansia nei loro sguardi e nei loro ritmi; persino, nelle voci .

” Requiem ” ( di Cherubini ).

L’ho ascoltato con attenzione e con stupore. Cherubini non mi amava. Neppure Berlioz mi amava ma esaltò il mio Tell e lo difese: grande artista e cuore generoso. Ma perchè Cherubini? Eppure quella musica mi ha preso: sommessa, austera, enigmatica, scritta dopo Rossini, dopo Bellini, in pieno romanticismo. Un grande sentimento; e quanto pudore! Poi ho capito. Ho cercato uno specchio, ma non l’ho trovato. Mi sono svegliato e sono sceso nel parco.

La grande notte copre l’universo, la luna piena osserva e illumina l’Albergo. Da tempo non uscivo all’aperto: mille sensazioni, mille ricordi mi assalgono e mi confondono. Una struggente nostalgia mi ha stregato. L’aria s’è fatta pungente e penetra nelle ossa: ricordo un martirio di sei anni dopo i sei mesi del Tell.
Nevica. Torno verso l’albergo e mentre mi avvicino odo nella mia camera il canto di Arnoldo. La porta si è chiusa e giro attorno al padiglione per raggiungere il salone. Dai vetri vedo un uomo chino sul piano; una luce soffusa illumina i capelli d’argento. Ascolto in silenzio :
” La Patetica ”
Chi sarà quell’uomo? Un ospite? Uno di fuori?
Non posso vederlo perchè mi volge le spalle, Vorrei entrare e presentarmi ma anche questa porta è chiusa!
Picchietto contro i vetri ma invano; lui non si volta forse perché è troppo preso, forse perchè il suono del pianoforte copre i miei timidi colpi. Ora batto più forte e chiedo aiuto. Ho freddo ! Un enorme freddo. Il pianista si gira

È BEETHOVEN !.

Ora che l’ho riconosciuto voglio entrare, parlargli e baciargli le mani! Agito le braccia nel buio e picchio contro la vetrata, ma è tutto inutile: ora mi sono ricordato che è sordo e così gelato, rassegnato, mi sono accucciato contro la porta.

” Chiaro di luna “.

Il pianoforte canta e mi consola . Dimentico il gelo che mi morde le ossa e mi rassereno. Raggomitolato a terra e cullato dalla melodia, sono felice. Mi accorgo solo ora che i miei figli sono scesi, hanno parlato al pianista e mi hanno indicato. Tutti mi guardano con amore, Matilde piange
Diventa buio.
Stanno scomparendo…

Il maestro era morto. Sullo schermo diagnostico tutte le funzioni vitali erano linee piatte. Non che avessimo qualche responsabilità e neppure avremmo avuto problemi, ma quell’evento ci aveva gelato. Poi pensai che il maestro era morto da tempo, non solo da quando avevamo potuto portarcelo via con una firma, ma da quando era approdato alla Casa; un relitto fra altri relitti, un fastidio, un respirante, appena un vegetale.
Perciò non fu un dramma. Non la sua morte e neppure la fine del progetto.
Ora bisognava telefonare alla Casa e riferire che il vecchio era morto; loro ne avrebbero preso atto e lo avrebbero ritirato come si fa con un pacco; e col pacco avrebbero riscosso l’obolo. Era comunque una di quelle azioni spiacevoli che toccavano a me e non tentai di scaricarla. Chiamai la Casa e feci il mio dovere, poi uscii a camminare.
Neppure mi sentivo colpevole: avevamo raggiunto qualcosa laggiù nella profondità delle sue memorie, quel qualcosa s’era acceso come una fiamma e aveva cantato, anche se di quel canto appena un eco, appena un bagliore era arrivato fino a noi attraverso gli intricati canali dei nervi.
Come si riuscisse a ottenere qualcosa attraverso quei canali ormai fossilizzati era un mistero; eppure qualcosa laggiù risorgeva e risaliva fino al mondo aprendosi una via attraverso intere generazioni di cellule morte. L’emozione per il vecchio c’era stata e come c’era stata! Laggiù s’era scatenato un terremoto e quel terremoto l’aveva ucciso.
O forse sarebbe morto lo stesso; oggi o domani o fra un mese.
Per questo la Casa riscuoteva l’obolo, perchè comunque qualcosa si registrava, anche se non si poteva sapere cosa. Quanto al maestro era difficile fare previsioni. Le bobine c’erano e domani avremmo continuato il lavoro di sincronismo. Solo allora, quel qualcosa sarebbe saltato fuori, e, se anche era poco, ne avremmo comunque fatto un pacchetto che avremmo rifilato a qualcuno. Ma sicuramente non era poco: il mondo cerca brividi, orrori, sentimenti, paradisi e li avrebbe avuti. Il paradiso e l’inferno.
Probabilmente sarebbe tornata Alexandra per aiutarci. Era stata lei portarci quei vecchi compact ed era stata una vera fortuna che Tom avesse una sorella che lavorava alla città della cultura, dove sotto quintali di carta, di vecchi documenti e di vecchi video, aveva rintracciato le registrazioni di quelle musiche dimenticate. Ci aspettavamo una timida topa di archivio, schizzinosa ed era entrata una giovane topa d’archivio non schizzinosa con cui si stava bene. Quel lavoro alla Città non le piaceva e lei era troppo giovane per seppellirsi così. Speravo proprio che Alexandra tornasse ed ero anche certo che se fosse tornata sarebbe rimasta. Ma non era a Alexandra che pensavo.
Pensavo invece a lei e a lui, a Tina e a Bob.
Pensavo a lui che talvolta, quando non lo guardo o mi ha di lato o di dietro e mi volto, lo sorprendo a fissarmi. È un fissare assorto che non odia nè invidia ma pare andare oltre e nello stesso tempo convergere sulla mia testa quasi avesse, quello sguardo, bisogno di un punto focale per non perdersi. Eppure sta guardando me e mi sembra, ma forse è solo una mia ossessione, che un sorriso canzonatorio sia appena accennato sulle sue labbra. Un lampo negli occhi che appena s’accende nell’accorgersi che l’ho sorpreso o che, al contrario, rivela l’inerzia delle sue reazioni.
Reagire è vivere nel mondo e lui non vive da tempo.
Lo sappiamo tutti e lo sa anche lei; lei e il suo interminabile, tenace, interminabile amore per lui. Lei che mi inquieta mentre la penso. Allora mi scuoto e mi guardo attorno, dove tutti e tutto, come sempre, appare come un caleidoscopio di colori e di luci. Gente che cammina e vola leggera. Sembrano angeli felici e luminosi che portano nei volti occhi piantati come cristalli in un anello di gelido oro.
Lui che ora, mentre passeggio, sarà già a casa nel suo cubicolo, disteso sul letto e coperto dai cavi che, come zecche, s’avvinghiano alle sue terminazioni nervose. Ormai l’avrà già acceso e quei cavi avranno iniziato a far scorrere lungo quel corpo magro i paradisi virtuali del programma che lui stesso s’è costruito, che continuamente ritocca e al quale Rossini nulla potrà aggiungere, poichè già ora è perfetto. Forse solo se immerso in quell’aurora d’incendio il suo sesso riesce a rivivere.
Non era uno stupido e non aveva cercato un’armonia; sapeva che la gioia nasce dal dolore, la pace dalla paura, la serenità dall’ansia. Così era il suo programma e, anche se nessuno l’aveva provato, lui stesso lo aveva ammesso, borbottando che il paradiso esige l’inferno.
Lei non parlava di loro due, ma certamente da tempo non poteva esserci nulla di sessuale. Toccare, vedere il corpo di lei deve apparirgli, a paragone delle ebbrezze dei suoi programmi, come la pallida emozione offerta da una tazza di caffè paragonata ai sogni dell’acido lisergico. Un po’ come il vecchio gioco del samurai su un personal dos: tutto il nostro mondo non poteva che essere di un pallido colore grigio appena animato da ombre più scure. Un mondo di morte noiosa da cui fuggiva appena poteva verso i vividi colori del suo programma.
E tuttavia non era tranquillo e doveva sempre tornare alle nostre latitudini grigie; anche se ciò avveniva solo per cercare nuove emozioni da codificare e immettere. Così era stato per Rossini e del resto era un tossico.
Tutto questo non è stato lei a dirmelo, ma il suo corpo; quando è avvinghiato al mio, sento il suo viso affondare nella mia spalla quasi volesse fondersi e scomparire. E vedo la disperazione dei suoi occhi chiusi.
Non è con me in quei momenti. Forse sogna con tenacia che il mio corpo sia quello di lui; ma, anche se lo spirito s’illude in quel sogno, il corpo non si fa ingannare e ogni volta lei deve vivere con dolore quella sua schizofrenia.
Ma ancora più doloroso per me che vivo il mio amore per lei con la disillusione di un occhio clinico e rassegnato; come il lato più piccolo di un triangolo scaleno.

 

Presentazione di Segreti di Donna – Romanzo di INA TORVALDA

 

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Il blog inizia la pubblicazione del romanzo breve SEGRETI DI UNA DONNA di INA TORVALDA

 

 

Presentazione del romanzo SEGRETI DI UNA DONNA

 

Qui c’è la storia di Nina-Melissa. Una storia breve, a giudicare dallo spessore del libro, in realtà è una storia che si apre con i primi istanti di vita e si chiude, senza finire, con la maturità completa della protagonista.
Nina Melissa, due nomi per due fasi di vita di una donna duplice, ambigua, perciò drammaticamente vera, alla ricerca inarrivabile della felicità.
Una donna che scopre molto presto di quali inganni, prevaricazioni, menzogne, gli uomini in quanto genere sono capaci. E tuttavia ella si tiene lontana da ogni rivendicazioni femminista. Le differenze di genere non la coinvolgono. Le sue battaglie contro- gli uomini ma anche contro altre donne, per esempio sua madre- hanno per lei un significato più profondo, intimo, al singolare, individuale, in quanto riguardano la eccezionalità e l’irripetibilità della sua esistenza.
La stessa consapevolezza in Nina-Melissa  non si declina nei modi e nelle forme comunemente intese, come uso e controllo di dati acquisiti gradualmente nel corso della vita, bensì come apertura a visioni improvvise, lampi che illuminano la notte . E attraverso queste temporanee immagini interagisce, o meglio, confligge con la realtà, riportando ogni volta ferite sanguinanti…
E’ una donna-animale Nina-Melissa.
In lei  è l’ISTINTO la barra della sua rotta….
Non rinuncia, e non vuole rinunciare, alla sensualità, alla sensibilità, alla sessualità, alla animalità. Ecco il genere cui sente di appartenere: ANIMALE!
Il suo è desiderio di vita vissuta desiderata giocata infuocata amata…..